31 agosto 1943: la testimonianza di un nostro lettore attraverso i ricordi del padre

PISA – Il 31 agosto del 1943 segnò per Pisa una tragedia. E nel tempo pian piano si è dimenticato e si è provveduto a cancellare i segni del disastro. I testimoni sono diminuiti e quindi questa testimonianza che presentiamo è quanto mai preziosa. Ci scrive infatti il nostro lettore Giovanni Pieri da Novara che, ci fornisce un racconto frutto dell’esperienza vissuta da suo padre, e dei successivi racconti e ricordi. Il padre del signor Pieri il 31 agosto era di servizio in Darsena.

stazione43“La storia della giornata comincia alle nove del mattino. Piero è di turno al centralino nella palazzina della Darsena. La Darsena è un bacino nella zona industriale della città di Pisa, lungo il canale navigabile che congiunge l’Arno con il porto di Livorno: il canale dei Navicelli, dal nome dei barconi da carico che trasportano merci varie, principalmente materiali per edilizia, sabbia e mattoni. La palazzina sorge in un piazzale a fianco della darsena ed è la sede del Comando della Milizia Territoriale in carico della difesa contraerea. Il centralino è manuale (quelli automatici non sono ancora stati inventati) e tiene il Comando in contatto con le autorità e la rete di avvistamento. Piero è un milite, un richiamato che non è in un teatro di guerra data la sua età: è vicino ai 44 anni. Quel giorno fa il turno del mattino. E’ partito presto da Vecchiano dove è “sfollato”. Gli sfollati sono quelli che hanno lasciato le abitazioni di città per rifugiarsi in campagna, dove la guerra comporta minori pericoli, come dicono le autorità. Anche Piero ha lasciato la sua casa di Pisa e da allora si sposta in bicicletta. La giornata si presenta tranquilla, scarse le comunicazioni, forse perché la guerra, dopo la conquista alleata della Sicilia, langue in attesa di altri sviluppi. L’Italia è esausta; Piero non può saperlo, ma sta vivendo i giorni in cui si tratta la resa. Sarà anche per il caldo che non induce a iniziative, ma al Comando della Milizia non succede granché. Del resto la milizia contraerea non si prende molto sul serio se i suoi militi la designano come “Bu’a Nuvoli” cioè vocata più a perforare pacifiche nuvole che aerei nemici. Verso le 9 giunge un fonogramma. Piero lo intercetta, non si sa se per dovere di servizio o per curiosità di telefonista. Il fonogramma recita: Ingenti forze aeree da bombardamento sono decollate dalla Cirenaica. Direzione Sardegna.

L’Italia, benché in ginocchio, ha ancora servizi di avvistamento efficienti anche molto a sud nel Mediterraneo. L’ora del fonogramma fa pensare che l’avvistamento sia avvenuto durante il sorvolo della Sicilia, forse da una postazione a terra in Calabria o da un ricognitore aereo, e che l’origine Cirenaica e la destinazione Sardegna siano state inferite dalla direzione di volo da sud est a nord ovest. In tempo di guerra il cinismo affiora e Piero rivolge un pensiero fuggevole a quei poveri Sardi che se la dovranno vedere con ingenti forze aeree e non si preoccupa. La mattina continua a scorrere tranquilla.

A metà mattina un nuovo fonogramma: Le forze aeree nemiche hanno fatto conversione di rotta e puntano a nord. Obiettivo presunto: Genova. Piero comincia a non essere più così tranquillo. Un po’ perché per andare a Genova devono pur passare al largo di Pisa e un po’ perché a Genova ha dei parenti e si preoccupa per il pericolo che possono correre. A mezzogiorno però è chiaro che i bombardieri non vanno a Genova. Puntano direttamente alle coste della Toscana e gli obiettivi più plausibili sono Pisa e Livorno. Un nuovo fonogramma in tal senso fa decidere le autorità a suonare l’allarme. L’allarme è dato con le sirene, alcune sono quelle delle fabbriche che le usano anche in tempo di pace per scandire l’orario di lavoro, altre sono installate in luoghi elevati, torri e campanili di cui la città di Pisa è ben fornita. Al suono lacerante i cittadini corrono ai rifugi antiaerei, allestiti in ogni quartiere. Chi ha sentito solo una volta quelle sirene si ricorda per tutto il resto della vita la sensazione di angoscia e di urgenza che infondono e solo negli anni svanisce la reazione di fuga suscitata da quel suono.

Al Comando si è in piena agitazione ed ora che gli aerei sono a poche decine di chilometri sono sorvegliati dalla rete di avvistamento locale che tempesta il centralino di telefonate. La tensione cresce in proporzione inversa alla distanza che decresce. Tutti, autorità civili e militari, attendono con trepidazione che si chiarifichi quale è l’obiettivo. A Livorno sperano che sia Pisa, a Pisa vorrebbero sentir dire che ora chiaramente puntano su Livorno. Evidentemente il cinismo di guerra non ha preso solo Piero. Gli avvistatori avvertono che gli aerei volano alla quota di 5000 metri. Brutto affare: il bombardamento da alta quota non può essere mirato a obiettivi precisi, ma è per sua natura indiscriminato. Alle 12.30 circa la tensione si allenta. Gli avvistatori riportano che la direzione di volo è improvvisamente mutata e ora è di nuovo nord, parallela alla costa. Segno che l’obiettivo non sono le due città toscane, me è più a nord, forse Viareggio,  forse ancora più in su. Il Comando tira un respiro di sollievo e fa suonare il cessato allarme. Anche Piero poco dopo sente con sollievo al telefono gli avvistatori registrare il passaggio della flotta aerea sul mare prospiciente Pisa e la vedono inoltrarsi ancora più a nord. In tutta la città i cittadini escono dai rifugi e tornano alle loro occupazioni. A Porta A Mare, quartiere industriale di Pisa, gli operai tornano in fabbrica, per poco, perché ormai è l’ora della pausa pranzo. Al termine del turno gli impiegati e gli operai si riversano nelle strade  e vanno alle loro abitazioni in prossimità delle fabbriche. Cessato il momento della paura prende il sopravvento la piacevole prospettiva di un pranzo magro sì, per la guerra, ma in famiglia.

Piero è costantemente attaccato al telefono e sente gli avvistatori momento per momento scandire la progressione dei bombardieri: – “Sono ora all’altezza di S. Rossore … Ora sono quasi davanti a Torre del Lago … Stanno raggiungendo il mare prospicente Viareggio … Proseguono … No! Virano stretto puntando su Viareggio … Era Viareggio l’obiettivo … Era Viareg … ATTENZIONE, suonate l’allarme a Pisa, SUONATE L’ALLARME! Hanno virato a U e puntano DIRETTAMENTE SU PISA! SUONATE L’ALLARME! L’allarme è dato prontamente. Dal cessato allarme è passata quasi mezzora e il nuovo allarme coglie i cittadini nelle posizioni in cui sono più vulnerabili: per strada, a pranzo in casa. E poi in molti – sarà un falso allarme come quello di prima – se la prendono comoda, finiscono di mangiare o proseguono per la loro strada, pochi corrono di nuovo ai rifugi. Insomma almeno al  “ tocco”, all’ora di pranzo, lasciateci in pace. L’allarme è dato prontamente, ma è ormai tardi. Piero, subito dopo sente le parole terribili: “Hanno sganciato, hanno sganciato”. Gli avvistatori, quando gli aerei hanno appena lasciato il cielo di Viareggio diretti verso Pisa, hanno visto aprirsi i portelloni delle bombe. Ora non è che le bombe appena sganciate tocchino subito terra nel punto sulla cui verticale si trova l’aereo. Specialmente se lanciate da alta quota si muovono sia verso il basso sia in avanti, perché quando lasciano il vano bombe sono animate dalla stessa velocità dell’aereo. La caduta libera inizialmente accelera, ma poi la resistenza dell’aria la frena e la velocità di caduta si stabilizza su un valore limite che può essere intorno ai 200 km all’ora. Ne consegue che per percorrere i 5000 metri dalla quota a cui volano i bombardieri fino al suolo le bombe impiegano un bel po’, non una manciata di secondi ma anche un minuto o più. Nel frattempo si spostano in avanti con una velocità che all’inizio è quella dell’aereo, circa 300 km all’ora, ma poi rallenta rimanendo sempre cospicua, così che la bomba cade molto lontano dal punto sulla cui verticale è stata mollata.
Oltre al rumore degli aerei in avvicinamento Piero comincia a sentirne un altro più acuto che vi si sovrappone: il sibilo delle bombe in caduta che fendono l’aria.

Per il modo in cui le bombe cadono questo rumore di preavviso dura intollerabilmente a lungo. Il sibilo si fa sempre più forte, sempre più angosciante sovrastando poco a poco la voce al telefono dell’avvistatore, che ancora fa il suo ormai inutile lavoro: conta gli aerei in arrivo, lentamente cinque per cinque, seguendo la disposizione degli aerei in formazione. Snocciola: -“cinque … dieci … quindici …“ – e così avanti, monotonamente raggiunge e supera il cento, si sentono le prime esplosioni, lontane, e lui intrepido continua: – “ centotrentacinque … centoquaranta … centoquarantacinque … centocinquanta …” – E’ l’ultima cifra che Piero riesce a sentire tra le esplosioni sempre più forti perché subito dopo un breve fischio segnala la fine della linea telefonica che fonde. L’attacco, portato da nord, non investe tutta la città, ma solo la sua parte occidentale, verso il mare. Approssimativamente la zona colpita è un rettangolo lungo circa 5 chilometri per 2 al massimo.

La zona si stende come un grande tappeto srotolato da nord a sud partendo dallo scalo merci di Pisa S. Rossore a nord dell’Arno, poi in giù verso i ponti della Statale Aurelia e della ferrovia, per tagliare le comunicazioni tra nord e sud del fiume; sulla riva meridionale copre il quartiere industriale di Porta A Mare, dove sono importanti vetrerie che forniscono vetri di sicurezza all’aviazione italiana, poi investe la stazione di Pisa Centrale e infine si chiude sull’aeroporto di S. Giusto. La Palazzina del Comando si trova proprio a Porta  A Mare sul margine occidentale del tappeto. L’immagine del tappeto è talmente calzante  che l’evento verrà ricordato come il primo bombardamento “a tappeto” sperimentato dagli alleati in Europa. Piero è solo. Dal momento che l’ultima comunicazione si è interrotta è solo. I colleghi al Comando sono anche loro impietriti e dal locale del centralino non si capisce nemmeno se esistano ancora. In mezzo alla infermale sinfonia suonata da centinaia di motori d’aereo, da migliaia di spolette ad elica che ruotano svitandosi per innescare le bombe e dalle migliaia di esplosioni, il pensiero di Piero è uno solo: che fare? Uscire di lì, darsela a gambe verso occidente allontanandosi dall’inferno di fuoco, ma la via è sbarrata dal canale dei Navicelli su cui non ci sono ponti. Rimanere all’aperto aumenta il rischio di essere colpiti anche  a distanza dalle schegge, di essere spazzati via dallo spostamento d’aria, di essere seppelliti dalle ondate di terra sollevate dalle esplosioni. Rimanere sul posto significa rimanere in mezzo all’obiettivo dell’attacco. Peraltro la palazzina è in cemento armato. Piero, da civile, lavora all’ufficio tecnico della Provincia di Pisa e si occupa di costruire scuole. Valuta da competente il tipo di costruzione, travi, travetti, cordoli e pilastri e conclude che l’edificio è robusto. Certo, se una bomba lo coglie in pieno è la fine, ma è in grado di proteggere bene da esplosioni nelle vicinanze. Alla fine decide di non muoversi, di aspettare che l’inferno finisca rannicchiato al suo posto al centralino, coprendosi gli orecchi per attenuare le sensazioni che vengono da fuori.

Passa il tempo, interminabile, e finalmente le esplosioni cessano. Ma è solo una pausa: altri aerei ronzano in cielo perché ciò che è appena cessato è solo la prima ondata. Poco dopo segue la seconda e poi una terza. Piero ha la forza di riflettere: – “Ma quanti aerei hanno mandato contro di noi? Se la prima ondata era di più di 150 apparecchi, con tre ondate si arriva al mezzo migliaio. Una cifra incredibile se confrontata con le azioni di guerra dell’aeronautica italiana: tipicamente due ondate, di due aerei, ciascuno di essi con due bombe. Soffrono con Piero a migliaia. Ma qualcuno soffre per Piero. A Vecchiano Velia, la moglie di Piero, sente prima il frastuono degli aerei che arrivano, molto più intenso di quello dei pochi aerei da caccia che operano di solito al vicino campo di aviazione di Metato. Anzi, i caccia sono tutti in volo alimentando così una confusione decisamente anormale, anche per il tempo di guerra. Vecchiano è vicinissima alla linea di volo degli attaccanti, più o meno tre chilometri, e i bombardieri si vedono alti e minacciosi nel cielo dirigersi verso Pisa. Velia si preoccupa e prega che l’obiettivo non sia Pisa, sia Livorno o qualunque altro posto, ma non Pisa. Pensa anche che suo marito è militare e che i militari siano i primi a correre pericolo. All’una il frastuono delle esplosioni comincia a rimbombare nel cielo. Le prime sono piuttosto vicine: la stazione merci dista da Vecchiano otto chilometri al massimo, ma anche le altre su Porta A Mare, sulla stazione, sull’aeroporto si fanno sentire come un brontolio continuo. Velia, con le lacrime agli occhi, prende per mano suo figlio Giovanni di cinque anni e, accompagnata da un’amica, va nella direzione da cui proviene il tambureggiamento. I tre stretti l’uno all’altro prendono la stradina di campagna che dalla corte in cui abitano va verso il Serchio. Lì giunti si arrampicano sull’argine del fiume. Benché sia alto solo pochi metri permette una visione completa del disastro che si sta compiendo: dalla parte di Pisa l’orizzonte è invaso dal fumo e dalle fiamme. Velia riconosce i posti – a Portammare c’è nata – ed esclama: “là c’è la Saponiera, là S. Paolo a Ripa d’Arno e dov’è Piero è proprio nel mezzo! Come farà? Come? “. Crudelmente lo spettacolo si intensifica e le volute di fumo si alzano sempre più alte nel cielo.

L’amica cerca di confortarla dicendole che forse si sbaglia, che i luoghi non sono disposti come lei pensa, che la posizione di Piero non è quella che lei crede, che comunque da lontano le cose sembrano peggio di quelle che sono… Velia non si convince e continua a guardare la scena sempre più impietrita. Il bambino guarda attonito e registra tutto: la stradina polverosa, la salita all’argine, la pianura vuota fino all’orizzonte pieno di fumo e di fiamme, le parole della madre, i gesti. Non piange, non si spaventa, capisce solo che c’è in ballo qualcosa di grave; è come se si affidasse alla futura memoria per poter capire poi, quando quello che accade non sembrerà così più grande di lui. Si imprime nella memoria la scena della madre che si fa riparo agli occhi con la mano dal sole di metà giornata e continua a guardare verso sud finché i rumori si smorzano ed il fumo si comincia a disperdere. Anche gli aerei si sono tutti allontanati, riemerge il silenzio della campagna e il sentore di erba secca nel caldo estivo. Velia, sempre energica anche nel dolore, capisce che la tragedia è consumata e non c’è più niente da vedere, perché qualunque cosa dovesse succedere è già successa, dice una sola parola: “torniamo” e presa ancora la mano al bambino si avvia verso casa.

La polvere, il fumo, come si è visto da lontano, cominciano a dissiparsi. A chi è ancora vivo si presenta  un disastro immane: sulla riva nord dell’Arno l’edificio dell’Arsenale, detto la Cittadella, protagonista di tante romantiche stampe antiche, è abbattuto insieme alla sua torre e al suo ponte medievale. Ne rimane un troncone di muro spesso due metri a testimoniare quanto fosse possente la costruzione e quanto violenta la furia che l’ha distrutta. Proprio di fronte, sulla riva sud dell’Arno, la basilica di S. Paolo a Ripa d’Arno ha il tetto in fiamme, il vicino convento delle Benedettine è totalmente distrutto. La chiusa che regola la comunicazione fluviale tra l’Arno e il Canale dei Navicelli è demolita e mezzo interrata dalle macerie. Le povere case intono sono tutte gravemente diroccate. Le vetrerie sono in fiamme. La stazione centrale non esiste più e così tutti gli edifici intorno. Le residenze operaie intorno alle fabbriche e alla stazione, dignitose, ma povere e deboli sono polverizzate. Ovunque lo spettacolo è di macerie e di ruderi che mostrano uno spaccato di quella che era fino a poco prima una vita tranquilla: porte che si aprono sul nulla, vasche da bagno sospese a mezz’aria, attaccate solo per i tubi, incongrui accostamenti di colori per pareti ora contemporaneamente in vista, ma fino a poco prima in locali separati. Una rappresentazione della violenta intrusione nella vita delle vittime. Alle 14 iniziano i soccorsi. Sono mobilitati i militari per trasportare i feriti e scavare tra le macerie per liberare i superstiti. Le autorità contano i morti: sono più di 900 ed i feriti alcune migliaia.

Nella tragedia collettiva non mancano casi singoli degni di nota. Le bombe non hanno ucciso solo i vivi, ma anche i morti. Una bomba vagante colpisce il cimitero di Porta A Mare  e centra la tomba di una povera ragazza morta giovane di malattia. L’esplosione proietta il cadavere contro un muro, e rimane lì appoggiato in piedi, incredibilmente intatto sia dalla decomposizione sia dall’esplosione, vestito nel suo abitino celeste. Per giorni nessuno trova sufficiente pietà per rimuoverlo e rimane esposto quasi simbolo dell’assurdità della guerra. Sempre a Porta A Mare si verifica un episodio che in mezzo alla tragedia generale risulta solo drammatico. Un milite della Contraerea, un certo Dandolo Scaramelli, mentre si reca verso il Comando per subentrare nel turno delle 14 viene sorpreso dal bombardamento nella zona della chiusa, e cerca riparo nelle strutture della chiusa stessa. Si tratta di una specie di semitorre con mura spesse da tre lati, aperta in alto e sul lato verso nord. In quella specie di nicchia la devozione popolare ha posto una immagine sacra, un quadro raffigurante la Madonna. Scaramelli si appoggia con le spalle al muro proprio sotto il quadro e spera che la bufera passi presto. Ad un certo momento sente un sibilo più forte degli altri, alza gli occhi al cielo e vede. Vede la bomba arrivare verso di lui. Appena il tempo di capire che è finita e la bomba tocca il suolo a pochi metri. L’esplosione violentissima lo stordisce, lo avvolge in una nuvola di fumo e polvere e non lascia spazio al pensiero. Quando la nube si dissipa si accorge di essere illeso: incredibilmente, la violenza dell’esplosione si è come riversata tutta dalla parte opposta a quella dove lui si trova. Né schegge, né spostamento d’aria lo hanno toccato. Quando si riprende si volge verso l’immagine della Madonna sopra di lui. Anche quella è intatta, non si è nemmeno rotto il vetro del quadro. Unico segno di quello che è appena avvenuto sono tre schizzi di fango che imbrattano il vetro. Un vero miracolo.

Si dice che in quelle ore terribili nella Clinica Ostetrica dell’Ospedale di Pisa nasca Antonio, un bambino di una famiglia di Vecchiano e destinato a diventare un grande scrittore. La Maternità dista in linea d’aria poco più di un chilometro dalla Stazione di S. Rossore e partorire in mezzo a quell’inferno deve essere stato terribile per la madre. Se questa coincidenza è una leggenda è ben trovata, come simbolo dell’inscindibile legame della vita e della morte. Strani intrecci si riscontrano tra i protagonisti di questa storia: Antonio, di Vecchiano,  nasce a Pisa e rimane coinvolto direttamente nella tragedia. Nel contempo Giovanni, il figlio di Piero, guarda la tragedia da Vecchiano, anche se la sua vera casa è a Pisa, in un palazzo separato dalla Maternità solo da un muro di cinta. Verso le cinque del pomeriggio Velia è ancora nella corte davanti a casa e fissa là in fondo alla strada mormorando: – “Non torna … non torna … se fosse vivo sarebbe già qui …” ma continua a guardare sostenuta dall’ultimo briciolo di speranza. D’improvviso Piero compare, da dietro l’angolo lontano là in fondo alla strada, svolta lentamente e lentamente si avvicina sulla sua bicicletta. Ha una faccia segnata ed una espressione indefinibile tra l’orrore, la paura ed una grande tristezza. Arriva dove la moglie e il figlio lo attendono, bloccati forse dall’incredulità di poterlo rivedere o dal terribile aspetto di lui, dal suo pallore mortale. Piero scende faticosamente di bicicletta, abbraccia la moglie e piange.

Piero racconta poi, solo poi, i particolari di come è sopravvissuto. Ha fatto bene i suoi calcoli: è rimasto al centralino e quando una bomba è caduta vicinissima alla palazzina del Comando si è infilata parzialmente sotto l’edificio scavando una buca in cui la palazzina tutta intera si è come adagiata, tanto da pendere e abbassarsi di una decina di centimetri dal lato in cui è stata investita. All’interno solo paura e sconquasso, ma tutti salvi. Altre bombe non arrivano vicine perché la palazzina è situata al margine della zona bombardata. Passata la bufera, il comandante dà l’ordine di organizzare i soccorsi ed i militi si danno daffare a rimuovere le macerie non solo per disseppellire i feriti, ma anche per aprirsi la strada, visto che le strade sono state cancellate dai crateri e dai crolli. Piero è adibito a trasportare i feriti con una barella. E’ una incombenza che lo mette di fronte a visioni terribili. Arti amputati, toraci squarciati con il polmone di fuori, feriti che rischiano di annegare nel proprio sangue che inonda le barelle. Piero è sconvolto da tutto quello che è successo e che ora è costretto a vedere. Il suo volto è terreo. Il comandante lo vede, capisce che sta per crollare e gli dice di tornare a casa. Piero non sa a che ora questo è successo, non sa quanto ha impiegato ad arrivare a Vecchiano, sa solo che ora è lì in salvo con la sua famiglia.
Questa storia per lui dura tutta la vita, un po’ alla volta la racconta tutta, aggiungendo sempre qualche particolare. Quando qualcuno gli chiede se e come loro della contraerea si sono difesi ripete che la contraerea ha fatto il suo dovere. Le tre batterie intorno a Pisa e le tre batterie intorno a Livorno, diciotto cannoni in tutto hanno sparato in continuazione ed hanno anche abbattuto cinque aerei, ma le forze erano talmente impari che i nemici non si sono nemmeno dati la pena di neutralizzarle.

La storia ha anche un seguito: un giorno dopo la guerra Piero incontra per strada Scaramelli. L’uomo ha un aspetto emaciato, pallido, è ridotto una larva. Piero gli chiede come sta e lui racconta che ha tanto sofferto la fame in quell’anno passato dal giorno del bombardamento a quando la guerra è finita e che spera di riprendersi presto. Qualche giorno dopo Piero vede da lontano un manifesto funebre in cui campeggia un nome “Dandolo Scaramelli”. Hai visto, si dice Piero, stava così male che è morto. Ma poi avvicinatosi legge che andando a pescare lungo la riva dell’Arno, probabilmente per arrotondare i suoi magri pasti, è incappato in una mina antiuomo. Destino ironico per chi è miracolosamente scampato al bombardamento. Piero racconta anche che nei giorni successivi al bombardamento l’alto comando si informa su chi è stato a mantenere i collegamenti telefonici fino all’ultimo e, identificatolo, dice che è meritevole di una decorazione: la croce di guerra. Passata la bufera della guerra, Piero vuole la sua decorazione, perché pensa di averla meritata, anche se è rimasto al suo posto più per mancanza di alternative, che per una vera scelta. Va, si informa su dove andare a ritirare questa benedetta croce e così apprende che deve: i)  fare domanda in carta da bollo; ii) allegare l’estratto della documentazione sul suo stato di servizio nella Legione (così si chiamavano i reggimenti della Milizia), al momento sciolta, ma confluita nella divisione bla, bla; iii) rintracciare il comandante per averne una dichiarazione riguardante l’effettivo… Insomma per avere una decorazione non basta sconfiggere la paura di uno spaventoso bombardamento, ma bisogna anche sconfiggere la burocrazia, compito veramente arduo. Piero esce da quell’ufficio con un senso di liberazione: al diavolo loro e tutte le loro decorazioni, l’importante è essersela cavata, il resto vada come vada. Questo episodio chiude in un certo senso il conto con l’aspetto esterno della vicenda, ma dentro la memoria rimane viva. Anche anni e anni dopo poteva capitare che Velia vedendo Piero insolitamente triste gli chiedesse: “ Piero, che c’è?” e che lui rispondesse “Oggi è il trentuno agosto” con la gola che si stringeva e la voce che si spezzava sulla “st”.

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