Arti Visive, musica Jazz e Blues: un nuovo movimento dell’essere e del fare

PISA – Partendo dai quarantanove anni della mia esperienza artistica
professionale nell’ambito delle Arti Figurative, che mi ha visto
partire da una rigorosa e solida formazione classica, per poi vedermi
sempre dedito alla sperimentazione ed alla ricerca, passando dalla
“Nuova Figurazione” al “New Pop”, dal “New Dada” all’astrazione ed
all’arte povera ed alle istallazioni , per poi passare dalla “Poesia
Visiva” alla “Copy Art” ed approdare poi, dal 1994, alla “Computer
Art”, oggi stò prendendo atto di un nuovo movimento, che grazie alla
mia parallela attività critica in ambito musicale, nei settori del Jazz
e del Blues, stò avvertndo come misteriosamente ma anche chiaramente
interdisciplinare, vissuta da più artisti, contemporaneamente, senza
averne coscienza collettiva.

Nelle due ultime puntate di “Blues Fires”
e di “Animajazz” ho accennato (molto brevemente, per oggettiva esigenza
di dare spazio alla musica) proprio al fatto “misterioso” che in questi
ultimi due anni stà accomunando alcuni artisti di Arti Figurative, di
Jazz e di Blues che solitamente hanno interpretato e vissuto gran parte
della propria attività professionale negli ambiti della “ricerca”,
“sperimentazione” e della cosiddetta “avanguardia”. Ciò che accomuna
le esperienze di questi artisti è il piacere/bisogno di “riscoprire le
“origini”, di rivivere (chiaramente con la maturità e la coscienza
esperienziale vissute negli ambiti di ricerca) con rinnovato
entusiasmo, con sincero piacere, divertimento e giocosità, quelle aree
e quelle esperienze artistiche dalle quali sono partiti. Nel caso di
noi artisti figurativi, dal disegno e dalla figurazione, mentre per i
musicisti Jazz e Blues una ripartenza generica dagli inizi del ‘900. Ed
interessandomi anche di spiritualità, di crescita interiore, ma anche
di psicologia, mi sono permesso di tentare una chiave di lettura di
questo movimento/azione comportamentale, che ho ravvisato in una sorta
di impellente “bisogno di far chiarezza”, di ritrovare punti di
riferimento solidi (che evidentemente non vengono ravvisati nella
proposta contemporanea) e che furono quelli dei nostri inizi, quelli
che ci fecero “innamorare”, fantasticare, sognare, credere in un
possibile percorso di vita, che poi abbiamo intrapreso con entusiasmo e
passione. Ecco…sembra che alcuni di noi, nello stesso periodo storico
ed in modo interdisciplinare, stiano sentendo proprio questo piacere
del recupero del “da dove vengo”, del “come, dove e perchè nacque il
mio amore per…”. Un’operazione di “centratura su se stessi”, di
analisi profonda del nostro essere, anche in relazione al nostro fare.
E questo nuovo operare si rivela azione sincera e liberatoria, vissuta
con la massima “leggerezza” ma anche con la nostra solita massima
serietà professionale, alla riscoperta di quel piacere che fù dei primi
anni della scoperta del nostro primo amore per le Arti. Un atto anche
“coraggioso” perchè molti “compagni d’avventura” che hanno condiviso
con noi decenni di sperimentazione e di ricerca possono considerare
questo nostro recupero come un “ritorno indietro” o peggio come un
tentativo disperato di rendere più commerciale la nostra produzione
artistica. Ed invece è un fatto straordinario ed epocale che alcuni
noi, proprio negli stessi anni dello stesso periodo storico, stiano
sentendo questo piacere/bisogno di recuperare le proprie origini, per
fare chiarezza in se stessi e manifestare ancora una volta la sincerità
del proprio percorso, mai viziato dal business, ma sempre vissuto in
funzione dell’emozione, della congiunzione sincera e scoperta tra il
proprio essere ed il proprio fare. E se io, dopo 23 anni di Computer
Art ho sentito il piacere/bisogno di recuperare la sensualità del
segno, e della pennellata con gli strumenti di base del nostro
mestiere, così stò verificando che anche nel mondo del Jazz e del
Blues, diversi artisti con esperienze avanzate alle spalle stiano
avvertendo questo stesso bisogno/piacere, contemporaneamente e con
similari caratteristiche emozionali e di bisogno esistenziale. Non sono
mai stato interessato a creare “movimenti artistici”, magari giusto per
vantarsi di aver aver avuto per primi certe intuizioni culturali ed
artistiche, ed essere ricordati nel tempo, ma questo contemporaneo ed
interdisciplinare comportamento potrebbe essere davvero essere
considerato come una sorta di nuovo “movimento artistico
interdisciplinare” basato sul recupero del nostro “io artistico
primordiale, giovanile”, quell’identità entusiasta che ha vissuto il
“primo amore” e che oggi, dopo decenni di percorsi infiniti, si
manifesta per fare “pulizia interiore” con l’urgenza di recuperare
un’insostituibile verità. Per azzerare e ripartire con un profondo,
maggiore ascolto di se stessi, per vivere pienamente ciò che ci fa star
bene sinceramente, sgombri da sovrastrutture culturali o
pseudoculturali, e liberi da imbrigliamenti di “appartenenza
intellettuale”, spesso manifestata in modo anche settario, nell’ottica
di un recupero di quel sano, meraviglioso entusiasmo dell’essere e del
fare che è specchio dell’amore per la vita.

Fonte: Bruno Pollacci

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