L’Angolo diVino

PISA – Con la seconda parte della “Cantina Benanti” altro appuntamento con lo spazio dedicato alla rubrica “L’Angolo diVino” curato dalla nostra Sommelier Stefania Tardino.

di Stefania Tardino

Il sogno di visitare la Cantina Benanti a Viagrande in Sicilia, si realizza per il mio compleanno l’08 Ottobtre 2018. A proposito di tempo che passa,  Giuseppe Benanti “ha 20 anni, il resto è esperienza”, come lui stesso dice, perché la sua vita sembra scorrere all’infinito senza mai fermarsi. 

Io e Anna arriviamo in tarda serata all’aeroporto di Catania e noleggiamo una  Fiat Cinquecento e ci avviamo in albergo. Sistemiamo le valigie e ci dirigiamo in un ristorante nei pressi del Castel Ursino. L’aria è ancora estiva, e c’è tanta gente seduta fuori ai tavoli dei locali che rallegrano l’ atmosfera . Per cena ordiniamo vino rosso e carne di cavallo alla griglia, specialità di queste parti. Facciamo un giro per le strade illuminate di  via Etnea,  boulevard di Catania,  e parliamo dei  ricordi legati alla nostrs Isola e di come è difficile starle lontani.

Cantina Benanti

Catania. All’indomani del nostro arrivo in terra patria, la prima tappa è la colazione da Saiva,  storica pasticceria e tavola calda di Catania: caffè nero bollente e due dolci enormi tipici della gastronomia siciliana. Cariche di energia la  giornata inizia con la tanto desiderata  visita alla Cantina Benanti.

Giornata piena di sole, direzione Viagrande,  Il tragitto da Catania è breve, dopo circa 20 minuti siamo nel regno di Giuseppe Benanti. Si apre un cancello in ferro battuto e vediamo un lungo viale alberato, ci incamminiamo ed è come essere entrati in un altro mondo. Lasciamo il caos di Catania per entrare in un’ altra dimensione, un parco privato con un cratere, dove ogni cosa sembra essere messa al posto giusto. C’è un grande palazzo a due piani in pietra lavica e  un giardino adiacente, dove Giuseppe ci aspetta con il suo inseparabile amico Jo, un pastore tedesco affabile e cordiale. Giuseppe accoglie me e la mia amica Anna nella sua straordinaria Azienda con un magnifico sorriso e una Magnum di “Noblesse”, bollicine di puro Carricante. Successivamente entriamo insieme nel vecchio palmento, antiche vasche scavate nella roccia e collegate da un canale, in cui avveniva la pigiatura dell’uva per produrre il mosto. Giuseppe spiega con un rigore quasi scientifico l’importanza di quel vecchio palmento e la sua funzione per la produzione del vino. E con una nota di melanconia ricorda i profumi del mosto di quando è piccolo, quando il nonno lo porta a pistare la racina  (pestare l’uva), e cita in dialetto catanese i versi dei canti dei contadini di un tempo che accompagnavano le fatiche e le gioie del fare il vino . Il palmento è rimasto integro, e da lì attraverso una porta a vetri si va al salone delle feste. Il salone delle feste è grande, con al centro un pianoforte a coda,  dei mobili di prestigio abbelliti  da specchi antichi e quadri di valore. Giuseppe ama, cura e celebra l’Arte e la Bellezza in tutte le sue forme, che siano  le sue vigne alle pendici dell’Etna o le tele secolari, che acquista e colleziona nella grande sala aristocratica, i cui personaggi enigmatici sono oggi alcune delle etichette dei suoi vini. Come quella che adorna il primo metodo classico di Carricante dell’ Etna nato nel 2003, il “Noblesse”. Si tratta del ritratto di un nobile misterioso, che Giuseppe trova  e rispolvera a  Palermo, che si fa risalire al periodo in cui Antoon Van Dick vive in Sicilia. L’atmosfera del superbo salotto è riscaldata dalla presenza di un camino, che immagino accesso, con intorno amici, curiosi che come me ed Anna sono lì in visita e parlano dei bei momenti e brindano come noi alla vita. E di calici al cielo Giuseppe ne ha innalzati, essendo un curioso di natura, dai mille interessi, non ultimi quelli per le auto d’epoca, traversate in moto degli USA, fotografia digitale. Slanci che si fondono in quell’energia unica  che respiri man mano che prosegue la visita della cantina verso la  sala degustazione. Questa è più luminosa. Ci sono tavoli, sedie spaziose e una gigantografia colorata, che, come i bei libri cartonati da collezione sparpagliati ovunque, hanno come soggetto l’Etna. Dopo si fa un salto nella cella dove dorme il vino, pieno di barrique e tonneau, che stanno li ad aspettare di finire il loro lavoro, e successivamente ci rechiamo nell’area relax, accanto alla magnifica piscina, da cui si vede il Monteserra.

Giuseppe Benanti

Cantina Benanti

Dopo un altro breve giro nel giardino della cantina, il brontolio dello stomaco ci suggerisce che è ora di pranzo.

Ci allontaniamo da Via grande in macchina per pranzare alla “Trattoria Scalo Grande”in un paesino di pescatori della costa catanese: gamberoni freschi, linguine alla vongole e quanto di più buono il mare di Sicilia può regalare al palato umano.  Siamo seduti con di fronte un panorama mozzafiato, sembra una scena di un quadro di Antonino Leto nelle sue rappresentazioni veriste della Sicilia: un mare blu cobalto, delle barche che ondeggiano e dei gabbiani che virando nell’aria sembrano quasi darci il benvenuto. Tornati in cantina  Giuseppe ci inizia alla magnifica degustazione dei Vini Benant, e fornisce dei dettagli sulla Cantina Benanti, sui vigneti, e in particolare sull’importante contributo di tutto lo staff aziendale, ed in particolare  quello dei due figli , Antonio e Salvino, a cui oggi è affidata la direzione. 

La Famiglia Benanti. L’origine della famiglia Benanti è bolognese e va indietro nel lontano 1734. A quel tempo si chiamano “Benati”, poi grazie a un provvedimento regale, si chiede a un loro antenato di spostarsi in Sicilia e fare fiorire un ramo e al tempo stesso di cambiare il nome da “Benati” a “Benanti”. 

Sono da generazioni proprietari terrieri, dediti alla viticultura dell’Etna, che poi diventano anche imprenditori nel campo della farmaceutica, quando il padre di Giuseppe BenantiAntonino Benanti, fonda a  Catania nel 1935  la  Sifi, una delle più importanti aziende al mondo  in campo oftalmologico.  Il vino è una passione di famiglia, trasformato da  Giuseppe Benanti, anche lui imprenditore farmaceutico, nella Cantina Benanti nel 1988 a Viagrandeversante Est dell’EtnaGiuseppe è a pranzo con l’amico medico Francesco Micale al Circolo del golf di Castiglione, “Il Picciolo”Castiglione di Sicilia, desidera un gran vino rosso dell’Etna, ma niente di simile sulla carta! Giuseppe sceglie di valorizzare il territorio Etneo, da sempre comunque votato alla viticultura, ma non vuole solo la qualità, vuole l’eccellenza. Giuseppe inizia un progetto portato avanti assieme a grandi dell’Enologia: Salvo Foti, il  professor Rocco Di Stefano dell’”Istituto Sperimentale per l’Enologia di Asti” e il professor Jean Siegrist dell’ ’”INRA” di Beaune. Nascono le basi per produrre grandi vini sull’ Etna e si dà inizio alla svolta. Le vigne acquistate o gestite, nei comuni di Castiglione di Sicilia (Etna nord) e Milo (Etna est), sono già impiantate o vengono impiantate a Nerello Mascalese (Castiglione di Sicilia) e Carricante (Milo), i vitigni autoctoni del vulcano. Giuseppe scommette da  subito e  con decisione su tali varietà, effettuando circa 150 prove di micro vinificazione e valorizzando sia i tradizionali assemblaggi tipici della DOC Etna Rosso (Nerello Mascalese + Nerello Cappuccio) che i monovitigni, all’epoca una vera rarità. A metà degli anni novanta.

Giuseppe collabora con coltivatori di Santa Maria di Licodia (Etna sudovest), mentre nel 1998, quindi dieci anni dopo la sua fondazione, l’azienda si espande anche sul Monte Serra a Viagrande (Etna sudest). Un lavoro pionieristico quello di Giuseppe e dalla fondazione della Cantina Benanti a oggi l’obiettivo dell’azienda vitivinicola è sempre lo stesso: portare in un bicchiere di vino rosso o bianco, tutto il Terroir dell’Etna. Il risultato : una produzione di vini autentici ed eleganti capaci di esaltare le diverse tipicità di più versanti e contrade della DOC Etna, oggettivamente differenti fra loro per esposizione, temperatura, altitudine, tipologia di suolo vulcanico, luminosità, piovosità, ventilazione, sistema di allevamento e quindi vocazione. Grazie alla passione e al genio di Giuseppe Benanti, l’Etna fa parlare  di “Rinascita” e successo. L’Etna diventa un nuovo distretto vinicolo d’eccellenza, attira altri produttori giunti in seguito nella “Muntagna”, ispirati dai traguardi ottenuti dalla Cantina Benanti negli anni ‘9o nella lavorazione del Carricante, del Nerello Mascalese e del Nerello Cappuccio. Nel 2005 invece l’azienda avvia una lunga ed importantissima sperimentazione che porta nel 2010 alla selezione ed all’ottenimento del brevetto di quattro lieviti autoctoni. Ancora oggi, esempio unico sull’Etna.

Antonio e Savino Benanti

Antonio e Salvino Benanti. Nel 2012 i gemelli Antonio e Salvino, classe 1974, reduci da esperienze accademiche e lavorative di diversi anni all’estero e poi in Italia, accompagnano il padre Giuseppe Benanti in questa splendida avventura imprenditoriale. 

Antonio e Salvino portano energia e innovazione nella Cantina Benanti, mantenendo intatte la filosofia aziendale, cioè la valorizzazione dei Vitigni Autoctoni EtneiI fratelli Benanti si  formano alla “International School di Ginevra” ed in seguito alla “European Business School ed all’Imperial College di Londra”. Un ricco percorso accademico, seguito da altre importanti esperienze lavorative formative nel campo della finanza anglossassone. L’idea di Antonio e Salvino è quella di portare i Vini Benanti in giro per l’Italia e il mondo, vini di alto livello pensati per tutti, e  non solo per esperti e palati sofisticati. Una tattica vincente che conferma il grande successo dei Vini Benanti nel mercato nazionale e internazionale. Antonio e Salvino portano avanti strategie molto chiare e pienamente condivise, ed agiscono da subito con grande decisione facendo scelte importanti, come quelle di seguito riportate:
• attribuzione del ruolo di Responsabile Tecnico Vigna e Cantina ad Enzo Calì,
enologo etneo dipendente della’Cantina Benanti dal 2004; 
• dismissione di alcune proprietà ed alcuni vigneti e terreni considerati non
strategici o non funzionali al progetto, con conseguente abbandono dei vini ad essi collegati;
• acquisto di ulteriori terreni e di vigneti, in parte anche da conferitori storici, ubicati in sotto zone di eccellenza sull’Etna a Rovittello e a Milo, due località
tradizionalmente importanti per l’azienda;
• avvio formale del processo finalizzato all’ottenimento della certificazione biologica per vigneti e cantina;
• effettuazione di importanti investimenti in cantina, con nuovi sistemi di controllo delle temperature, nuova strumentazione di laboratorio, una nuova pressa pneumatica, botti grandi in sostituzione di legni più piccoli, impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili;
• allestimento di nuovi e moderni spazi sia per lo stoccaggio e la movimentazione (circa 250 posti pallet) che per il lungo affinamento (circa 200 posti pallet) del vino imbottigliato, con impianti di condizionamento all’ avanguardia; 
• sviluppo di un’attività di accoglienza e degustazioni in cantina che ben presto
innalza lo standard sull’Etna e consente di interagire ogni anno con migliaia di
appassionati e professionisti del mondo del vino italiani e stranieri;
• ampliamento, rinnovamento e consolidamento della rete commerciale, composta da distributori e importatori specializzati in vini di eccellenza, oggi in grado di coprire circa quaranta mercati in circa trenta paesi nel mondo.
Antonio e Salvino portano a termine il  passaggio generazionale, ma il core business   rimane sempre  loro padre  Giuseppe Benanti !

5 Vini Benanti

Vini Benanti. La Cantina Benanti si estende per 20 ha, nei comuni di Castiglione di Sicilia, frazione Rovittello (versante nord), Milo (est) e Viagrande (sudest) più 10 ha in gestione a Santa Maria di Licodia (sudovest)

La produzione, altamente specializzata, oggi ammonta a circa 160.000 bottiglie (obiettivo nel medio periodo 190.000-200.000).  I Vini  Benanti prodotti: 

Spumanti:

Classici:

Contrade:

Monovitigni:

I Vini Benanti sono esportati in importanti mercati esteri, tra i quali spiccano gli Stati Uniti, il Canada, la Gran Bretagna, la Francia, la Scandinavia, la Svizzera, il Belgio, la Russia, l’Austria, Singapore, Hong Kong, la Cina continentale, il Giappone, l’Australia e la Nuova Zelanda, ricevendo apprezzamenti convinti ed unanimi e creando consenso tra gli appassionati e tra i professionisti, figure chiave nella divulgazione della conoscenza dei Vini Etnei.

Riconoscimenti dei Vini Benanti

Fra i principali riconoscimenti ottenuti risaltano quello di “Cantina Italiana dell’Anno”:

La Cantina Benanti è diventata un’azienda di nicchia specializzata nella produzione di vini dell’Etna, votata all’eccellenza qualitativa. I Vini Benanti esprimono appieno  il Terroir Etneo,  sono vini autentici, fatti per durare nel tempo ed accompagnare i piatti delle migliori cucine. Non sono vini alla moda, né puntano ad esserlo. Essi ambiscono invece ad entrare nell’élite dei grandi vini d’Europa. I Vini Benanti sono di grande carattere, tipicità ed eleganza capaci di emozionare e fare innamorare chi li beve e di essere ricordati nel tempo. 

6 Il Vino non è una passione è una passione.

Il vino non è un business è una passione, e la cosa più bella è condividere questa passione con qualcun altro per tirare fuori delle emozioni, e ricordarsi di queste per sempre. Ed ecco il mio regalo per il mio compleanno,  questa giornata in Cantina con il Cavaliere Benanti: non la dimenticherò mai, insieme al profumo, al sapore dei Vini Benanti. La Bellezza della Semplicità. Per chi sa ancora apprezzarla. 

Grazie Giuseppe per quello che SEI e FAI

Enjoy it! 

Stefania

PISA – Terzo appuntamento con la rubrica L’”Angolo DiVino”, alla scoperta delle cantine più belle d’Italia e d’Europa, un viaggio inebriante, fatto di persone, passioni e sogni curato dalla nostra Stefania Tardino, sommelier e responsabile del blog su vino e viaggi www.WeLoveItaly.eu, La puntata numero tre ospita nel nostro spazio la prima parte dedicata a “Giuseppe Benanti, l’Etna: la Sicilia che vorrei” un viaggio alla scoperta di una famiglia importante in quanto al vino della Sicilia.

di Stefania Tardino

L’Italia è, di gran lunga, il Paese con la maggiore diversità vinicola al mondo, ampiamente superiore ai sui diretti competitor come Francia e Spagna, secondo gli ultimi dati dell’ OIV (Organizzazione Internazionale del Vino e della Vigna). Tutte le regioni italiane vantano produzioni vinicole degne di nota, con punte di eccellenza nella magica Sicilia, mia terra natia, e nella bella Toscana dove attualmente vivo e lavoro. Precisamente a Pisa mi occupo con passione del mio blog www.WeLoveItay.eu, per parlare della Sicilia e della Toscana, e del loro eccezionale Patrimonio Culturale, Artistico, Paesaggistico ed Enogastronomico. Curiosa come tutti i Sommelier, un anno fa galeotto fu uno dei tanti momenti di Wine & Food trascorsi con il mio gruppo AIS di Lucca per innamorarmi di due dei Vini della Cantina Benanti: “Rovittello Etna Rosso DOC” (Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio) e “Pietra Marina Bianco Superiore ” ( Carricante ) . Fu così che conobbi, da neofita nel mondo enoico, un patrimonio straordinario, quello Vitivinicolo dell’Etna.

Benanti al Vinitaly. Giunse il momento di conoscere meglio la Cantina Benanti, un’azienda nota in tutto il mondo, che parla di sé senza fare rumore, arrivando dritto al cuore. Come fare? Quale migliore occasione del Vinitaly 2018 ! Proprio a Verona, città dell’amore, al Vinitaly 2018 , manifestazione internazionale dedicata al mondo del vino, Giulietta incontrò Romeo! Allo Stand Sicilia seguì i segnali di fumo della “muntagna” l’Etna, che mi portò direttamente alla Cantina Benanti. Il sogno si tramutò in realtà. Guardai le stelle e mi abbagliò la luna: Giuseppe Benanti e i figli Antonio e Salvino oscurarono, con la loro classe innata e
l’eleganza dei loro vini, tutti gli altri nettari presenti alla fiera in un’uggiosa domenica di Aprile. Iniziai e conclusi il mio primo viaggio al Vinitaly 2018 con una grande esperienza umana e “divina” alla Cantina Benanti! Mi accolse il sorriso di Antonio prima e di Giuseppe dopo, che trovarono il modo di dedicare del tempo anche a me, insieme a una folta schiera di Wine Lovers, giornalisti e buyers. Ciò mi colpì tantissimo. Si presero cura di me , senza fretta. Raccontarono la storia della loro famiglia, del loro legame profondo con la terra, con la gente e la Sicilia, del loro percorso professionale in Italia e all’estero, dei loro successi, delle loro difficoltà. Mi fecero degustare i loro vini Etnei, superbi , con caratteristiche di forte tipicità , che una volta assaggiati, tra rossi e bianchi, tirarono fuori incantevoli ricordi della mia Isola Mediterranea. E la mia mente
andò indietro nel tempo in una parte profonda di me fatta di: estati calde, mare cristallino, feste natalizie in famiglia, calore umano, luoghi cari. E ancora una volta la Sicilia mi emozionò attraverso la degustazione degli antichi vitigni autoctoni dell’Etna, tra i quali il Nerello Mascalese,
il Nerello Cappuccio e il Carricante , da cui provengono le migliori etichette della CantinamBenanti: Noblesse: spumante Metodo Classico Brut, 100% Carricante , bollicine di grandissima piacevolezza; Etna Bianco Benanti, Etna Doc Bianco: Carricante 100%, vino minerale, intenso, ricco e fruttato con una piacevole acidità e un lunghissimo finale in bocca. Etna Rosato Benanti, Etna Doc Rosato: un rosè raffinatissimo di 100% Nerello Mascalese Etna Rosso Benanti, Etna DOC Rosso : Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio vino rosso di una elegante mineralità e freschezza; Nerello Cappuccio Terre Siciliane, IGT Rosso: il Nerello Cappuccio regala un rosso secco, acido, poco tannico e armonico; Serra della Contessa, Etna Rosso DOC: 85-90% Nerello Mascalese più 10-15% di Nerello Cappuccio , un mix esplosivo di profumi e sentori in un vino dal color rosso rubino; Rovittello, Etna DOC Rosso: 90-95% Nerello Mascalese più 5-10% Nerello Cappuccio, un vino rosso profondo e fresco; Pietra Marina Bianco Superiore: un bianco strutturato, prodotto da vigne selezionate
di Milo, Contrada Rinazzo, uno dei rari esempi di bianchi da invecchiamento! La Cantina Benanti fu protagonista della “Rinascita dei vini dell’Etna”, prodotti di un territorio con caratteristiche pedoclimatiche uniche al mondo: diversa altitudine ed esposizione solare, grandi escursioni termiche, età avanzata dei vigneti (spesso pre-fillosserici) varietà d’uva
(Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Carricante , ecc.), suoli vulcanici ricchi ed eterogenei per composizione . Giuseppe, Antonio e Salvino lavorarono per primi con amore i frutti generosi del territorio Etneo, ridisegnandolo e potenziandolo con ingegno e perfezione, esempio lodevole
di “Viticultura Eroica” alle pendici dell’Etna.

Stefania Tardino assieme a Giuseppe Benanti

Incontro a Falconara. Le favole finiscono ma quello con la Cantina Benanti non fu l’ultimo capitolo della mia storia “divina”. Durante le vacanze estive a Licata (AG), mia città natale, il mio primo pensiero fu quello di visitare finalmente la Cantina Benanti a Catania. Purtroppo mancavano pochi giorni al mio rientro in Toscana e non ebbi logisticamente la possibilità di spostarmi. Sapevo che non potevo andarmene senza fare qualcosa. Così presi coraggio e inviai per e-mail una richiesta formale al Cavaliere Giuseppe Benanti , in cui l’unica cosa chiara fu il desiderio infinito di raggiungere a qualsiasi costo la Cantina Benanti e di ascoltare la storia della loro famiglia, per poi riportarla nel
mio blog www.WeLoveItaly.eu . Mi resi conto che si trattava di un’impresa quasi impossibile, però la fortuna premia gli audaci! Con mio grande stupore e gioia si trovò una soluzione per intervistare il Cavaliere Giuseppe Benanti. Il cavaliere Giuseppe Benanti, essendo un amante della cucina raffinata, accettò il mio invito a cena Licata, osannata ovunque per uno dei suoi ristoranti preferiti “La Madia” dello chef due stelle Pino Cuttaia. L’occasione giusta per fare due chiacchiere sulla Cantina Benanti ! Un sabato d’Agosto aspettai il Cavaliere Giuseppe Benanti al Falconara
Resort, per un aperitivo sotto un sole pomeridiano ancora cocente, tra palme, ibiscus, un mare africano e un castello imponente che fece da sfondo a un incontro speciale, quello con il cavaliere Giuseppe Benanti. Il cavaliere Giuseppe Benanti ruppe subito il ghiaccio con una raffinata
semplicità, rammentando la nostra prima conoscenza al Vinitaly 2018 e si iniziò così a conversare davanti a due bicchieri di Noblesse , Metodo Classico di Carricante in purezza. Il cavaliere mi chiese di dargli del tu, mi mise subito a mio agio, perché vide quanta felicità traboccava dal
rossore del mio viso. Forse per paura che svenissi, Giuseppe , gran maestro della favella ma al contempo schietto, mi fece cenno di sedermi e di deliziarmi con un altro bicchiere dello spumante etneo per riprendermi! Al fresco di un secolare albero di ulivo, prima che il pomeriggio cedesse il
passo alla sera, Giuseppe iniziò a raccontarmi di lui, della sua famiglia, della sua azienda, dei suoi vini, dei suoi amori, delle sue passioni, della sua terra, dei suoi viaggi, della sua vita , di cui ne ha fatto inevitabilmente un vero capolavoro. Io ero lì ad ascoltarlo, incantata, pensando che la Cantina
Benanti è la Sicilia che vorrei: una terra fatta di uomini che collaborano, che lavorano duramente per valorizzarla con passione, con immenso amore, rispettando le tradizioni ma con uno sguardo verso il futuro.

Il Cavalier Benanti

Il Cavaliere Benanti. Giuseppe Benanti imprenditore catanese nel campo della farmaceutica da generazioni, Cavaliere del Lavoro, ed Accademico Aggregato dei Georgofili, fece di una antica passione di famiglia per il vino un punto di riferimento ed un fiore all’occhiello per l’intera economia del territorio Etneo e Siciliano. Tutto iniziò quasi per caso a fine anni’ 80 al Picciolo Golf Club di Castiglone di Sicilia. Giuseppe, a pranzo con un amico medico Francesco Micale, rimanendo insoddisfatto di un rosso ordinato al tavolo, scommise che si poteva e si doveva fare di meglio in fatto di vini a
Catania, sull’Etna, perché era un luogo ricco di grandi potenzialità. Giuseppe, uomo di mondo, sofisticato, abituato al meglio, ma anche profondamente legato all’isola, tornando in patria, non si accontentò certo di bere vino mediocre! Giuseppe cominciò così a cercare quel qualcosa in più che gli altri non furono in grado di vedere. Un visionario dall’ animo inquieto, che nel giro di pochi anni realizzò il “Rinascimento” dei vini Etnei, da molto tempo anonimi e offuscati dal modaiolo Nero d’Avola. Giuseppe portò l’eccellenza dell’Etna in un bicchiere valorizzandone le varietà autoctone! Si avvalse di un equipe di autorevoli personalità dell’ Enologia provenienti dalle Langhe e dalla Borgogna: rispettivamente Salvo Foti, punto di riferimento per il movimento del vino sull’Etna, Rocco di Stefano dell’Istituto di Enologia di Asti, e Jean Siegrist, professore di Enologia
all’ Università di Beaune. Giuseppe fu un pioniere, intravide una punta di diamante laddove gli altri fermarono lo sguardo su uno strato di carbone. Giuseppe ebbe un’intuizione importante che poi diventò una filosofia di azienda: impiantare i Vitigni Etnei Autoctoni su più versanti e contrade
del Vulcano , ognuno con differenze ampelografiche e di terroir notevoli e oggettive, per portare il potenziale del territorio dell’Etna nella produzione di vini autentici ed eleganti. Giuseppe capì che bisognava puntare a Nord dell’Etna per i rossi autoctoni, quali il Nerello Cappuccio, il Nerello
Mascalese: così il primo polo dell’azienda nasce nel 1988, a Castiglione di Sicilia con l’originario nome di “Tenuta di Castiglione”. Per i bianchi autoctoni, quali il Carricante, Giuseppe mira a Sud dell’Etna, a Milo . Dopo nel 1994 Giuseppe lavorò per conto di terzi l’area vitivinicola a Santa Maria di Licodia (Etna sudovest), e poi finì per allagarsi fino a Monte Serra a Viagrande (Etna sudest), zona del nonno di Giuseppe, riprendendo con ben altra visione l’attività amatoriale di famiglia avviata qui alla fine del 1800. Giuseppe investì tutto e subito con decisione su tali varietà, effettuando circa 150 prove di micro vinificazione e valorizzando sia i tradizionali assemblaggi tipici della DOC Etna Rosso (Nerello Mascalese più Nerello Cappuccio) che i monovitigni, all’ epoca una vera rarità. Nel giro di pochi anni la Cantina Benanti ispirò diversi produttori giunti in seguito sull’ Etna e diventò in breve tempo un distretto vinicolo di eccellenza.
Dal 2000 a oggi la Cantina Benanti contribuì ad incrementare ancor di più la visibilità e la conoscenza dei Vitigni Autoctoni Etnei, e si evolse attraverso importanti tappe aziendali. Tra queste: 2003 primo spumante metodo classico dell’Etna da uve Carricante; 2010 selezione ed ottenimento del brevetto di quattro lieviti autoctoni, ancora oggi, esempio
unico sull’ ’Etna.

Una Famiglia una Passione per il Vino Etneo. Nel 2012 al Giuseppe si affiancarono a tempo pieno i figli Antonio e Salvino, classe 1974, reduci
da esperienze accademiche e lavorative di diversi anni all’estero e poi in Italia. Antonio e Salvino interpretarono con ancora maggiore focalizzazione e rigore la filosofia aziendale ed agirono da subito con grande decisione facendo scelte importanti. Di questa seconda parte della storia della Cantina Benanti , Giuseppe mi propose di parlarne da loro in cantina a
Catania!

To Be Continued. Si era fatto tardi e Giuseppe ebbe giusto il tempo per concludere la nostra interminabile conversazione sulla Cantina Benanti e sulla vita a cena in un altro scenografico ed eccellente ristorante di Licata, la Bottega del Relais Villa Giuliana. Un piatto gigantesco di crostacei freschi serviti su ghiaccio e una bottiglia di “Seleziona di Famiglia di Cantine Milazzo” fu l’unica cosa capace di far scendere improvvisamente il silenzio.
La notte calò e la carrozza andò via insieme a Giuseppe, un Cavaliere Siciliano nel senso più romantico e grande del termine.

PISA – Secondo appuntamento con la rubrica L’”Angolo DiVino”, alla scoperta delle cantine più belle d’Italia e d’Europa, un viaggio inebriante, fatto di persone, passioni e sogni curato dalla nostra Stefania Tardino, sommelier e responsabile del blog su vino e viaggi www.WeLoveItaly.eu, La puntata numero due ospita nel nostro spazio i Garagisti di Sorgono un viaggio alla scoperta di alcuni vini della Sardegna,

di Stefania Tardino

“…siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa
canina, del vento, dell’immensità del mare. Siamo una terra di antichi silenzi, di orizzonti ampi e
puri, di piante fosche, di montagne bruciate dal sole, e dalla vendetta. Noi siamo Sardi…”
G. Deledda

“I Garagisti di Sorgono”. Sono la risposta di Roberto Cipresso, enologo di fama internazionale, alla mia domanda riguardo a dove scovare nuovi vini da assaporare e nuove emozioni da raccontare nel mio Blog DiVino e viaggi WeLoveItaly.eu. Galeotta una cena fra sommelier presso l’elegante ristorante “Nautilus” a Tirrenia, Pisa, il 28 Novembre del 2018. Roberto è ospite d’onore della serata. Tutti i commensali lo ascoltiamo affascinati mentre descrive le sue bottiglie di rossi e bianchi e presenta il suo libro “Il Vino, il Romanzo Segreto” , in cui scrive delle sue esperienze in giro per il mondo e del suo approdo finale a Montalcino nel 1987. Nella città del Brunello il talentuoso winemaker fonda, tra le altre cose, il “Wine Circus”, una società di consulenza agronomica ed enologica ora a disposizione di trenta aziende dislocate in tutta Italia, isole comprese. Proprio in Sardegna Roberto scopre un territorio e quattro giovani imprenditori che osano trasformare un’antica passione di famiglia per il vino nel lavoro della loro vita. Si tratta di Pietro Uras, Renzo Manca, Simone Murru e Andrea Macis, amici sin da piccoli, che grazie all’aiuto di Roberto avviano un’azienda vinicola. Il loro sogno ha un nome “I Garagisti di Sorgono”, che trae volutamente ispirazione dal movimento francese dei “ Vins de Garage”, a sottolineare la tipologia ricercata e introvabile dei loro vini rossi, garbati, caldi, e destinati a una nicchia di intenditori. Il fenomeno dei “ Vins de Garage”, nasce a Bordeaux negli anni ’90, quando Robert Parker stella l’altissima qualità ed esclusività di alcuni “microchateaux” prima a Pomerol e poi a Saint-Emilion (“Le Mondotte” di Chateau Canon-La-Gaffeliere, “Le Dome” di Chateau Teysser e il “Gracia”), facendoli diventare carissimi e
oggetto dei desideri da parte di collezionisti di tutto il mondo. Ciò succederà inevitabilmente anche ai rossi de “I Garagisti di Sorgono” , il meglio della tradizione vinicola sarda in quattro etichette che hanno il loro cognome e il loro volto : “Macis” per il Bovale o Muristeddu in sardo, “Manca”
per il Cannonau, “Murru” per la Monica e “Uras” per il Mandrolisai , una chicca di cui vi dirò a breve. Nel giro di pochi mesi volo verso la Terra dei Nuraghi per conoscerli di persona, perché attraverso i loro vini desidero afferrare lo spirito della Sardegna, della sua cultura, delle sue tradizioni, delle persone che la abitano. Un pellegrinaggio verso paesaggi mai monotonamente uniformi, che ora mostrano e ora nascondono le remote vicende di questa isola le cui origini sono tra le più complesse e singolari del Mediterraneo. Un Eden dove la viticoltura viene praticata da millenni, da prima della dominazione romana, e poi con i Fenici, i Romani, i Bizantini, le signorie toscane e genovesi con i monaci benedettini e camaldolesi, il lungo dominio spagnolo, per finire con il regno sardo-piemontese, ininterrottamente sino ai giorni nostri.

La Ferrovia di Sorgono

“Uras”, il Mandrolisai di Sorgono. Sono le 10 di venerdì sera. Attero a Cagliari in un weekend piovoso di fine Maggio. Il mio primo pensiero è Giulia, raggiante medico della capitale, una di quelle amicizie che porti con te sempre e per sempre, a cui devo l’onore d’ avermi fatto scoprire per prima questo angolo d’Italia. Ad attendermi all’aeroporto c’è Pietro Uras, che mi accoglie con un gran sorriso. Il suo fare gentile e amichevole mi mette subito a mio agio. Mi fa accomodare in una piccola Fiat Panda grigia per il nostro viaggio, direzione Sorgono! Mi fa stare solo un po’ male l’idea di due ore di curve prima di raggiungere la meta. Pietro però riesce a distrarmi con una parlantina degna di un avvocato non appena mi parla della sua Sorgono, un paesino di appena 1700 abitanti, e di come inizia l’avventura imprenditoriale dei quattro “garagisti”. Seguitemi! Pietro colloca Sorgono nel centro della Sardegna, a 700 metri d’altezza sul versante occidentale della catena montuosa del Gennargentu, a sud ovest della Barbagia di Ollolai. Questa è l’area geografica del Mandrolisai, da cui l’omonima DOC , di cui però non so molto. Pietro non esita a intervenire dandomi precise informazioni al riguardo, che riporto nel dettaglio perché molto interessanti. La denominazione Mandrolisai DOC risale al 1981, e comprende i vini rossi e rosati delle zone collinari della Sardegna centro occidentale, includendo per intero oltre che Sorgono i seguenti comuni: Ortueri, Atzara, Sorgono, Tonara, Desulo e Meana Sardo, in provincia di Nuoro e il comune di Samugheo in provincia di Oristano. I vini “Mandrolisai” sono il risultato dell’uvaggio in diversa percentuale dei tre vitigni sardi , cioè, secondo disciplinare, 35% Bovale /20%-35% di Monica (vitigni autoctoni) e 20%-35% di Cannonau (simile alla Grenache francese) . I tre vitigni vengono vinificati assieme in maniera da conferire al vino ognuno le proprie qualità migliori: il Bovale il colore, l’intensità, il corpo e un po’ di rudezza e di tannicità, il Monica la gentilezza, la freschezza e la fruttuosità e il Cannonau l’alcool. A un certo punto Pietro si sofferma sull’unicità della tecnica dell’uvaggio multivarietale che è praticata solo nel Mandrolisai, ed è antichissima. Con sistematicità i loro nonni e bisnonni, possedendo filari di viti con tante tipologie di uva, dopo la raccolta vendemmiavano tutto insieme, mescolando anche 5/10 differenti tipi di uva e producendo così quasi esclusivamente vini misti. Rispetto al passato Pietro fa notare che tale mescolanza non dà più vita ad un miscela casuale, ma è bensì il frutto di approfonditi studi dei tempi di maturazione dell’uva ed è mirata a conferire al vino particolari note e sfumature. Leggo negli occhi di Pietro la fierezza di preservare questa alchimia enoica, e ne ha tutte le ragioni, perché sono vini rossi pregiati che richiamano i più modaioli Bordeaux, Valpolicella e Chianti, solo per citarne alcuni.

Sorgono, l’ombelico del Mondo. C’è ancora un po’ di strada da fare. Durante il tragitto la notte è troppo fonda ed oscura per ammirare il paesaggio intorno, che solo una luna tonda e bianca riesce a tratti ad illuminare. Quelle sagome nere che ci circondano improvvisamente prendono forma nella mia mente, non appena Pietro evoca i suoi ricordi d’infanzia: quella è sempre la stessa vegetazione rigogliosa che ricorda da bambino, fatta di querce, mirto, corbezzolo e cisto, che si alternano ai vigneti in una cornice suggestiva, avvolta da un silenzio profondo. Rimango un po’ perplessa, c’è una nota di nostalgia in Pietro, come se tutto ciò che ama non è sempre lì a portato di mano, e mi chiedo il perché dal momento che sta sempre a Sorgono! Il mio dubbio svanisce quando Pietro mi confessa del suo desiderio di trasferirsi presto in Sardegna per dedicarsi completamente alla sua attività. Vengo infatti a sapere che lui è l’unico che abita fuori, precisamente a Parma, dove si forma come tecnologo alimentare collaborando con importanti imprese emiliane da 19 anni. Da studente va via per la curiosità e la necessità di vedere cosa c’è oltre la sua isola, e gli fa bene, ma non può stargli lontano per molto. Pietro risente della lontananza da casa, e al momento può rientrare solo qualche volta al mese. Non può lasciare definitivamente la sua occupazione attuale, come del resto gli altri tre soci, perché c’è bisogno continuamente di soldi da investire. Devono decollare e non possono permettersi di stare dietro i tempi e la burocrazia infinita e macchinosa delle istituzioni governative di settore e non, che sono sempre più lente laddove invece dovrebbero agevolare e favorire lo sviluppo della cittadinanza. L’Italia è il lupo cattivo di questa favola. I quattro vigneron sardi però non si arrendono di fronte a nessuna difficoltà, sono testardi e risoluti ad andare avanti a tutti i costi, senza mollare mai. Pietro, Renzo, Simone e Andrea si conoscono da sempre, e ciò che li accomuna oltre a un grande affetto, è la passione per la Sardegna e per le loro vigne, ereditate dai loro padri e dai loro nonni. Hanno competenze tecniche e grinta giusta per imbottigliare quel patrimonio enorme in rossi versatili, fini e particolari, da quelli che rallegrano la famiglia, a quelli che soddisfano i palati più esigenti. Un grande passo quello di mettersi in proprio e un terno al lotto in Italia, eppure sono accanto a chi ci sta provando, che mi sta accompagnando proprio in quel borgo sardo da cui tutto trae origine. All’improvviso Pietro svolta verso una piccola stradina e spegne il motore del veicolo nei pressi di un promontorio in mezzo alla campagna. Mi porta vicino a un santuario, quello di San Mauro e me lo dipinge con orgoglio, perfetta sintesi di arte tardogotica, barocca e rinascimentale. Questo è un edificio di culto, un ampio complesso architettonico, la cui caratteristica è la presenza di abitazioni a schiera, dette muristenes in sardo, veri e propri alloggi per i pellegrini. Ancora oggi le muristenes sono utilizzate da migliaia di devoti come luogo di ritrovo in occasione della “Sagra di San Mauro”, celebrata l’ultima domenica di Maggio a Sorgono. Abbagliata dalla maestosità di quel monumento di arte sacra, risalgo nella Panda e dopo un po’ giungiamo finalmente a Sorgono. Pietro mi lascia al mio alloggio e prima di andare via mi comunica che l’indomani il mio itinerario prosegue con gli altri due “garagisti “, Simone e Renzo, perché lui è a un matrimonio e Andrea a Cagliari per lavoro. Sono nella mia stanza e non ho la forza di disfare le valigie per la stanchezza. Vado a letto con il pensiero di quei vicoli stretti e deserti, e la voglia di perlustrare alle prime luci dell’alba questa piccola cittadina, di cui fino a qualche tempo fa non ne conoscevo neppure l’esistenza!

“Manca” il Cannonau e “Murru” la Monica. Sabato mattina mi risveglio nel mio accogliente B&B “Minù”, una mansarda elegantemente arredata in centro, che mi coccola con una colazione sublime di dolci e frutta fresca per avere l’energia giusta e vivermi Sorgono, con i suoi tesori e le sue delizie enogastronomiche. Renzo e Simone vengono a prendermi con una jeep. Parcheggiamo e ci sediamo a un bar vicino il comune per prendere un caffè perché fuori diluvia. Le lancette dell’orologio sembrano fermarsi, tutto a Sorgono scorre lento, ogni cosa è al suo posto e la gente si saluta per strada. C’è un senso di pace e di quiete che fa bene all’anima. Renzo mi indica fuori dalla finestra una piazza che è il luogo di ritrovo per i compaesani. Lì si svolgono quasi tutte le più significative manifestazioni del calendario sorgonese “Autunno in Barbagia“, tra cui “Sa Innenna“, ovvero la vendemmia tradizionale. Quell’agorà cambia in meglio il loro destino quando nel 2014 vi si tiene “Wine and Sardinia”. In occasione di questo rinomato concorso enologico di vini regionali e locali, entrano in
contatto con Roberto Cipresso, il presidente della commissione esaminatrice. I quattro amici non esitano a chiedere consigli a Roberto per il loro progetto di vinificare con le loro risorse e in modo del tutto autonomo. Da lì a poco Roberto si reca a Sorgono per studiare più da vicino le loro vigne e rimane meravigliato delle straordinarie potenzialità di quell’angolo di paradiso, e decide di fargli da guida per tutto il loro percorso imprenditoriale. Nulla accade per caso! Io Renzo e Simone siamo
ancora dentro il piccolo cafè sardo, fuori c’è solo qualche passante che si affretta a rientrare in casa, fa freddo e grandina, quale momento migliore per prendere ancora appunti. Ora è il turno di Simone che prosegue la narrazione citando il 2016 come il loro anno di svolta, quando, contando
sul supporto professionale di Roberto, lanciano circa 6000 bottiglie della loro azienda vinicola direttamente nel mercato nazionale. Nel 2017 i loro quattro rossi sono presenti nella gettonatissima enoteca della Locanda Mariella, un piccolo e noto ristorante vicino Parma. Subito dopo nel 2018
fanno il debutto ufficiale nel mondo del vino al “Vinitaly” di Verona e i loro quattro marchi suscitano la curiosità e l’interesse di innumerevoli Wine Lovers e Wine Experts. Mi rendo conto di avere la fortuna di intervistare un’azienda cult, e proprio quando penso che faranno strada, giocano
d’anticipo! Quasi incredula vedo pubblicato nel giornale del paese un articolo in merito ai premi che nel 2019 i loro rossi strepitosi ricevono a livello europeo al “Concurs Mundial Bruxelles ”e a livello mondiale al “Decanter World Wine Award”! Quale è la prossima mossa? Non so se riesco a stagli dietro! Proviamoci. Neppure un attimo per rendersi conto di cosa gli stia succedendo di così bello, che questi quattro prodi marinai sono di nuovo in mare aperto. Nuove sfide li aspettano. Adesso il loro compito è quello di cavalcare quelle onde che li porterà in alto senza sommergerli,
perchè sono dei bravi navigatori e sanno dove vogliono andare. Sfrutteranno i venti loro favorevoli e guideranno la loro nave fino agli oceani più lontani, con la consapevolezza di avere sempre nella
loro Itaca un porto sicuro dove ormeggiare.

I vigneti di Mandrolisai

Il Mandrolisai, essenza di un terroir. Qual è il segreto dell’eccellenza dei vini firmati dai quattro “garagisti” sardi? Alla base c’è la loro terra, che anche in altri parti dell’isola in questi ultimi anni dispensa fiumi di oro rosso, apprezzato tanto in Italia quanto all’estero. Non siamo di fronte a un fenomeno o a una moda passeggera del momento. Molti giovani intraprendenti, tra cui i nostri quattro amici, sanno semplicemente che gli abbondanti terreni che hanno tra le mani, quelli tramandati dalle generazioni precedenti dopo la crisi dell’edilizia, valgono una fortuna immensa per il presente e il futuro. I beni di madre natura sono così lavorati con sudore e sapere da impresari di nuova era e ne consegue il proliferarsi di piccole aziende. E sono proprio queste ultime che stanno dando un certo respira all’economia regionale, con una produzione enoica di qualità a tiratura limitata, sempre più richiesta nel mercato dai consumatori moderni più attenti e con elevato potere d’acquisto. I vini sardi dunque rappresentano oggi una possibilità di rinascita per il paese e possono contare su prodotti di punta come quelli de “I Garagisti di Sorgono”. I loro vini fanno impazzire, perché sono un mix perfetto di rispetto per la tradizione e occhio all’innovazione per raggiungere e farsi raggiungere dalle persone: sono dei rossi mediterranei profondi e snelli, complessi e non troppo alcolici o difficili da bere. Adesso voglio sapere di più, capire e vivere un’identità territoriale vincente e senza uguali, quella di Sorgono, capoluogo del Mandrolisai, regione estrema ma ancora per poco sconosciuta, da cui provengono quei vini che smanio di degustare. Il mio viaggio è con olfatto, gusto e occhi, tesi a percepire profumi, sapori e colori che si avvertono subito nell’aria non appena un sole timido ci permette di uscire fuori dalle mura urbane. Con il loro piccolo fuoristrada Renzo e Simone mi fanno varcare i cancelli del loro El Dorado, fornendomi ogni sorta di dati e delucidazioni su tutto quanto sperimento in prima persona con loro. Qui di seguito il mio tour ora turistico ora più squisitamente enologico:

Ferrovia di Sorgono: tappa imperdibile un binario unico utilizzato cento anni fa per collegare Sorgono con Cagliari e altri centri della Sardegna. Nel 1997 si decise di destinare questa tratta ferroviaria esclusivamente a uso turistico, e la maggior parte degli spazi abbandonati sono oggi adoperati come rimessa degli autobus urbani. Quello che si può vedere adesso è lo scheletro di questa vecchia ferrovia e dei vagoni treno dell’epoca, che
però farebbero bene a essere sfruttati come un museo plein air piuttosto che come vasi per l’erba rampicante! Ci sarebbe molto da dire su questo pezzo di storia cittadina, come per esempio del fatto che proprio da qui lo scrittore inglese D. H. Lawrence nel gennaio del 1921 vagabonda per l’interno della Sardegna e lo rende eterno in un capitolo del suo
diario “Sea and Sardinia” (Mare e Sardegna);

“Biru e Concas”: scavalchiamo un muretto basso, l’accesso è libero, è davanti a noi la maggiore concentrazione di menhir (dal bretone men “pietra”e hir “lungo”) del Mediterraneo, risalente a circa cinquemila anni fa. Un sito archeologico di circa 200 monumenti megalitici immerso in cinque ettari di campagna selvaggia, rigogliosa, puntellata da sugheri, castagni, noccioli, conifere e fiori colorati che crescono spontaneamente
ovunque. Questi grossi massi sono scolpiti e levigati fino a ottenere una forma ogivale: i più antichi, proto-antropomorfi, risalgono al Neolitico recente (3500-2800 a.C.), quelli più lavorati e stilizzati, antropomorfi, sono da collocare nell’Eneolitico (2700-1700 a.C.). Queste teste di roccia allungate hanno posizioni diverse, ora isolate, ora messe in fila l’uno dietro l’altro, ora in coppia o in triadi, ora in circolo. Alcune invece sono stese per terra e
rivolte a ovest, verso il tramonto, atre spezzate, forse per effetto della ‘guerra santa’ contro gli idoli dei barbaricini, dichiarata da papa Gregorio magno nel VI secolo, durante la cristianizzazione della Sardegna più interna. Un’ area suggestiva che strega chiunque entri al suo interno e di cui rimane ancora irrisolta la motivazione della sua costruzione. Siamo di fronte a una testimonianza di arte cultuale preistorica, a un osservatorio astronomico, o cos’altro? Molti archeologi stanno tentando di dare una risposta. Io invece da persona comune, mi domando se in Sardegna, come del resto in tutta Italia, esisterà mai un giorno una classe politica in grado di produrre valore dalle ricchezze storico – culturali che tutti gli stranieri ci invidiano. Per fortuna laddove non c’è il pubblico c’è il privato e allora accontentiamoci delle telecamere del programma televisivo “Voyager”, che abilmente condotto da Roberto Giacobbo, dedica una puntata intera a “Biru e Concas” con l’appellativo di “Stonhenge Italiana”. Che dirvi se non buona visione! I vigneti del Mandrolisai: sono ancora sotto effetto del carico di magia di quel giardino di pietra. A scuotermi il meteo che torna a essere avverso, e perciò riusciamo ad avere accesso solo al vigneto di Simone in località “Pischina/Bau Perdosu”, dove c’è prevalentemente il Monica per il suo “Murru”. Il paesaggio è costellato da filari splendidi il cui colore verdeggiante è sbiadito da una nebbiolina fitta e densa. La nostra passeggiata viene interrotta da un acquazzone improvviso che ci spinge a trovare riparo all’interno di un vecchio edificio lì nelle vicinanze. Simone ne approfitta per mostrami almeno in una mappa la posizione degli altri tre complessi di viti, che, suo compreso, offrono le tipiche varietà della tradizione vitivinicola sarda: il Cannonau di Renzo per il suo “Manca” sta a “Figu/Su Boscu/Burdaga”, il Bovale di Andrea per il suo “Macis” a “Monte Pischina /Ghennargiunei”, e infine il Mandrolisai di Pietro per il suo “Uras” a “SaSedda/Perdu/Cresia”. Simone, l’enologo dell’azienda, poi con semplicità mi fa luce sul perché i loro vini rossi sono così speciali e possono essere fatti solo lì a Sorgono e in nessun’altra parte del globo terrestre. Le loro uve nascono da terreni di alta collina (a circa 400/600 metri sul livello del mare), soleggiati e magnificamente esposti (sud-est) con un suolo di origine granitico, sciolto, povero. Da qui vini rossi che hanno un bouquet fresco,
fruttato, rotondo, e un gusto secco, sapido, pieno, giustamente tannico e bilanciato. Anche il clima, caratterizzato da forti escursioni termiche, poche piogge e da lunghe estati, contribuisce alla buona riuscita dei vini, garantendo una perfetta maturazione dell’uva anche nelle annate più fresche. Inoltre la maggior parte delle loro vigne essendo per lo più
centenarie, e per lo più allevate ad alberello (da sempre diffuso in Sardegna), risultano essere molto poco generose nel produrre una buona quantità di grappoli (densità di quattromila ceppi per ettaro e rese bassissime, non superiori a 35 quintali), ma sono ideali per offrire una altissima qualità. Tutte queste caratteristiche geografiche e pedoclimatiche,
questo tipo di natura aspra e dolce, forte e delicata, regalano ai quattro “garagisti” di Sorgono magnifici vini di terroir, che non hanno nulla da invidiare a quelli dei cugini d’Oltralpe;

Agriturismo “Su Connuttu”: giustamente vi starete chiedendo se ci è venuta fame dopo, questo lungo giro! Certo che sì, e ci siamo egregiamente viziati all’ Agriturismo “Su Connuttu”, Sorgono. Ad aprire la porta di questo casolare intimo e accogliente il proprietario Costantino e il figlio Daniele che ci fanno accomodare davanti una tavola benimbandita piena di delizie sarde da abbinare ai quattro rossi de “I Garagisti di Sorgono”. Ed è così un po’ on the road che tra un boccone di agnello e ‘carasau’ li tasto uno a uno per la prima volta! Sono una rivelazione dei sensi magnifica. Ogni vino rosso al calice esprime al massimo tutte gli elementi distintivi dei quattro vitigni sardi: colori vivaci, profumi inebrianti, tannini gentili e levigati, e intensi al punto da potere essere perfettamente abbinati al resto del succulento banchetto a base di verdure fritte, polpettine di maiale in umido e delle immancabili ‘seadas’, dolci di pecorino filante e miele. Come in ogni buona tavola sarda sai quando inizi ma mai quando finisci! Così termino il sabato sera in pizzeria e poi al pub del paese con Renzo e Simone. E sorpresa si aggiunge pure Pietro, arrivato sfatto dalle baldorie di uno sposalizio appena concluso!

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Omphalos, la Sardegna di Atlante, primo centro del mondo. Domenica, partenza, è da mettere in conto , così come la consapevolezza che ti mancheranno, però non faccio prendere dalla malinconia.
Mi godo ancora una camminata a Sorgono con Renzo e Simone e Pietro che mi illustrano i quartieri e le abitazioni più tipiche, tra cui la casa nobiliare dello stesso Uras del 1600 appartenuta al vescovo Aragonese Joan Per Ecarta. All’interno del suo bel palazzo, Pietro mi confida esserci custoditi dipinti di un pittore spagnolo molto acclamato del 1900, Antonio Ortiz. Dopo Parigi e Roma, Ortiz sceglie il centro della Sardegna per manifestare nei suoi quadri tutto il suo talento nel ritrarre la vita quotidiana e scene di aggregazione sociale , come voleva il movimento artistico a cui apparteneva, quello costumbrista. Non c’è neppure un minuto purtroppo per contemplare quei capolavori perché c’è una tabella di marcia da rispettare, che mi sorprende ancora una volta “Omphalos, la Sardegna diAtlante, primo centro del mondo”: titolo di una mostra a cui
necessariamente i tre “garagisti” mi invitano a partecipare. E non finirò mai di ringraziarli per questo, perché affidati tutti quanti alla graziosa Francesca, guida del museo, facciamo un salto nel passato più remoto di questa isola così intrigante e misteriosa. Questa esposizione
approfondisce tutto ciò che tra libri, interviste e video riguarda Sergio Frau, uno scrittore di origine cagliaritane che vive a Roma. Con le sue teorie Frau fa accendere i riflettori su Sorgono, sostenendo, tra assensi e dissensi, che Sorgono è il centro del mondo, dove secondo Eschilo, nel suo “Prometeo Incatenato”, Atlante reggeva il cielo. Frau è certo (fino a che, come osserva lui, qualcuno non lo smentisce) di avere trovato nella Sardegna con
Sorgono l’ombelico del mondo, quello cantato da Omero, Diodoro Siculo, cercato dall’uomo attraverso le tenebre dei secoli e l’oblio dei Questo giornalista infrange ogni ”certezza” moderna, spostando le Colonne d’Ercole da Gibilterra al canale di Sicilia, individuando così nella Sardegna del II millennio a.C. la mitica Atlantide, raccontata quasi come su una mappa da Platone proprio oltre le Colonne. A concludere la visita un excursus storico di Francesca su tutto ciò che rende la Sardegna degna di essere visitata tutto l’anno: dai Nuraghi a San Mauro, dai vestiti folkloristici dei sardi alle cassapanche di legno di fine secolo sapientemente intagliate da maestri artigiani locali per il corredo di giovani sposi.

Vigneti di Pietro e Renzo: questi sono gli ultimi spazi benedetti della mia esperienza sarda, una delle più significative del mio errare per le bellezze del nostro Bel Paese sia a livello professionale che umano. Aperta un’inferriata tra trazzere strette e lunghe Pietro guida fino ai suoi 10 ettari di terra seminati tutti a Mandrolisai. Un vento leggero e gentile soffia su tutto il resto della vegetazione incolta, e mentre affido agli scatti
distratti della mia macchina fotografica l’immortalità di quegli attimi, Pietro sussura qualcosa a una vite, Renzo e Simone ne abbracciano una e io li seguo. Lì in quell’universo primordiale ritorni all’essenza e alla straordinarietà della vita, che si manifesta in quei gesti spontanei così semplici e veri. Dal poggio della tenuta ci dirigiamo verso la villetta dei
genitori di Pietro, dove si rifugia quando può, piena di oggetti che ricordano una mamma dolce e sempre presente, e di quadri che ritraggono Sorgono. Questo legame con la famiglia è forte, lo senti a pelle, e lo riavverti nella masseria di Renzo in cui ci spostiamo poco dopo. Una magnifica distesa di Cannonau protetta dal guardiano di turno, Pasqualino il ciuchino,
che ci fa qualche festa appena ci vede avvicinare, e poi ci snobba tornando al suo riposino pomeridiano. Renzo ci presenta intanto uno per uno le facce delle foto in bianco e nero appese nelle pareti dello stabile del suo fondo. Sono i suoi zii, i suoi cugini, padre, madre, e Simone e Pietro interrompono Renzo perché ci scorgono qualche parente. Mi allontano
quasi per rispettare quella loro atmosfera così intima e mi rilasso su una panca di legno. Sotto un albero fronzuto e attorno a un tavolo di marmo
io, Pietro, Renzo e Simone finiamo l’ultima bottiglia di Mandrolisai brindando alla bellezza, che, parafrasando Dostoevskij , un giorno salverà il mondo!

E in vino veritas tutti e tre mi fanno notare che è ora di recuperare le valigie e spedirmi a Pisa! Pietro mi riporta alle partenze e , sfiorando l’idea non andata in porto di restare ancora un po’, abbraccio lui e virtualmente tutti gli altri tre “garagisti” di Sorgono, promettendomi di essere presto
con loro un’altra volta ancora.

PISA – Parte su Pisanews la nuova rubrica L'”Angolo DiVino” , alla scoperta delle cantine più belle d’Italia e d’Europa, un viaggio inebriante fatto di persone, passioni e sogni curato dalla nostra Stefania Tardino, sommelier e responsabile del blog su vino e viaggi www.WeLoveItaly.eu, La puntata zero ospita nel nostro spazio Roberto Cipresso famosissimo winemaker di Montalcino conosciuto a livello internazionale.

di Stefania Tardino

Un incontro diVino. Nulla è per caso, c’è sempre una ragione perché qualcosa accada. Incontrare Roberto Cipresso in qualche modo ti cambia la vita in meglio, perché riesce a indirizzare la tua energia verso quello che inconsciamente stai cercando di tirare fuori da tempo. Una sorta di segnale stradale che, molto sottilmente, indica una via da seguire, anche se non si sa dove porterà. Come un angelo che ti sfiora una spalla, un tocco lieve e la tua pelle è “marchiata” per l’eternità: lui torna a spiegare le sue ali e tu invece incominci a fare sul serio! Una coincidenza fortunata o buona sorte, non lo so, ma ad oggi quella telefonata di Roberto prima di andare in ferie è un tassello di un mosaico di cui non ho ancora chiaro il soggetto. Qualche settimana fa inaspettatamente e con mia grande gioia e stupore Roberto mi chiama, e vedendo il suo nome nel mio cellulare non credo ai miei occhi. Prima si complimenta con me del mio ultimo post sui “Garagisti di
Sorgono”, figlio del caso nato lo scorso novembre, quando a una cena tra Sommelier al “Nautilus” di Tirrenia, mi ritrovo per la prima volta davanti a Roberto. Una circostanza propizia insieme a lui, che mi incita a volare nel cuore della Sardegna alla scoperta di questi prodigiosi vignaioli . Dopo mi invita nel suo rifugio segreto “Poggio al Sole” a Montalcino, per darmi il grande privilegio di intervistarlo. Non è certo un treno che mi faccio scappare, quando mi ricapita! Complice ancora una volta la passione per il Vino, mi preparo per questa nuova avventura, felice di scandagliare da vicino l’anima di Roberto. Perché è da un po’ che cerco notizie qui e lì per avere una minima idea di ciò che questo eclettico Wine Globtrotter realizza nel nostro Bel Paese e Oltre Oceano, ma non mi basta. Non voglio stare in superficie, voglio toccare il fondo! Avere un quadro completo di Roberto e del suo percorso umano, intellettuale e professionale è un’impresa bellissima, ma ardua. Immaginatevi di riuscire a indovinare alla cieca le percentuali dei diversi vitigni di uno Châteauneuf-du-Pape , il celebre vino rosso francese fatto da ben 13 varietà di uve diverse sia a bacca nera che bianca. Non è una cosa che almeno io sarei mai in grado di fare. Ecco, è uguale con Roberto. Faccio quello che posso! Bevo tutto d’un fiato questo calice per papi e lo apprezzo più nella sua nuda totalità che nelle sue singole parti complesse. Roberto un nome, mille stili e qualità!

Poggio al Sole, Montalcino. Un caldo Venerdì di Giugno e si parte. Un viaggio in macchina di circa due ore e mezza da Pisa lungo la Maremma toscana, tra colline, girasoli e casali antichi, circondati da un verde raggiante e un cielo turchino, che ti danno la risposta al perché hai scelto di vivere qui! Come Dante con Virgilio giunge al Paradiso, io traghetto a Poggio al Sole, il buen ritiro campestre di Roberto, con Giorgia, la receptionist tutto pepe, che mi viene incontro con la sua auto a metà strada, prima che io mi perdessi del tutto. Se vuoi il meglio, il sentiero in cui imbattersi è sempre quello più complicato! Nonostante la mia guida poco
brillante e un percorso tortuoso e poco agevole, varco finalmente il cancello dell’eden attraverso un filare di cipressi alti e maestosi. “Poggio al Sole” è un’esclusivo agriturismo immerso in due ettari di terra coltivati per lo più a Brunello e pennellati da una vegetazione dolce e avvolgente tra Castelnuovo dell’Abate , Sant’Angelo in Colle, e il Monte Amiata. Nel 1996 Roberto trasforma un vecchio rudere del 1700 in un resort di 5 appartamenti rivolti ai viaggiatori e ai sognatori, che vogliono rigenerare mente e corpo, lontano da tutto e tutti. Sì, perché l’effetto di quando metti piede lì dentro è devastante, un silenzio che fa rumore, che ti pervade
mentre fissi a guardare paesaggi che tolgono il fiato, mentre respiri aria buona, mentre senti profumi di ginestra, lavanda e rosmarino, e ascolti gli alberi parlare al primo fresco venticello che ne muove le foglie. Un’elegante residenza dal sapore antico dove ritrovare se stessi semplicemente rilassandosi e lasciare che tutto scorra leggero come un piccolo ruscello nel bosco. Si apre il sipario. Giorgia mi consegna le chiavi del mio appartamento “Il Sole”, entro nella mia stanza, poso le valigie, mi rinfresco, caffè nero bollente e mi affaccio alla finestra per ammirare la natura in cui “Poggio al Sole” è incastonato come una gemma preziosa.

Non solo Brunello. Non so descrivere esattamente il senso di pace interiore e di beatitudine provato, non ci sono parole adatte, bisogna esserci, niente altro. Il sole che scompare tra gli ulivi secolari e le buganvillee, e che cede il posto al tramonto, è uno spettacolo che ti intimidisce. Una luce soffusa colora d’arancione tutto quanto è intorno: le botti di legno sparse nel giardino, il gelsomino bianco, i covoni di paglia, i filari ordinati e i piccoli borghi medievali che si intravedono a distanza. Rimango sul davanzale di un balconcino intrappolata in quella meraviglia. A distrarmi solo le lancette dell’orologio che segnano le venti, e mi ricordano che è ora di cenare con Roberto e la sua famiglia. Inizio ad affrettarmi e sto appena toccando con mano cosa vuol dire stare dietro Roberto, che è quasi impossibile, non ce la fai! Però tre giorni forse posso reggere. Mi ricarico con una croccante e gustosissima focaccia al pomodoro di una trattoria a pochi chilometri da “Poggio al Sole”, in cui ci rechiamo velocemente per la fame. Sono all’aria aperta intorno a una bella tavola imbandita con Roberto, i suoi dolcissimi figli Matteo e Gianmarco, e Fabio il padovano, suo instancabile amico e collaboratore. Il caldo è asfissiante, siamo stanchi e abbiamo la felice idea di metterci dentro il locale in cerca di aria condizionata, ma non ci accorgiamo che siamo finiti accanto al forno! Non si ha la forza di alzarsi e fare qualcosa, tranne che fare due chiacchiere per programmare il mio fine settimana e stare un po’ con Roberto, compatibilmente con i suoi impegni. Tra un boccone e l’altro provo a seguire la scaletta di Roberto per i due giorni successivi: sabato relax
a “Poggio al Sole” per raccontarmi di lui e della sua incredibile esistenza, domenica giro della sua cantina. Mi tranquillizzo, si può fare. Roberto mi incastra tra un’appuntamento e l’altro della sua agenda, e con un sorriso che ti spiazza, ti dice che è contento e che non devo ringraziarlo. No comment! Roberto è fatto così è pieno di entusiasmo, e corre talmente veloce che non si accorge di quanto sia straordinario, anzi meglio
usare il lemma latino extraordinarius, letteralmente “fuori dal comune”. Tra le altre cose oltre e l’umiltà dei grandi, Roberto ha la capacità di farti sentire a casa e parte della sua famiglia, e ti sembra di conoscerlo da secoli. Un uomo di così grande spessore e talento, quando vuole, riesce a donare sempre sé stesso agli altri senza misura. Fosse una poesia Roberto, sarebbe “Se” di Rudyard Kipling, perché “riesce a parlare con la canaglia senza perdere la sua onestà, o a passeggiare con i re senza perdere il suo senso comune”. Ed è questo che più ti rimane impresso e che non dimenticherai mai. Quando Roberto parla ti incanta, e mi confida che lui è quello che è ed ha quello che ha grazie alla presenza costante e all’affetto immenso della moglie Marina, dei suoi bimbi, e di tutti coloro che quotidianamente lo supportano professionalmente in Italia e all’estero . E quando ti senti dire questo, ti auguri solo che al mondo di persone così ce ne possano essere un’infinità. Incredibile ma anche Roberto è sfiancato, e ci ordina quasi imperativamente che è ora di congedarsi. Si risale sulla sua jeep bianca e mi accompagnano gentilmente al “Poggio al Sole”. Li saluto e vado a dormire anche io. Prima di andare a letto vagabondo per “Poggio al Sole”, un regno incantato coperto da un manto di stelle, che emana un fascino, e suscita di quelle emozioni, che ti toccano
nell’intimo più profondo. Mi fa compagnia un calice di prosecco e Macchia, il gattino morbidoso della cascina. Mi addentro lentamente nei meandri della villa, fino a quando non scorgo tra le vigne una piscina sospesa nel buio della notte e illuminata da faretti che esaltano l’azzurro delle sue maioliche e ne definiscono i contorni. Voi cosa avreste fatto al mio posto? Bravi, mi sono lasciata viziare dall’acqua, in cui mi immergo per calmare la calura quasi africana, e da una improvvisa brezza estiva, che mi asciuga
dolcemente. Quell’attimo eterno dura fino a quando non rientro in camera e mi faccio coccolare dalle lenzuola di lino bianco del mio letto. La mia mente vaga ancora fino a quando non la spengono fuori le
cicale intonando una musica di sottofondo, che mi butta tra le braccia di Morfeo.

Roberto Cipresso tra Sacro e Profano. Mi alzo verso le cinque di Sabato mattina e fuori dalla persiana intravedo le sagome di alcuni contadini che stanno vendemmiando in piena campagna toscana. Un quadro di Monet. Riprendo a dormire ma nulla, e scendo giù aspettando l’alba sdraiata su un chaise longue. Chiudo gli occhi per un po’, e li riapro perché Macchia mi sveglia strusciandosi addosso con le sue zampette, quasi a ricordarmi che è ora di alzarsi. Mi tiro su con una abbondante colazione e non voglio fare nulla, solo assecondare i miei ritmi, tanto più tardi a scuotermi ci sarebbe stato Roberto. Così mi dedico esclusivamente a me, godendo di quello che
ho, non ultimo il libro di Roberto “Vino, il Romanzo Segreto”, che voglio finire all’ombra di una quercia al riparo dall’afa di un pieno mezzo giorno di fuoco! Roberto nasce a Bassano del Grappa nel 1963. Dopo aver terminato agraria nel 1987 si reca a Montalcino per un incarico di lavoro, e si dà tre mesi per il suo soggiorno. Ormai ubriaco di Vino e della maledetta Toscana, che ti frega appena ti accoglie senza farti andare più via (ne so qualcosa!), Roberto si trasferisce in pianta stabile nella Città del Brunello. Durante la sagra del Tordo a Montalcino, appena ventenne, Roberto, da bravo alpinista qual è, pianta la bandiera rossa e gialla (guarda caso stessi colori di Bassano ) del suo nuovo quartiere di Travaglio in cima alla Torre del paese, un gesto che fa diventare questo straniero uno del posto. Sin da piccolo Roberto è un fanatico della montagna, perché gli insegna ad andare oltre, superando ogni paura, ma con la consapevolezza e la saggezza di non sfidare mai i propri limiti. Motivo per cui dopo l’ incidente di un’arrampicata , decide di dedicarsi solo ed esclusivamente al Vino e ne fa il suo mestiere. Da subito Roberto collabora con alcuni dei più importanti produttori locali e già negli anni ’90 è direttore aziendale di “Ciacci Piccolomini d’Aragona”, cantina con cui ottiene i suoi primi successi: il “Brunello Riserva 1988” e il “Brunello Vigna Pianrosso 1990” (elogiati ampiamente dalla stampa specializzata internazionale e protagonisti abituali delle più importanti aste di vini pregiati a New York, Chicago e Londra). Parallelamente inizia l’attività di Winemaker presso alcune tra le più importanti cantine italiane. La tensione faustiana di Roberto nei primi anni della sua gioventù è inarrestabile, una sete di conoscenza, di azione, di conquista del bene, che lo portano dritto al successo. Goethe dice che “l’uomo erra finché aspira”, e Roberto traduce perfettamente alla lettera la massima dello scrittore tedesco! C’è dentro Roberto un’inquietudine che si porta dietro sin dalla nascita, che lo protende a oltrepassare la linea
d’ombra, non esiste nel suo vocabolario la parola “fermarsi” ma affermarsi! Parallelamente alla nascita dei celebri e blasonati Supertuscan , nel 1995 Roberto crea il vino “La Quadratura del Cerchio”, un’ idea
completamente nuova e per molti aspetti rivoluzionaria. Nelle sue diverse edizioni ci sono tra i Terroir più potenti ed espressivi del nostro panorama viticolo, che si combinano in un unico blend, all’interno del quale i requisiti propri dei singoli componenti si esaltano l’uno con l’altro anziché ottenebrarsi a vicenda. L’eredità di questo percorso, è adesso raccolta dal progetto “Cipresso 43” che Roberto condivide con il fratello Gianfranco, e che vede la sua realizzazione nella sua cantina/incubatore del “Winecircus”, alle porte di Montalcino. Poche chiare e importanti regole caratterizzano il progetto “Cipresso 43”: Roberto mescola solo uve di vitigni autoctoni coltivati all’interno del 43° Parallelo, provenienti da vigneti di proprietà e conduzione, con totale vinificazione nella sua cantina, con pratiche di viticultura sostenibile, con rese contenute (1 pianta, 1 bottiglia), e continua ricerca in collaborazione con le più importanti Università. Il 43°
Parallelo, situato tra l’Equatore e il Polo Nord, è un itinerario enologico che passa attraverso i Continenti e le Regioni più Vocate ed Espressive della Vite, zone che hanno dato forma alle principali fasi dell’evoluzione
della Viticultura dalla Mesopotamia agli USA. In Italia il 43° Parallelo tocca la Toscana, l’Umbria e le Marche. Pur essendo ateo, Roberto è convinto che ci sia qualcosa di ultraterreno nel 43° Parallelo, e non può negare il contrario, se è vero che lungo questo binario si snodano le principali capitali dei pellegrinaggi più leggendari, da Santiago di Compostela alla Grotta di Lourdes, dalla Francescana Assisi a Medjugorje. Quella
di Roberto è una visione ambiziosa e globale del concetto di Terroir , che a fine secolo scorso scandalizza l’intellighenzia dello Stivale al pari del taglio della tela di Lucio Fontana. Esattamente come l’artista argentino che muove il suo capolavoro avanti lo spazio e fuori da ogni cornice fisica, Roberto esce fuori dai comuni canoni per vinificare e anela all’Oro Rosso. I suoi primi tentativi non lo lasciano soddisfatto, come quando fa un blend improbabile di Schioppettino del Friuli, Montepulciano d’Abruzzo e Sangiovese di
Montalcino. Roberto cambia direzione dopo avere letto un trattato di André Tchelistcheffdel, agronomo e biologo russo, padre della viticoltura californiana, a cui oggi gli americani nella Napa Valley hanno dedicato
una statua. Su insegnamento del suo maestro Roberto abbina il Sangiovese al Primitivo di Manduria e thumb up! Non è facile, è una battaglia che diventa guerra! Roberto lotta per trovare le armi e le tattiche giuste per essere più che un vincitore un bravo stratega nel fare Vino. Roberto non smetterà più di sperimentare, studiare, farsi aiutare da professionisti , Università ed Enti del settore, ed esplorare. Roberto ha sì il suo porto a Montalcino, ma si muove come un marinaio dall ’Argentina, a Venezia, dall’Armenia a Bassano del Grappa. In ognuno di questi anfratti sperduti e lontani del Nuovo Mondo e Vecchio Mondo Roberto, con l’aiuto di altri impresari, ha sempre avuto il goal di valorizzare il più remoto dei Terroir e dare vita a Vini di carattere, che esprimessero al meglio l’identità di un preciso fazzoletto di terra dimenticato da Dio. Dal Malbec argentino (“Wine & Spirits” ha definito il vino “Achaval Ferrer Finca Altamira 2010 “ il miglior Malbec del mondo” per l’anno 2013) alla Dorona veneziana, al suo
progetto di inserire Bassano del Grappa tra le Città del Vino, Roberto acts local and thinks global!

Roberto Hits Parade. Prendete fiato , non è ancora finita! Nel 2000, in occasione del giubileo, Roberto esegue la Cuvee speciale per il Papa. L’anno successivo l’ ”Associazione Italiana Sommelier” organizza presso l’hotel “Cavalieri Hilton di Roma” una serata dedicata interamente ai suoi vini.
A partire dal 2002 viene chiamato, sia in veste di relatore che come ospite, a numerosi convegni e conferenze nel mondo organizzati dai più prestigiosi enti, Università, testate specializzate e operatori del settore, intervenendo a Valencia, New York, Bruxelles, Berlino, Düsseldorf e nelle più importanti località italiane. Nel 2004 l’ esordio in radio di Roberto , anno in cui collabora con “Rai Radio Due” alla trasmissione “Decanter”. Dal 2006 al 2009 inizia a scrivere e pubblicare i suoi tre libri: “il Romanzo del Vino”, che vince il Premio Veronelli, “Vinosofia”, e “Vineide”. Su forza , ancora un po’ di attenzione, ci sono ancora gli svariati riconoscimenti di Roberto, ma niente panico, ne elenco solo qualcuno, perché se no Google mi
blocca! A partire dal 2007 Roberto viene insignito del titolo di: “Uomo dell’Anno Categoria Food” dalla rivista “Men’s Health”, “Enologo Italiano nel mondo” al “Merano Wine Festival”. A febbraio 2010 viene eletto “Accademico Corrispondente all’ Accademia Nazionale di Agricoltura di Bologna”, mentre ad Aprile Roberto incontra il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano e riceve l’incarico da “Città del Vino” della Produzione del Vino Speciale per il 150° Anno dell’Unità d’ Italia. Stop, perché la lista è troppo lunga! Vi dico solo che uno degli ultimi obiettivi di Roberto è quella di fare assaggiare il pianeta in poche gocce! Da moderno alchimista Roberto presto eseguirà una cuvée unica nel suo genere, fatta
da barrique di Argentina, California, Georgia, Italia e Spagna, che saranno spediti e poi lavorati negli USA. Un vino planetario etichettato spiritualmente “La Luz”, un mix di cinque continenti, che insieme
esalteranno le loro identità piuttosto che oscurarsi a vicenda. Un piano molto ambizioso, degno di un visionario qual è Roberto, che non smette mai di mettersi in gioco. Sono agli ultimi capitoli del libro e mi rendo conto di come Roberto sia uno di quei pochi che ha avuto è ha tutt’ora il coraggio di inseguire la felicità.

Grigliata Argentina a Poggio al Sole. Neppure finisco di rifletterci su che è già l’imbrunire. Roberto mi chiama per bere del prosecco nel pergolato con lui e gli altri commensali prima di un’ appetitosissima grigliata di carne argentina in abbinamento ai suoi migliori Rossi tra i quali:
“La quadratura del Cerchio 2012”: 60% Sangiovese, 20% Montepulciano, 20% Sagrantino; colore rosso intenso come il profumo e il gusto, strutturato ma piacevole alla beva; “Eureka 2000”: un Teroldego del Trentino colore rubino, al naso avvolgente, dal sapore asciutto, ammandorlato e leggermente tannico; “Brunello di Montalcino Roberto Cipresso 2013”: colore granato vivace, profumo intenso ed etereo. Si riconoscono sentori di sottobosco e al gusto ha corpo e una lunga persistenza aromatica. Con Roberto non ti annoi mai. Gli altri ospiti, Simone, la moglie Cristine e il loro piccolo Pablo, sono simpaticissimi e riempiono di allegria la tavolata, che Roberto continua ancora a rifornire di verdure scottate al carbone e morbidissimo pane fragrante. Simone e Cristine sono una coppia di liberi
professionisti che sono lì per fornire a Roberto le loro preziose Anfore in Ceramica prodotte dalla loro ditta “Demetra” a Vicenza. La loro discussione sulle tecniche di conservazione del Vino nelle Anfore è interessantissima. Mi spiegano che per le loro Anfore usano la ceramica , perché questo materiale permette al Vino, mentre riposa, di mantenere integre le proprie qualità e caratteristiche, grazie alla sua capacità di essere impermeabile, resistente e isolante. L’efficienza del Nord al Centro Italia funziona! La voglia di fare dei Veneti, la loro creatività, la loro costanza, ti spiega perché sono tra i migliori in Italia in fatto di produttività economica. C’è sempre da imparare, e io ero nel posto giusto al momento giusto tanto quanto l’indomani in occasione della visita della splendida cantina di Roberto.

Winecircus. Pochi giorni fa scompare un grande scrittore Italiano, nato in Sicilia, la mia isola, il suo nome è noto in tutto il mondo, sto parlando di Andrea Camilleri, per intenderci la mano che regala le vicende nel commissario Montalbano. Andrea Camilleri lascia un vuoto nella cultura italiana e in tutti noi. Mi colpisce in TV la risposta che il Camilleri Nazionale dà alla domanda dell’intervistatrice, l’arguta comica palermitana Teresa Mannino, in merito al suo impegno di essere scrittore e mi viene in
mente Roberto . Roberto è in queste poche righe, cioè il trapezista che è in Andrea Camilleri: « …lo vedi che fa il triplo salto mortale col sorriso sulle labbra, la leggerezza, e non ti fa vedere la fatica bestiale dell’allenamento, perché se te lo facesse vedere rovinerebbe il godimento che tu stai provando. E allora qui mi diverto, capisci? Non è un lavoro…». Non mi dilungo sulla comparazione, perché come avrete intuito, è in sintesi la capacità di Roberto di avere trasformato ciò che gli piace di più nel suo pane quotidiano. Ciò lo avverto totalmente l’ultimo giorno in visita al “Winecircus”, la sua cantina laboratorio a Montalcino, che è uno show in prima fila. Tre piani di un grande edificio moderno tra barricaie, uffici e
sale degustazioni in cui Roberto fa da cicerone a me e un gruppo folto di Wine Lovers argentini e colombiani. Ci mostra il suo tesoro e ci fa assaggiare in anteprima il meglio tra Bianchi e Rossi delle sue
bottiglie e quelle di altre aziende Italiane e non di cui ne è consulente e produttore. Quel giorno per me è fondamentale perché è l’unica volta in cui posso sentire la sua storia ma dimentico l’imprevedibilità di Roberto, che Fabio, il fido collaboratore, mi dice di mettere sempre in conto! Impeccabile oratore e istrione come sempre Roberto affascina me il suo pubblico hablando de su bodega en Español ! ¿Qué más se puede pedir? Mi salvano i miei ultimi viaggi a Siviglia in cui imparo un po’ la nostra lingua sorella e in
qualche modo riesco a stargli al passo. Lì tocco con mano il mondo di Roberto e il suo ingegno. A distrarci dall’incantatore di serpenti è solo il dispettoso Kira, il lagotto romagnolo di Roberto, che gioca con i bimbi a un tira e molla con i fogli di plastica da imballaggio a bolla d’aria! Dopo l’ultimo assaggio del “Monica 2017” di Renzo Manca dei “Garagisti di Sorgono”, il percorso in cantina prosegue con la parte più esclusiva
del tour enoico: una degustazione delle etichette più preziose di Roberto. Tutti i presenti gradiamo infinitamente il dono di Roberto, che però esclude i Rossi conservati gelosamente ed esclusivamente in delle casse di legno per i figli Matteo e Gianmarco, in memoria un giorno del loro babbo. Roberto continua imperterrito il suo panegirico sul Vino in Spagnolo , e anche se non afferri tutto al volo, lui è capace di farti capire esattamente cosa c’è dentro quel bicchiere, come fa non lo so! Però il risultato è sorprendente, tanto quanto ciò che le mie papille percepiscono in Rossi fenomenali, che non mi si ripresenteranno mai più, tra cui un esplosivo “Quarto Viaggio 1998”, un mix di 50% Montepulciano, Teroldego 10%, Carmenere 40% indimenticabile per qualità delle uve e lungo
affinamento . La mia pancia inizia a brontolare, come quella di tutto gli altri, un concerto, che spinge Roberto e Fabio a zittirle! E così organizzano un pranzo memorabile in un ristorante sardo di Montalcino l “Osteria dei Briganti e dei Poeti” , con 45° al sole. Protagonisti di quel banchetto
cosmopolita sono i toscanissimi Pici al Ragù e i succulenti Culurgiones , gnocchi della Terra dei Nuraghi fatti di patate, formaggio e menta, piatti perfetti per gli immancabili Vini Rossi che ci portiamo dietro dalla
degustazione al “Winecircus”. In omaggio al Sud America Roberto apre delle bottiglie strepitose di “Achaval Ferrer 2000”, una combinazione esplosiva di Malbec, Cabernet Sauvignon e Merlot, il cui corpo e gusto
deciso bene sposa il nostro pasto luculliano. Tutti devono scappare via, un hasta luego dei Sud Americani e in assenza di Roberto e Fabio che hanno appuntamenti urgenti , mi avvio con Simone e Cristine a un evento sul Vino in centro a Montalcino.

“Tutto in un Sorso”, Montalcino. Lasciamo la macchina nelle vicinanze, Simone abbandona consegna Cristine e me alla festa di Bacco e si
dirige in piscina con il figlioletto Pablo! Sinceramente lo abbiamo invidiato!
Christine e io saliamo con fatica fino alla parte più alta di Montalcino. Montalcino è soprattutto nota per il Rosso per antonomasia, il Brunello appunto. Come in una fiaba Montalcino è rimasta intatta come nel
XVI secolo ed è coronata da un bellissimo castello e racchiusa dentro possenti mura, da cui è inevitabile rimanere stregati dalla vista della Val d’Orcia, una delle parti più suggestive e rappresentative della Toscana. Dopo una bella scarpinata entriamo all’interno del “Complesso di Sant’Agostino”, un’antica fortezza medievale, dove ci attende “Tutto un Sorso 2019”, una fiera enologica in cui proviamo il meglio di molti importanti viticoltori provenienti da tutta Europa. A unirli, al netto delle provenienze e delle differenze linguistiche, l’alto livello qualitativo dei prodotti, e la stessa voglia di stare insieme, tra loro e noi appassionati. Lì è una grande festa e io e Cristine ci separiamo per un po’ per poi ricongiungerci e scambiarci opinioni su quello che ci è piaciuto di più. In tutta le kermesse la mia attenzione viene carpita da “La Charanga Ancestral” dell’ azienda “Fernando Angulo”, che si trova a Sanlucar de Barrameda, vicino Cadice. Si tratta un Palomino lavorato con il Metodo Ancestrale, una seconda fermentazione in bottiglia senza aggiunta di ulteriori zuccheri, che ne fanno un qualcosa simile allo champagne ma più fresco e leggero. Francesi iniziate a tremare! Per fortuna né io né Cristine guidiamo al ritorno da Montalcino, lei si ricongiunge alla sua bella famiglia e io torno con Roberto e Fabio a “Poggio al Sole”, dove spegnere i fumi
dell’alcol e conversare con il mio guru del Vino sulle sensazioni di questo mio interminabile weekend a Montalcino. C’è poco da fare anche Roberto è un essere umano, le sue palpebre stanno per calare e mi concede le ultime ore del suo prezioso tempo davanti a una cena frugale confessandomi qualche sogno nel cassetto. Roberto, per esempio, vorrebbe fare di “Winecircus”un club esclusivo, che propone un calendario
annuale di incontri enogastronomici stravaganti ed elitari. E vorrebbe pure trasformare “Winecircus” in una Tenuta Internazionale, in cui gli Amanti del Vino di tutto il Mondo possono acquistare piccoli ettari di
vigneti, e a fare il Vino per loro ma con le loro labels ci pensa lui, il fratello Gianfranco e la sua équipe. Roberto è un Mago del Vino, alla perenne Ricerca dell’ Eccellenza e della Tradizione e dell’Innovazione. Ha creato un piccolo impero, su cui veglia come un nume tutelare. Come in tutti i poderi,
le attività sono complementari: Vino, Accoglienza e Agricoltura, e Roberto fa di tutto per gestirlo al meglio e fare il bene del territorio. Roberto è sempre un inguaribile ottimista e con cognizione di causa va avanti,
perché c’è ancora del grande potenziale inespresso ovunque in fatto di Vino. Roberto e Montalcino saranno sempre un punto di riferimento per il Mondo del Vino e per coloro che vogliono evadere da una società
caotica alla ricerca di Benessere, Valori e Semplicità.

A chi ha un Cuore che pulsa e lo fa battere agli altri con un bicchiere di Vino!

Grazie Roberto!

Enjoy it!