Coldiretti: “Ogm non è l’agricoltura che vogliamo”

PISA – “La nostra posizione sugli Ogm è sempre stata chiara: quand’anche la posizione scientifica del Sant’Anna venisse confermata da altri studi, non è l’agricoltura che vogliamo non è l’agricoltura di cui ha bisogno il nostro paese e continuiamo ad essere a fianco dei cittadini contro l’omologazione e per la sicurezza alimentare”: è il commento di Fabrizio Filippi presidente di Coldiretti Pisa in merito al risultato dell’indagine presentato nei giorni scorsi dall’Università di Pisa e dalla Scuola Superiore Sant’Anna.

E una posizione – continua Filippi – quella di Coldiretti che risponde a quanto chiedono quasi 8 cittadini su 10 (76%) che si oppongono oggi al biotech nei campi. Per l’Italia gli organismi geneticamente modificati in agricoltura non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell’omologazione e il grande nemico del Made in Italy. – ricorda Filippi – Come ripete il nostro presidente nazionale Roberto Moncalvo l’agricoltura italiana è diventata la più green d’Europa con il maggior numero di certificazioni alimentari a livello comunitario per prodotti a denominazione di origine Dop/Igp che salvaguardano tradizione e biodiversità, la leadership nel numero di imprese che coltivano biologico, la più vasta rete di aziende agricole e mercati di vendita a chilometri zero che non devono percorrere lunghe distanza con mezzi di trasporto inquinanti, ma anche con la minor incidenza di prodotti agroalimentari con residui chimici fuori norma e con la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati, come avviene peraltro in 23 Paesi sui 28 dell’Unione Europea”.

I successi avuti con il grande progetto di Campagna Amica sono tali da aver indotto anche larga parte dell’industria a considerare il vero made in Italy alimentare un valore aggiunto da spendere come vantaggio competitivo su tutti i mercati. “Anche senza tener conto delle critiche che sono state rivolte al lavoro dopo la sua pubblicazione, – continua Filippi – ci troviamo di fronte a una estrema semplificazione, dato che solo un soggetto altamente qualificato, quale il Ministero della Salute o l’Istituto Superiore si Sanità può fare affermazioni certe in tema di salute. Quello che non è cambiato, inoltre, è che diversi Stati dell’Ue continuano ad applicare il principio di precauzione”. Filippi conclude la sua analisi: “La questione è tuttavia soprattutto economica. Non può essere in nessun modo strategico per le nostre imprese un percorso che porta all’omologazione e alla monocultura indistinta e ad essere succubi delle multinazionali del seme. Il nostro punto di forza, al contrario, rimangono la distintività, la tipicità, la biodiversità, i valori che fanno riconoscere il made in Italy come eccellenza nel mondo, al punto da essere il più copiato a qualsiasi latitudine sottraendo possibilità e risorse che potrebbero rappresentare un grande motore di ripresa e di sviluppo per l’intera economia del nostro Paese”.

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