“Come piante nella sabbia”, Massimiliano Morescalchi presenta il suo libro al Tennis Club di Marina di Pisa

MARINA DI PISA – Serata all’insegna della letteratura quella che si è svolta al Circolo del Tennis di Marina di Pisa, dove l’autore livornese Massimiliano Morescalchi ha presentato il suo ultimo lavoro, “Come piante nella sabbia” (Il ciliegio edizioni), evento realizzato in collaborazione con la libreria Civico 14 di marina di Pisa.

di Antonio Tognoli

La copertina del libro di Massimiliano Morescalchi

Un pubblico numeroso ha partecipato all’evento, a dimostrazione del fatto che in questo periodo di ripresa post quarantena le persone hanno voglia di mare e aria aperta ma anche di cultura. 

L’autore ci parla del suo lavoro prendendo spunto dalla dedica, che come sempre è riportata nelle pagine iniziali del libro.

“Il libro è dedicato alla vita e a tutti coloro che la amano senza esserne ricambiati. Il tema fondamentale è proprio questo: in questo racconto si parla di quelle persone che la vita ha messo ai margini, che scivolano via tra l’indifferenza degli altri, invisibili, soli anche quando sono in mezzo alla gente. I protagonisti della narrazione sono quattro uomini che non potrebbero essere più diversi tra loro, ma che sono accomunati proprio dal fatto di essere degli emarginati. Uno, Babacar, è un immigrato che vive da 18 anni in Italia, sopravvive vendendo paccottiglia e trascorre la sua esistenza nell’indifferenza quando non nel fastidio degli altri. Tommaso è un adolescente di una famiglia ricca e importante di Bergamo, ma ha grossi problemi di socialità e di relazione con gli altri. E poi ci sono due pescatori locali, uno dei quali ha un nipotino autistico, quindi prova da vicino la sofferenza e l’isolamento di chi abita nel mondo della disabilità. Questi quattro personaggi si incontrano durante un’estate proprio qui, sul litorale pisano, e creano un legame fortissimo che li aiuterà a capire una cosa fondamentale, ovvero l’importanza di concentrarsi su ciò che la vita ci ha dato, per quanto altri possano considerarlo piccolo e banale, piuttosto che soffrire o rimpiangere per ciò che la vita ci ha tolto.”

Il tema dell’isolamento sociale è dunque molto forte nel tuo romanzo. In questo periodo, tra l’altro, l’abbiamo provato tutti sulla nostra pelle e forse ci siamo accorti che alcune piccole cose che prendiamo per scontate sono in realtà importanti per dare un significato alla vita. 

“Sì, la tematica dell’isolamento sociale è molto attuale. Credo che negli ultimi 20 anni le persone si siano ritrovate a essere molto più sole di prima: i social hanno reso il mondo globale e ci hanno messo in contatto con centinaia di persone che vivono in ogni angolo del mondo, angoli che magari noi non abbiamo neanche idea di come siano fatti. Però questi rapporti sono virtuali, sono effimeri. Il contatto reale con le persone lo abbiamo perso. L’isolamento forzato dovuto all’emergenza virus è stato solo una recrudescenza di un isolamento che stavamo già praticando. Purtroppo questo ci ha portati a perdere la percezione dei disagi e del malessere degli altri, spesso anche del nostro. Questo ci rende spesso invisibili gli uni agli altri”.

Nel tuo libro emerge un principio molto importante: la capacità di apprezzare le piccole cose. Il titolo è “Come piante nella sabbia”: che significato ha, in relazione alle tematiche di cui ci hai parlato?

“Il titolo nasce dalla ricerca di un’immagine, una metafora che esplicasse in modo significativo la potenza della Vita, talvolta la sua prepotenza. La vita ci “costringe” a mettere in fila un respiro dietro l’altro anche quando sembra che non ci siano motivazioni razionali per farlo. La vita si impone sempre, basti pensare ai luoghi più impervi dove nascono dei fiori o qualsiasi altro tipo di vegetazione: dalle crepe nei muri o nell’asfalto, per esempio. Questa prepotenza della Vita però, se da un lato contribuisce alla preservazione della vita stessa, dall’altro spesso ci mette in difficoltà, dal punto di vista emotivo e psicologico. Una piccola piantina che nasce in un terreno ostile come quello sabbioso mi sembra un’immagine potente per sintetizzare il disagio che prima o poi ognuno di noi è costretto a vivere”.

Il tuo libro è strutturato in modo particolare, ci sono delle storie secondarie all’interno della storia principale.

“Sì, ho narrato la mia storia seguendo due piani narrativi differenti e paralleli. Quello principale è costituito dal racconto delle vite dei personaggi di cui parlavo prima, il cui incontro li aiuterà a uscire dall’isolamento e a prendere decisioni importanti per il loro futuro. Il secondo piano narrativo, invece, è costituito dai dialoghi tra un narratore anonimo e il mare, che si raccontano vicendevolmente delle storie per interrogarsi sul senso della vita, per capire che cos’è che ci rende più che piante nella sabbia”.   

All’interno del libro sono presenti anche delle fotografie.

“Sì, quando nacque l’idea di scrivere questa storia, circa tre anni fa, chiamai subito l’amico nonché bravissimo fotografo Mauro Loffredo, perché mi sarebbe piaciuto accompagnare la narrazione con la potenza delle immagini. Fortunatamente Mauro accettò con entusiasmo la proposta e la collaborazione ha fatto sì che la narrazione sia ancora più incisiva”.

È presente anche una forte connotazione ironica nel tuo modo di affrontare tematiche socialmente importanti e talvolta drammatiche.

“Un autore livornese non può scrivere qualcosa, fosse anche la più drammatica, senza rivestirla d’ironia. L’ironia fa parte del nostro modo di vivere, è il nostro modo per esorcizzare le paure, le sofferenze, perfino la morte. Non possiamo esimerci dallo scherzare anche su ciò che in realtà è molto serio. Ci serve, è una forma di autodifesa, talvolta ci salviamo la vita con una risata. Nella letteratura spesso l’ironia viene utilizzata per stemperare la drammaticità”,

Da dove nasce la tua passione per la scrittura?

“La passione per la scrittura è una diretta conseguenza della passione per la lettura. Da quando ho letto il mio primo romanzo (avevo 8 anni e un collega di mio padre mi regalò per il compleanno “L’isola del tesoro”), non ho più smesso, la letteratura è diventata una parte fondamentale della mia vita, una di quelle cose che la rendono degna di essere vissuta. Quando ami una cosa in modo viscerale è soltanto naturale provare a farne parte, soprattutto dopo aver letto i giganti della letteratura. E poi io ho un rapporto con l’Arte molto intenso. Penso che l’Arte sia la massima espressione di spiritualità dell’uomo. Questa è un’altra tematica molto importante presente nel libror”.

Che funzione ha l’Arte nella nostra vita, a tuo parere?

’Arte ci fa scoprire la bellezza presente intorno a noi, ci mostra il potenziale dell’uomo, ci fa vedere le cose meravigliose che siamo capaci di creare. Quindi ci dà speranza, perché ci mostra che sappiamo fare anche cose bellissime. E poi ha una funzione fondamentale: ci aiuta ad aprire la mente. L’arte ci costringe a vedere le cose da punti di vista differenti, ci fa cambiare il punto di osservazione delle cose. Quando ci avviciniamo alle cose, noi abbiamo sempre una visione falsata della realtà, condizionata cioè da tutti gli schemi mentali che altri hanno costruito per noi: i genitori, gli insegnanti, gli amici, le esperienze di vita. Un po’ come gli uomini imprigionati nel mito della caverna di Platone. Per avvicinarci alla realtà dobbiamo mettere la testa fuori dalla caverna. Ecco, l’Arte, la letteratura, una buona storia, ci aiutano a uscire dalla caverna, ci costringono a considerare punti di vista diversi dal nostro. Questo ci permette di valutare che opinioni diverse possono avere lo stesso valore. Anche questo è un modo per uscire dall’isolamento. L’Arte diventa condivisione nella sua forma finale”.

L’autore termina la sua presentazione proponendo un gioco ai suoi lettori, una sorta di collaborazione.

Nelle pagine finali del libro c’è uno spazio in cui i lettori possono scrivere qualcosa di personale. Nel racconto i personaggi creano insieme una lista di cose che rendono piacevoli la vita, cose semplici come l’aroma del caffè al risveglio, o il profumo del pane appena sfornato, o il sorriso di uno sconosciuto. Cose apparentemente banali, ma che in realtà sono quelle che ci fanno aprire gli occhi al mattino contenti di essere ancora vivi. Mi piacerebbe che i lettori mi scrivessero alcune delle voci che hanno inserito nella propria personale lista di cose per le quali vale la pena vivere, in modo che possa nascere una sorta di condivisione che ci permetta di accorgerci di quante cose belle in realtà ci circondano e alle quali spesso non diamo il peso che meritano. 

Morescalchi ci invita ad avvicinarci alle storie senza pregiudizi, dando loro la possibilità di arricchirci e di aprire la nostra mente. Lo fa parlando coi suoi lettori e lo fa parlando attraverso la sua storia, come in questo stralcio del suo libro, dove il mare parla con il narratore anonimo:

«Voglio raccontarti una storia. Non ne troveresti più traccia, ormai. Sono passati tanti anni.» 

«Che tipo di storia?»

«Una storia come tante. Di quelle passate a migliaia sopra e dentro di me. Puoi leggerla in tanti modi. Ma ti chiedo di provare a far tacere il tuo senso morale, costruito da altri per te. E di concentrarti sul significato più pieno

«Che sarebbe?»

«Fai uno sforzo e cerca di aprire la mente. A che servono, altrimenti, le storie?»

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