“Controcorrente” di Giuliano Fontani: “Ho visto il Diavolo colpito a morte”

PISA – Torna puntuale la nostra rubrica “Controcorrente” curata da uno dei decani del giornalismo pisano Giuliano Fontani, che analizza l’impresa del Pisa al “Renato Curi”.

di Giuliano Fontani

Ho visto il diavolo, mancavano cinque minuti alla fine della partita, il pallone schiacciato in rete da Rantier, inutilmente respinto da Sepe e da Sabato, mi ha consegnato nelle mani di Caronte. Sarà che ero a Perugia, sulla tribuna di Pian di Massiano, sarà che qui tanti anni fa vidi quello che è il più grande dipinto del mondo. E anche il più inquietante. La basilica di San Pietro conserva l’opera dell’Aliense, al secolo Antonio Vassilacchi, allievo di Pietro Veronese e del Tintoretto, che mise sulla tela il povero San Benedetto da Norcia attorniato dai volti indemoniati di santi, papi, cardinali, vescovi, abati e fondatori di Ordini religiosi. Una scena orribile, con tutte quelle facce sconvolte e storpiate fino all’indecenza. Anch’io ho visto il diavolo. Stava tutto in quel pallone che sia pure di poco e nonostante l’estrema opposizione del portiere, aveva varcato la linea di porta. Una partita dominata che se ne andava così, insieme a una stagione, a un sogno. Un calcio alla giustizia e al merito. Poi è sceso Sabato, sulla linea dell’out, sotto la gradinata, zeppa di bandiere grifate, si è portato la palla sul sinistro, il suo piede, e l’ha ributtata in mezzo con la forza della disperazione. Era indirizzata a Perez, ma un piede di quei porporati indiavolati l’ha intercettata, respinta in mezzo all’area di rigore. Favasuli ha avuto la prontezza di infilarsi tra altri due diavoli, se l’è trovata sul destro che non è il suo piede preferito. Gli fosse capitata sul mancino non avrebbe resistito alla tentazione malefica di tirare una sciabolata. Chissà dove sarebbe andata… Invece l’aveva a disposizione sul piede meno forte, allora ha aperto la caviglia, perché l’importante era non tirarla in curva. Un piattone, come si dice in gergo, per piazzarla nell’angolo lontano dal portiere, e gli assatanati sono balzati all’indietro, in una smorfia di disgusto che ne rilevava un tratto di sconcezza paradossalmente rassicurante: erano privi di bocca, incapaci di mordere e di torturare le carni del povero San Benedetto. Ora sarà un caso, oppure l’ennesima suggestione di un pomeriggio finalmente estivo, ma il mio San Benedetto non era di Norcia. Era un ragazzo calabrese dall’aria dimessa, un cristiano dalle fede profonda, che ogni tre parole si ricorda di ringraziare Dio. L’ho visto come il coraggioso pastorello israelita che conduce il suo popolo alla vittoria contro i filistei di Golia. E non è una suggestione che quel ragazzo, che adesso vedo baciare la maglia davanti al suo popolo in delirio, sia anche il capitano. Il finale è degno dell’epopea struggente della mitologia. E’ lui a raccogliere la sfida e a vincerla, quel ragazzo che finita la partita si cala sul viso gli occhialetti intellettuali che sembrano lontani anni luce dal mondo muscolare e tutuato dei calciatori, che tutti chiamano confidenzialmente Ciccio. E che al cronista dice candido: “E’ un anno importante per me, mi sono sposato, sono diventato padre di una bambina. Mi piacerebbe vincere, per questa gente. Io che non ho mai vinto niente…”. Ho risentito due-tre-quattro volte quella frase, Ne ho studiato i toni. L’ha detta sotto voce, quasi con il pudore di chi ha paura di esercitare una capatatio benevolenza. E tutti hanno capito che era sincera. Perché Davide non ha bisogno di mostrare al popolo la fionda con cui ha abbattuto il gigante, non ha nessuna voglia di ingraziarsi il suo popolo. L’ha fatto anche per sé, “perché non ho mai vinto nulla…”. Ha detto proprio così. Questa è la formula del successo, di quello sportivo, ma soprattutto di quello umano. E’ così che questo Pisa, formazione sicuramente di minor rango di altre, modellata dal suo condottiero in panchina, è arrivata alla finale, ma soprattutto è giunta al cuore dei suoi tifosi. Tutti sanno che altre squadre sono più forti, ma al tempo stesso tutti sanno che lo spirito di questo gruppo può colmare le differenze, riportare la contesa in equilibrio, dare qualche chanches di vittoria anche al povero e mingherlino pastorello nell’ora della sfida estrema. Nell’eterna favola di Davide ci siamo emozionati, abbiamo visto stramazzare al suolo, abbattuto, il grifone filisteo. Più che vincitori ci siamo sentiti salvati da un’ingiustizia vissuta come una prepotenza. Ha detto ancora il capitano: “ci siamo buttati all’attacco, perché volevamo dimostrare che questo Pisa non muore mai…”. Onore a te capitano. Alla prossima.

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