“Controcorrente” di Giuliano Fontani: “Il Barbone si struscia il naso”

PISA – “Almeno per il momento la sua colpevolezza si da per dimostrata”. “Ma io non sono colpevole” disse K. “è un errore. E poi, in generale come può un uomo essere colpevole? E qui siamo tutti uomini, gli uni quanto gli altri”. “E’ giusto” disse il sacerdote “ma è proprio così che parlano i colpevoli”. (Franz Kafka, Il processo).

di Giuliano Fontani

Non deve aver salito le scale della sede senza un moto di indignazione, Dino Pagliari, quando si è sentito convocato per rispondere del “non gioco” del suo Pisa. Il “non gioco”? Ma quanti accademici dell’estetica, quanti soloni del calcio purista… Il Pisa messo insieme accozzando quattro bimbetti, è primo in classifica, ha perso due partite su dieci (che diventano venti se si aggiungono alla striscia delle altre dieci della scorsa stagione) e qui si istruisce il “processo” all’allenatore… A differenza del signor K descritto da Kafka nel suo più famoso capolavoro, il Barbone non è andato volentieri incontro ai suoi ingenerosi giudici. Quando è ridisceso in Piazza della Stazione, pur nel mezzo ad un traffico fastidioso, si deve essere sentito rinfrancato dalla freschezza dell’aria. Si è anche persuaso che quel clima di strana e sfumata contestazione della squadra, respirato anche dopo la vittoria sull’Ascoli e ad onta degli altri successi, aveva un’origine ben precisa. Si è sentito rinfacciare quel gioco tutta praticità, fatto di palloni lunghi da lanciare agli attaccanti, di aver perso Speranza che se ne è tornato a casa (diciamolo una buona volta…) di aver messo da parte Cia e Giovinco, di essere in rotta di collisione con lo staff sanitario. E forse altro ancora, come la partecipazione ad alcune iniziative politiche che non vanno esattamente nel segno dei desiderata dei suoi datori di lavoro, le occupazioni del Colorificio e della Mattonaia, tanto per intendersi. Pagliari ha meditato un giorno, avrebbe voluto tacere e far parlare solo i risultati. Ma ha capito di giocare una partita-impossibile. Nel nostro calcio chi scommette contro il proprio allenatore vince sempre perché prima o poi un momento di flessione arriva e allora sei licenziato, con il plauso della folla immemore. Non c’è altro da fare, dunque, che aspettare la sentenza? Meglio parlare chiaro subito. E il Barbone l’ha fatto, strusciandosi ripetutamente la barba fluente, come gli capita quando la rabbia è contenuta a stento dalla ragionevolezza.Non ha voluto le domande dei giornalisti perché aveva paura di andare oltre, mentre il messaggio doveva essere chiaro e anche circoscritto. Ha ricordato l’età media dei suoi giocatori, della loro scarsa esperienza tra i professionisti paragonata a quella di altre formazioni e per evitare facili polemiche ha citato soltanto L’Aquiladel suo fratello Giovanni. Ma la staffilata che è arrivata al cuore del problema era tra le righe e tra i numeri, quando ha ricordato cheil Pisa non è stato costruito per vincere il campionato, se non altro per aver cambiato 17 giocatori sui 23 della “rosa”. Basta questo per concludere che il Pisa vive alla giornata, improvvisando calcio, fuori da qualsiasi programmazione di medio e e lungo periodo.. Provate a dargli torto. Affidandosi alle capacità di mercato di Fabrizio Lucchesi, in grado di pescare ogni anno giovanotti di buone qualità tecniche e allo spirito garibaldino e qualche trovata tecnica di Dino Pagliari il Pisa può anche “incappare” in una promozione. L’anno scorso, per 25 minuti, durante la finale di Latina i nerazzurri erano giunti in serie B. Alla fine dell’incontro, tra i cadetti c’era ilLatina, che fra settembre e gennaio aveva investito sul mercato quasi due milioni di euro per dare la scalata alla classifica. Al tavolo verde si può vincere anche con una coppia di sette, ma è un caso. Il Barbone ce l’ha ricordato, perché – per rimanere nella metafora del poker – è consentito e qualche volta è utile bluffare con gli avversari, ma non si può fare con gli amici. Senza umiltà non ci sarà consapevolezza, senza consapevolezza non ci saranno successi. Se qualcuno aspetta qualche sconfitta per dimostrare di avere ragione sappia che sta giocando una partita difficile, perché poi gli chiederemo conto implacabilmente dei risultati.

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