“Controcorrente” di Giuliano Fontani: “Il calcio disincantato di Franco Meciani”

PISA – Anche questa settimana vi proponiamo un “Controcorrente” un po’ particolare. E’ il ricordo di un uomo che ci ha appena lasciato, Franco Meciani, proprio nel giorno della finale persa a Latina. Giuliano Fontani, suo amico ce lo descrive così…

di Giuliano Fontani

Ho lasciato passare volutamente qualche giorno prima di scrivere della morte di Franco Meciani. Mi sono chiesto cosa ci poteva essere di “Controcorrente” nel ricordo di un amico che se ne è andato. In effetti la prassi imbevuta di ipocrisia vuole che certe note sfocino in una melassa imbevibile. Ma questo – ho concluso – non sarebbe piaciuto a Franco. Allora diciamo subito che la vita di Meciani portava fin dal nome i segni di una doppiezza evidente, che non era ambiguità, ma la cifra di una complicazione che cercherò di spiegare.

In realtà si chiamava Pierluigi e non Franco. La moglie lo scoprì un bel po’ di tempo dopo il fidanzamento, perché glielo disse un’amica di famiglia. Io lo venni a sapere sfogliando l’album delle figurine della Panini: Pierluigi Meciani era ritratto, impettito, con la maglia rossoblu del Potenza. L’avevo conosciuto che ero appena un ragazzo. Lui giocava nelle giovanili del Pisa, poi lo persi di vista perché un amico di suo padre, un certo Romeo Anconetani, lo portò al Potenza. Anconetani era già squalificato a vita, ma l’interdizione non gli impediva di curare gli interessi di una squadra professionistica come quella potentina, che era sotto l’ala protettrice di un personaggio molto conosciuto, vale a dire l’allora ministro Emilio Colombo.

Meciani arrivò nel grande calcio e si trovò a fianco di calciatori di buona fama, da Rosito a Veranda, da Piaceri ai fratelli Bercellino. Accettò quel mondo, che a lui pareva tanto distante, per la passione del calcio e perché guadagnava bene. Le sue idee mal si conciliavano con quell’ambiente elitario e capitalistico. Lui era nato in una famiglia di sinistra, il fratello, Luciano, si allenava all’Arena, sulla pista di atletica leggera, sotto la guida di un allenatore, Danilo Pacchini, che era stato partigiano e dirigente comunista. Fece fatica, Franco Meciani, ma si adeguò, con serietà e senso della professione.

Lo persi di vista per anni, fin quando la sua strada non intersecò nuovamente quella del Pisa. Era il campionato 1967-68. All’Arena, all’andata, finì con una mezza rissa sulle panchine degli allenatori. A ritorno la partita fu ancor più avvelenata. Il Potenza aveva il campo squalificato e fu deciso di giocarla sul terreno neutro di Caserta. Meciani e i suoi erano quasi retrocessi, il Pisa veleggiava verso la serie A, che mancava da 47 anni. Sembrava una partita facile, divenne una trappola. Finì uno a uno e fu un vero miracolo evitare la sconfitta contro un Potenza che sembrava morso dalla tarantola. Fu un grande errore sottovalutare le insidie di quella partita e Franco Meciani me lo spiegò, qualche anno dopo, quando del fatto si poteva parlare liberamente: “Ce la mettemmo tutta, oltre ogni aspettativa perché il Bari, che competeva con il Pisa per la promozione, ci promise un sacco di soldi in caso di vittoria”. Franco pronunciò quelle parole accendendo l’ennesima sigaretta e chinando il capo come avesse avuto pudore di quella rivelazione. Era un premio a vincere, un illecito sportivo, ma non uno scandalo. Roba da ridere a fronte di quello che sarebbe avvenuto da lì a pochi anni, soprattutto con le scommesse. Non era quello il calcio che aveva messo le ali ai piedi al ragazzo di Porta a Lucca e gli aveva fatto sognare palcoscenici nazionali, come quella figurina della Panini lasciava intendere.

Persi di vista Franco, ancora una volta, salvo ritrovarlo nel 1978, al seguito ancora una volta di Anconetani. Arrivati i carabinieri all’Hotel Gallia di Milano per porre fine a quell’ignobile mercato delle vacche che era il calcio-mercato, Romeo tentò l’avventura con la Lucchese, ma gli andò male. Ci riprovò con il Pisa: una scommessa con se stesso. Vantava 30 milioni (di lire) di credito con il Viareggio e saldò il conto prendendosi Mannini, Biagini e Capon. Si circondò di due tecnici di provata amicizia e fiducia, entrambi pisani, Noris Scamos e Franco Meciani, appunto.

Intorno al piccolo nucleo si formò quello che oggi si chiamerebbe il Cerchio Magico. In realtà era una corte di miracoli un po’ burlona e improbabile: da Renzo Talamucci ad Alessandro Zanobetti (detto Formaggino), da Alessio al Ninetto dello studio Tumbiolo. Franco non fu soltanto il consigliere tecnico e lo scopritore di talenti di Romeo, Fu soprattutto il suo mediatore nei giorni delle tensioni e dei malesseri, delle intemperanze verbali e delle critiche mal sopportate. Un ruolo che gli spettava di diritto, per il buon senso e l’equilibrio che lo contraddistingueva, per l’influenza psicologica che esercitava sul capo, per quelle virtù che gli venivano dall’impegno politico e che Anconetani spesso gli rimproverava: “Sei un comunista e un fumatore…”. E lui, con quell’aria smagata da personaggio di passaggio: “Si, sono comunista e purtroppo fumatore”.

Chi scrive questo ricordo ebbe con Anconetani un rapporto difficile, per usare un eufemismo. Ma questo lo sanno tutti e trovai in Franco un interlocutore attento, capace di ascoltare e di comprendere.. Ricordo con piacere un giovedì di corse a San Rossore. Avemmo una discussione interminabile e animata, con tanti motivi di contrasto. Alla fine mi disse: “Sei convinto delle tue ragioni, difendile come hai fatto con me”. Non mi dette ragione, ma si dimostrò disposto a sentirle le mie ragioni, frutto di una preparazione che non veniva dai banchi di Coverciano ma dalle pagine dell’Unità.

Ho avuto il piacere di condividere con Franco Meciani giorni esaltanti, a cominciare dalla gloria che gli dette quelle domeniche in panchina nel campionato finito con la promozione in serie B, dal gol di Di Prete a Reggio Calabria a quello di Quarella contro il Catania. Poi anche momenti tristi, come l’esonero dopo il pareggio all’Arena contro il Matera. Poi ci riperdemmo di vista. Il Pisa di Romeo Anconetani completò la mia giovanile profezia (“Lo porterà in serie A, poi distruggerà tutto e farà finire il calcio a Pisa…”) lui finì pensionato del pallone, io pensionato del giornale.

Eravamo entrambi uomini liberi. Liberi soprattutto da un passato che ci aveva visti ancora amici, ma su sponde diverse, capaci ancora di stringerci la mano. Fu lui a prendere l’iniziativa, probabilmente vincendo un altro momento di pudore. Mi invitò a un pranzo dell’appena costituito Club di Radioscalino. Accettai con la felicità del cittadino kafkiano che è riconosciuto e accolto dalla sua gente. Parlammo a lungo in un giardino di Madonna dell’Acqua. Lo trovai più disincantato di sempre. Parlammo degli anni di Romeo e mi disse: “Qui siamo sempre a pensare all’eterno ritorno, ma non ci sono uomini del destino. Anzi, questo è il nostro limite maggiore. Bisogna sperare in persone oneste, con un progetto ambizioso, un programma tecnico intelligente e qualche investimento finanziario”.

Pensai che aveva capito tutto. Non c’era bisogno di approfondire perché con poche parole aveva parlato del passato per analizzare il presente e guardare al futuro. Fino all’ultimo ha trepidato per il Pisa, ha sperato nella promozione, non ha saputo come era andata a finire perché morto la stessa mattina della finale di Latina. Lo vedevo sempre più sporadicamente all’Arena, l’ho sentito esorcizzare filosoficamente la malattia che lo affliggeva. L’ultima volta che l’ho sentito era la domenica mattina della prima partita contro il Perugia. Il telefono è quello strumento vigliacco che ti evita lo strazio. Mi chiese: “Ce la facciamo?”, pur sapendo che non gli avrei saputo rispondere. Allora, con il filo di voce che gli rimaneva, aggiunse: “Ci vediamo domani mattina allo stadio”. Sapevo che non ci credeva neppure lui, ma mi regalò una speranza a cui volli attaccarmi.

L’ho rivisto, l’ultima volta, nella cappella della Pubblica Assistenza. Era il Franco di sempre, gli mancava solo la sigarettina a penzolare tra le labbra. La moglie, seduta accanto al feretro, mi ha stretto calorosamente la mano e mi ha detto: “Lo sa che Franco voleva scrivere con lei un libro sulla vita di Romeo?”. Lo sapevo, me l’aveva detto un amico comune. Franco invece non me ne aveva mai parlato, forse trattenuto dall’ultimo pudore. Quel libro non l’abbiamo mai scritto, non ne abbiamo avuto il tempo. Non importa. Caro Franco, sempre ti sia azzurro il cielo che ha accolto le tue ceneri.

 

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