“Controcorrente” di Giuliano Fontani: “Il deserto dei Tartari”

PISA – Il tema ricorrente in queste settimane è quello di poter dare un aiuto a Carlo Battini per costruire un Pisa molto competitivo che possa giocarsi alla pari con le grandi. Ma questo al momento non pare possibile come spiega nella nostra rubrica “Controcorrente” Giuliano Fontani.

di Giuliano Fontani

Tutti gli anni, d’estate, siamo a scrutare l’orizzonte, come Giovanni Drogo nella Fortezza Bastiani. Il panorama è quello del deserto dei Tartari: non si profila nessun industrialotto sulla linea di navigazione del Pisa. Noi continuiamo a mirare il panorama, che però resta fisso, immobile, come nel grande racconto di Buzzati. Sperare non costa niente, ma illudersi sarebbe una sciocchezza. Pochi giorni fa ho rivolto a un gruppetto di ricchi industriali pisani la seguente domanda: saresti disposti a investire nel Pisa un milione di euro. Qualcuno mi ha risposto con un sorrisetto, altri hanno articolato un ragionamento: sono tempi in cui anche per molto meno si potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza della nostra azienda. Figuriamoci se possiamo pensare al calcio… Un altro, più esplicitamente, mi ha detto che se mettesse un milione di euro nel Pisa sarebbe giusto chiamare il 118 e farlo ricoverare in psichiatria.

Il tempo dei “ricchi scemi”, come definì i presidenti delle squadre di calcio l’allora capo del Coni Giulio Onesti, è finito. Di quel tempo resta il concetto che ha recentemente espresso un grande industriale italiano, Francesco Caltagirone, nel momento in cui gli hanno chiesto se ha mai pensato di rilevare la Roma: “Ci sono tre modi per finire i soldi. Il più piacevole è la frequentazione delle donne, il più veloce il gioco d’azzardo, il più sicuro è il gioco del calcio…”.

Non è aria, dunque, anche se lo sport estivo pisano continua ad esercitarsi con i binocoli. Ed è un vero peccato, perché l’entusiasmo ricreato intorno al Pisa dopo le ultime vicende del campionato appena concluso, meriterebbe un’attenzione maggiore e anche uno sforzo di generosità e fantasia. Un professionista pisano, con il quale facevo queste considerazioni, ha espresso un concetto non molto dissimile dagli industriali che ho contattato, con una variante non banale: “Non si può chiedere all’amministrazione pubblica di intervenire nelle questioni che riguardano una società professionistica. Se lo facesse sbaglierebbe. Ma non c’è dubbio che il Comune qualche leva la potrebbe muovere perché sono diverse le aziende che possono e devono l’avorare con l’amministrazione municipale e a qualcuno si potrebbe chiedere un contributo, un aiuto per il Pisa. Del resto l’entusiasmo della città, testimoniato anche dalla presenza del sindaco alle semifinali e alle finali dei play off, andrebbe assecondato, per una pace sociale che sta a cuore a tutti, specialmente in momenti di recessione come gli attuali”.

Il nostro interlocutore non ha fatto nomi. Nè li farò io. Però chi legge le cronache dei giornali locali non fa fatica a identificarli. Anche a Pisa, pure in tempi di crisi economica, si fanno affari, si costruisce, si consuma territorio, si aprono grossi centri commerciali. Possono questi imprenditori voltare le spalle e far vista di aver investito al Polo nord? Ne abbiamo sentito più di uno di questi colossi dell’industria e del commercio. Uno ci ha risposto che la sua pubblicità è rivolta soltanto al mondo dei motori, un altro che il budget per la programmazione promozionale di quest’anno è esaurito, un altro ancora che è già troppo impegnato nella sponsorizzazione di società sportive. L’ultimo – ed è il caso più clamoroso – ci ha detto che i suoi investimenti pubblicitari sono destinati esclusivamente alla beneficienza in favore dei bambini. Beneficienza pelosa, direi. Eppure anche a Pisa ci sono società che hanno rivenduto a quattro volte tanto i terreni che avevano acquistato dall’amministrazione comunale e che fino al momento della rivendita, non avevano neppure pagato.

Si potrebbe bussare alla cassa di questi signori, quelli delle speculazioni, degli appalti, delle costruzioni? Ho l’impressione che non si farà. Forse è fisiologico così, ingiusto ma naturale. Il Pisa resterà a Carlo Battini e alla sua famiglia, un imprenditore con la passione del calcio e l’occhio fisso sugli estratti conti. Farà funzionare il Pisa come ha fatto fino ad oggi, investendo il minimo e la speranza di incassare il massimo, in modo da rimettere il meno possibile. Ci sarà pure un saldo negativo nei bilanci, ma dovrà essere contenuto, in modo da poter continuare. Poi il calcio, essendo un gioco, lascia margini di imprevedibilità e di fantasia. Il brand del Pisa è aumentato di valore con il terzo posto di quest’anno, ma evidentemente non ancora quanto basta per lasciar scorgere un affare e mettere le mani sul piatto. Potrebbe crescere ancora il valore del Pisa, diventare davvero appetibile e allora (forse) si aprirebbero nuove prospettive. Adesso però restiamo sulla balconata della Fortezza Bastiani, davanti al deserto dei Tartari.

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