“Controcorrente” di Giuliano Fontani: “Pisa, il matrimonio perfetto ma senza amore”

PISA – Arrivati alla stagione delle piogge il Pisa va incontro improvvisamente e puntualmente alle sue difficoltà. Non c’entra la situazione metereologica, la praticabilità dei campi o il clima, se non quello che si viene a creare intorno alla società e, auguriamoci di no, anche alla squadra.

di Giuliano Fontani

Ci sono tutte le condizioni per fare bene e l’ha detto con molto lucidità anche Esposito, il trainer del Prato, che nel leggere le carte al campionato, ha aggiunto: “a meno che il Pisa non imploda al proprio interno”. Già, il pericolo di un’implosione. L’ho definita la sindrome della vittoria e l’ho paragonata, in un’altra circostanza a quella che assale la sinistra italiana al momento di vincere. Anche il Pisa sembra capace di fare male a se stesso, con dei personalismi che distraggono dall’obbiettivo comune. Prodi contro D’Alema, adesso Renzi contro Letta tra le ombre fronzute dell’Ulivo, Lucchesi contro Pagliari – se permettete il fantasioso parallelo – in casa nerazzurra. Non ci deve essere alcun timore nel portare alla luce un contrasto tra i due più importanti personaggi del Pisa, sullo sfondo di una conduzione societaria autoritaria perché possiede le azioni che le danno la proprietà, ma purtroppo assai poco autorevole per farli andare d’accordo. Un vero peccato perché Pagliari e Lucchesi, nei rispettivi compiti, rappresentano forse il meglio della categoria e forse anche di più. Ma il Pisa, che si è avvantaggiato del lavoro di entrambi nelle ultime stagioni, rischia di perderli tutti e due, con grave nocumento per se stesso. Lucchesi e Pagliari sono uomini di spiccata e diversa personalità. Il destino (chiamiamolo così?) li ha portati su sponde contrapposte proprio mentre invece lavorano ad una “causa” comune. Tra i due non è mai sbocciata la simpatia, avevo sperato che con il tempo fosse messa da parte una reciproca antinomia e confesso che quando li vedevo (e li vedo) parlare a lungo ai bordi del campo, ho sperato che la parola potesse più dello spirito. Vorrei sbagliarmi, ma mi ero illuso. Pagliari difende il suo lavoro e fa bene. I risultati parlano per lui (in 23 partite 2 sole sconfitte, la squadra al secondo posto in classifica) e quando sente parlare di condizione fisica, di preparazione atletica soprattutto per spiegare la lunga serie di infortuni – dietro ai quali, del resto, non si è mai trincerato per accampare eventuali giustificazioni – comincia a dare segni di impazienza. Si struscia nervosamente il barbone e si toglie sassolini dalle scarpe sotto forma di novelle da consegnare ai posteri. Gli chiedono di sottoporre i giocatori, alla prossima sosta prevista dal calendario, ad una serie di test clinici che dovrebbero saggiare e monitorare la forza fisica della squadra e capisco che la cosa lo faccia andare in bestia: cosa dovranno rappresentare i test medici? Forse qualcosa di diverso da quel che mostra la classifica? E, nell’eventualità, cosa prendere per buono? Meglio essere in testa alla classifica, mostrare una squadra che gioca, corre, lotta (e perde pochissime volte) o primeggiare nei test scientifici e non vincere mai? Una domanda retorica, anche perché solo il campo è in grado di misurare la carica nervosa, psicologica, la sinergia che scatena lo spirito del gruppo.

Pagliari ha le sue teorie e le difende senza lasciare spazio ad alcuna variabile: acqua minerale e limoni, bere e sciacquarsi, ordinaripetutamente ai suoi giocatori durante gli allenamenti, convinto anztitutto di fare il bene dei suoi ragazzi, lui che era alla Fiorentina insieme a tanti giocatori che non sono arrivati ala vecchiaia. Per questa intransigenza lo definiscono un talebano, dicono anche che i suoi più stretti collaboratori. lo seguono come il guru di una setta. Ma queste sono definizioni pittoresche che servono per le caricature. Lucchesi è un personaggio diverso, alla sua maniera più coerente rispetto al sistema-calcio che Pagliari contesta con il comportamentodi tutti i giorni, pur standoci dentro, Lucchesi invece lo razionalizza. Entrambi usano un linguaggio elusivo, ma diversamente controllato. Lucchesi ha il pregio della comunicazione mediata, l’eloquio da leggere in ciontroluce, secondo i toni e leimpercettibili sfumature. Di sicuro più congruo al paludato mondo del calcio. Pagliari è più diretto, istintivo. Dopo la prima novella, in questa rubrica, gli avevo suggerito un silenzio dorato, una forma di silenzio-stampa autoimposto perché – scrissi – la miglior parola non fu mai detta. Temevo, infatti, quel che è poi avvenuto alla fine del match con il Grosseto. Adesso lo accusano di consegnare alla stampa i suoi sfoghi senza rispondere alle conseguenti domande. E’ l’atteggiamento di chi diffida di se stesso? Oppure la volontà di sigillare i suoi discorsi con il silenzio? La Rochefoucold contro Solone.. A Pagliari rimprovero (se mi è permesso) di aver parlato troppo e al tempo stesso troppo poco e non sembri una contraddizione. E soprattutto di farlo con un atteggiamento autoritario che è l’esatto contrario delle sue idee. Non mi riferisco tanto al fatto che si neghi alle domande e all’eventuale contradditorio, ma al suo rivolgersi direttamente ai tifosi, questa chiamata al “popolo” senza alcuna intermediazione. Mi sembra il prodromo di un populismo che contrasta con il personaggio e con l’immagine che è riuscito favorevolmente a darne. Lucchesi e Pagliari sono costretti a coabitare, non so per quanto tempo, sotto lo stesso tetto. Altre illusioni non me ne faccio: ho già dato. Però sono due uomini intelligenti che vivono dello stesso mestiere. Chissà. Una piccola parabola: Sul treno papale che solcava la campagna umbra Giovanni XXIII invitò nella sua carrozza Enrico Berlinguer. Il treno si fermò davanti a dei campi di grano. Da destra venne un contadino, da sinistra un altro. Si salutarono con un’alzata delle ciglia, poi si misero in cammino, sotto il carico delle fascine sulle spalle, nella stessa direzione. Disse il Papa: “Vede onorevole, forse neppure si conoscono, vengono da strade opposte, ma hanno deciso di fare un tratto insieme…”.

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