“Controcorrente” di Giuliano Fontani. In viaggio con i tifosi a Latina “Prove Generali di Colpo di Stato”

PISA – Una racconto più che una rubrica quello che ci accompagnerà questa settimana nel nostro “Controcorrente” di Giuliano Fontani. Uno dei decani del giornalismo pisano ha assistito alla gara Latina Pisa dalla Curva ospiti ma prima…

di Giuliano Fontani

ll vostro folle cronista ne ha fatta un’altra delle sue. E male gliene incolse. Ho voluto vivere la finale di Latina da vero tifoso, con tanto di foulard nerazzurro al collo, senza i panni e le franchigie del giornalista. Dunque viaggio con il pullman del Club Radioscalino, sosta-pranzo in autogrill, niente accredito e niente tribuna-stampa ma un biglietto nel settore ospiti. Un’esperienza-totale, una full immersion con il popolo nerazzurro nell’agro pontino, dove si sarebbe giocata la partita delle cento pistole. Un’esperienza allucinante, ho creduto di assistere alle prove tecniche generali di un colpo di Stato, all”esercitazione in bianco (fortunatamente) di quello che potrebbe essere un moderno golpe. La suggestione era il luogo. Quella città che fu chiamata Littoria in omaggio al fascio littorio, i palazzi del potere che visti dall’alto raffigurano una grande M, l’iniziale del nome del Duce, quella struttura architettonica razionalista che avrebbe acceso gli animi interventisti di una gioventù ardimentosa che rinnegava la storia per scrivere le pagine futuriste dell’imminente tragedia. Come non andare con il pensiero alla dittatura, alla fine dei diritti individuali e collettivi, alla repressione brutale del dissenso? Si arriva a trenta chilometri da Latina, sulla via Pontina. Le auto della Polizia che ci seguono fin da Pisa sono affiancate da altre, poi da pattuglie di motociiclisti. Ci scortano, dicono, è la prassi. Una decina di pullman si muovono in colonna, a 60 all’ora, Ai pullman dei tifosi vengono aggiunte le auto e anche le moto della gente venuta da Pisa con le stesse pacifiche intenzioni. A pochi chilometri da Latina la colonna viene fatta deviare, improvvisamente, sulla destra, si entra nel piazzale di una caserma. Tutto intorno è filo spinato, alte mura di recinzione. Al centro decine di poliziotti e carabinieri in divisa antisommossa, molti altri in borghese. Sono proprio alcuni di loro che si fanno aprire la porta del pullman, mostrano un grande sacco per la raccolta dei rifiuti. Uno di loro ordina: tutti a terra, con documento e biglietto dello stadio. Dobbiamo bonificare il pullman. Mi trovo in una selva di pensionati, operai, insegnanti, casalinghe. C’è anche la fidanzatina di un calciatore. I poliziotti sono sul pullman, da soli, rovistano nelle borse, negli zaini lasciati a bordo. Qualcuno accenna una timida protesta. Mi guardo intorno, credo di
assistere a una di quelle scene da “Orgia del potere”, ma qui Costa Gravas non c’entra. C’entra uno stranito poliziotto, quasi meravigliato della nostra protesta: “Ma perché, da voi non fanno così?”. Si riparte, sembra di andare al fronte. Mi verrebbe da telefonare a mia moglie per mandarle un saluto, ma non lo faccio per non metterla in ansia. La colonna si forma nuovamente e entra in città a passo d’uomo, ad ogni incrocio un poliziotto, un carabiniere, un vigile del fuoco, perfino gli agenti della Forestale in divisa. Non si sono dimenticati di nessuno, hanno mobilitato tutti. L’ultimo tratto è a piedi, circa duecento metri. Ci saranno da superare, in rapida successione, cinque o sei prefiltraggi misti tra uomini in divisa e steward. Chiedono tutti la stessa cosa: documento e biglietto dello stadio. Sembra che gli uni non si fidino degli altri. e che prima ancora dei tifosi si controllino fra loro. Ad un mio amico di Ghezzano, un uomo di 70 anni, sequestrano una bottiglietta in plastica di acqua minerale., un altro amico della stessa età invece riesce a farla passare infilandosela nella tasca posteriore dei pantaloni. Mentre si discute ai cancelli si sentono botti spaventosi provenire dall’interno dello stadio, sono le “bombe” dei tifosi del Latina assiepati nella loro curva. Come avranno fatto a portare intribuna quella Santa Barbara? Mi trovo confinato nel cosiddetto settore ospiti. Cosa ci sia di ospitale nessuno lo sa. Ci hanno riservato due pezzi di tribuna in tubi innocenti che al massimo potrebbero accogliere 300-400 persone. Ci dobbiamo stare in più di mille. Le scale barcollano, la struttura sembra stare in piedi per scommessa. Mi viene da pensare alla riunione alla Prefettura di Pisa, con tutte le autorità schierate al tavolo della commissione di vigilanza che non voleva derogare alle novemila presenze all’Arena. C’ero anch’io a quel tavolo. Mi presentai come un Ultras. Un ultrà del buon senso e della ragione. Credevo di andare incontro a un processo perché avevo ricordato che l’Arena, quattro anni prima, aveva ospitato ventimila spettatori per una partita della Nazionale. Ma non mi misi a sedere con la sindrome kafkiana, tutt’altro. Ora in quel recinto degno di Missing, i volti di quei fini giureconsulti, li vedevo accanto a quelli dei poliziotti che voltavano le spalle al terreno di gioco per fissare la masnada vociante abbarbicata sui tubi del pollaio. Il potere è sempre quello, cieco, assurdo nelle sue contraddizioni. Un pomeriggio di democrazia sospesa, uno stato emergenziale creato sul nulla, la licenza di comportamenti anticostituzionali camuffati da protezione. La mente è andata ancora una volta indietro nel tempo, ho rivisto il monumento a Salvador Allende nella piazza della Moneda, i fili spinati e le stanze di tortura dell’11 settembre 1973, nell’Estado Nacional di Santiago. Fortuna che qui non si stagliava la figura di Pinochet, ma quella di un pompiere che un paio di volte ci ha refrigerato annaffiandoci con l’idrante e quella di una poliziotta con il casco, i sandalini sfoderati ai piedi come venisse dalla spiaggia e il manganello che volteggiava sessualmente fra le mani come in una scena di lap dance. Della partita non vi dirò, anche perché da quella posizione ho visto poco e male. Vi dirò della fine, quando Gatto è venuto a piangere seminudo sotto la curva, Favasuli ha fato il giro baciando la tuta, Perez si è avvicinato per lanciare la maglia ai suoi tifosi. Ed è stata un’immagine crudele perché Perez ha tentato di tornare tra i compagni passando per la fila dei poliziotti che facevano da cordone e uno di loro l’ha ricacciato in malo modo, costringendolo a fare tutto il giro. E caspita, non si rompere il cordone… Immagino qualche ora dopo quel poliziotto, a casa, mentre racconta alla moglie e ai figli di aver lavorato per assicurare l’ordine pubblico allo stadio. Preferisco pensare al volto umano del pompiere che ci rinfresca e ai sandalini della sexi-poliziotta, ma mi chiedo se la passione sportiva di tanta gente possa essere degradata a una simile costosa sceneggiata di potere, se valga la pena mantenere un baraccone che invece di regalarci emozioni positive ci trasmette messaggi e sensazioni di paura e di incertezza. .

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