“Controcorrente” di Giuliano Fontani: “La sfida del Pisa al calcio milionario”

PISA – Torna dopo una settimana di sosta la nostra rubrica “Controcorrente” curata da Giuliano Fontani, uno dei decani del giornalismo pisano.

di Giuliano Fontani

Il Pisa lancia la sfida e nelle sfide c’è sempre una cifra rivoluzionaria. Battini, Lucchesi e Pagliari sono arrivati terzi con una squadra di giovani integrata da tre o quattro over, pur riuscendo a tagliare il budget delle spese di circa un terzo rispetto alla stagione precedente. Un miracolo che si dovrà ripetere. Nel bel mezzo di un calcio lanciato freneticamente verso il burrone del disastro finanziario, delle spese pazze e senza limiti, degli sprechi e degli assurdi che ci allontanano da un mondo in piena crisi, la scommessa del Pisa contiene qualcosa di straordinariamente innovativo, di fortemente riformista. Anzi di rivoluzionario. Il Pisa si propone al mondo del calcio professionistico come la società che punta sulla bontà delle scelte, sulla capacità di guardare lontano, di rendersi competitivo senza spendere patrimoni. Anzi, al contrario, guardando ai bilanci, alla partita doppia dei libri contabili cercando di tenerli in ordine, di non sbilanciarli verso l’incognita e il crack. La sfida è portata avanti da tre personaggi. Battini, a cui piace fare calcio con continuità, senza false promesse, senza esborsi folli e tali da mettere in pericolo la stabilità della società. Il prediente ha capito che si possono allestire squadre di calcio competitive senza correre dentro ai presunti divi del pallone, a quei giocatori che possono vincere una partita e al tempo stesso far fallire una società. Macalli ha distribuito, in due anni, cento milioni di euro alle squadre di Lega-Pro e molte hanno portato i libri in tribunale. La Lega ha speso una montagna di soldi per favorire l’impiego dei giovani, ma ha ottenuto una marea di calciatori disoccupati a 23 anni, ingaggi lussuosi a ultratrentenni respinti dalle categorie superiori, uno stato di crisi quasi generale delle società. Un fallimento toale. Bisogna prenderne atto e cambiare passo. Il presidente Battini si è guardato intorno, ha chiesto aiuto e rivolto appelli agli imprenditori, pisani e non, perché lo affiancassero nella conduzione del Pisa. Ha avuto davanti a sè quel che abbiamo definito in questa rubrica il “deserto dei tartari”, prendendo a prestito il capolavoro di Buzzati. Anche lui ne ha preso atto. Il futuro del Pisa è stato dunque affidato alle mani di Fabrizio Lucchesi, manager di grandi esperienze e conoscenze. Gli ha chiesto, anche quest’anno, di fare di necessità virtù, vale a dire trovare giovani calciatori di belle speraznze, vogliosi di far bene e di legare la propria crescita a quella del Pisa. Lucchesi ne ha trovati un manipolo, dotati di un ottimo pedigrée, come farebbe un allevatore di cavalli che guarda alla genaologia per orientare le sue scelte Per convincere i suoi interlocutori ha mostrato il risultato dell’anno scorso: Sepe, Suagher, Gatto, Rizzo, Barberis, Perez valorizzati e ceduti in categorie superiori. Venite a Pisa – ha detto ai loro dirigenti e ai ragazzi – diventerete famosi… L’ha saputo dire, ha portato giocatori interessanti e non ha speso un centesimo. Saranno la base per fare bene, per ripetere il miracolo e rilanciare il messaggio rivoluzionario a tutto il calcio italiano. Il terzo personaggio di questa storia è Pagliari. L’uomo è un acrobata che cammina sul filo delle emozioni. I:l suo traguardo è all’altro capo della corda, ma intanto deve lanciare la sfida ai primi passi, farli bene. Ha accettato il pericolo di rimanere alla guida del Pisa, dopo la magìa della scorsa stagione, come un dono. D’altra parte sui campi di calcio ci sono panchine che scottano, non scrivanie. E’ un patto leonino sottoscritto con il Dio dello spettacolo che a differenza di altri dei è esigente, capriccioso e non conosce l’indulgenza. Pagliari è un acrobata, dunque un sovversivo, come chiunque affronta il pericolo del vuoto. Chiamiamo educazione un processo che rendendo l’individuo adeguato alla società in cui cresce, gli pone una serie di limiti e ne atrofizza qualche qualità. L’ha scritto divinamente Robert Musil. Ma i limiti esistono solo nell’animo di chi è corto di sogni. Il nostro uomo invece è una metafora, crede nell’impossibile come ogni devoto, ogni folle, ogni vittima dell’amore per il proprio mestiere. Spettatori senza fantasia parlano di adrenalina, passione fino allo choc, sfida. A ogni sconfitta, a ogni esonero, il pubblico nega il dolore, credeva facesse parte dello spettacolo. Quasi sempre è così, con qualche eccezione. Pagliari ha visto e sentito cosa è accaduto la sera della delusione di Latina. Il suo pubblico non gli ha negato il dolore, l’ha riconosciuto leader anche nel momento della sconfitta. Pagliari è sulle orme, molti anni dopo, del grande Keit Haring, il grande artista americano del murales “Tuttomondo”. Una sera, stando seduto su un balcone a guardare la cima della Torre, i campanili e i tetti della città, Haring,se ne uscì con un’affermazione lapidaria: “Se in paradiso c’è una città, somiglia a Pisa…”: Pagliari ha visto la città, la sua gente. L’ha conosciuta nella gioia ma anche nel dolore e ha deciso di rimanere..

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