“Controcorrente” di Giuliano Fontani: “Una sconfitta divisa in tre e il cuore grande di due bambini”

PISA – L’imbattibilità del Pisa è finita al terzo dei quattro minuti di recupero decretati dall’arbitro per un prodigioso calcio di punizione che ha sorpreso Pugliesi da distanza siderale.

di Giuliano Fontani

L’aura invincibile faceva prestigio ma anche un po’ soggezione: ogni volta ci domandavano quanto avrebbe resistito, compulsavamo le statistiche e le leggi della probabilità. Finivamo sempre per ritenere imminente la caduta. Eravamo come Giosuè davanti alle mura di Gerico. Il risultato si è determinato in modo beffardo e ciò ha indotto molti commentatori a ridurre il fatto ad una semplice casualità. Il che è vero perché la partita era praticamente terminata sull’uno a uno e non sarà un calcio ben indirizzato all’ultimo istante a deviarne il giudizio. Tuttavia in sede di analisi, di fronte ad una sconfitta sia pure del tutto immeritata, c’è una sicura metodologia di analisi. Si tratta di vedere quali sono stati i meriti dell’avversario, i demeriti di chi ha perso e quanto abbia influito il terzo soggetto in campo, vale a dire l’arbitraggio. Andiamo con ordine. Il Pontedera ha confermato di essere una buona squadra, gioca a memoria in virtù del fatto che è la stessa squadra da tre stagioni a questa parte, sia pure militando in categorie inferiori. Una disinvoltura nella manovra che la avvantaggia su formazioni ampiamente rinnovate, come il Pisa, ad esempio. I risultati le hanno dato morale e entusiasmo, la convinzione anche un po’ sfacciata di poter mettere sotto chiunque. Sfacciata nel senso che Indiani è il primo ad ammettere che questa condizione di squadra chesi trova a memoria e ripete meccanismi collaudati è un vantaggio precario, nel senso che è destinato a essere compensato nel tempo da altre formazioni. I demeriti del Pisa si sostanziano in una condizione generale che non riguarda i singoli, ma il gruppo e proprio per questo ancora piùpreoccupante. La squadra spende molte energie, pratica un calcio dispendioso sul piano delle risorse psicofisiche, ma tutto questo non basta a spiegare un calo atletico vistoso, che si manifesta anche dopo oltre un mese di campionato. Troppi giocatori colpiti dai crampi, tanti altri in difficoltà fisica che dilatano la grave carenza di riserve a centrocampo. Il calcio di punizione fatale è giunto nel momento in cui uno sfinito Sampietro si è aggrappato ai pantaloncini di un avversario che l’aveva superato a centrocampo. Il Pisa aveva già effettuato i tre cambi a disposizione e Pagliari costretto alla tribuna, ne avrebbe fatti volentieri altro tre o quattro ne avesse avuto la possibilità, tanto la squadra era senza benzina. La scelta dei cambi, al contrario di quanto hanno detto molti a fine gara, non ha influito sul risultato perché le sostituzioni di Martella, Giovinco e Arma erano inevitabili e non è vero che il Pontedera abbia approfittato della mancanza di punti di riferimento in avanti del Pisa per riversarsi massicciamente in attacco. In realtà i due allenatori guardavano già da un po’ al pareggio, tanto che anche Indiani aveva richiamato in panchina Grassi e il Pisa al tempo stesso si era coperto perché oltre a Forte erano entrati anche Cia e Caputo. Siamo al terzo elemento, il soggetto esterno alla contesa, vale a dire l’arbitro. D’Angelo ha inanellato una serie di errori e tutti ai danni del Pisa. Di fronte ad un pallone fantasma smanacciato da Pugliesi ha fatto pollice verso ai nerazzurri e ha decretato una rete che non siamo riusciti a vedere neppure dopo le riprese televisive. L’arbitro ascolano ha quindi concesso, giustamente, un penalty al Pontedera, ma ha sorvolato su due mani in area di rigore granata, una delle quali su un tiro a rete di Sampietro. Ha beffardamente ammonito Giovinco finito a terra in area di rigore dopo una spallata di Gonnellli. Un colpo non violento, ma netto. E tuttavia, lasciando un piccolo margine di soggettività sui mancati penalty in favore del Pisa, non è da interpretare la mancata espulsione dell’ala destra pontederese Regoli, dopo il plateale e volontario sgambetto da dietro ai danni di Giovinco quando c’erano da giocare ancora oltre 55 minuti. Il fallo è stato sanzionato con il calcio di punizione, ma il giocatore era già ammonito e non è finito negli spogliatoi con il cartellino rosso semplicemente perche D’Angelo l’ha clamorosamente graziato. Di tutto ci si poteva aspettare dal fiscale arbitro ascolano, tranne che improvvisamente diventasse buonista ed “elastico” nell’applicazione del regolamento.

Ognuno metta la percentuale che vuole a queste tre componenti ma per cortesia non si tiri in ballo la mancata trasformazione del calcio di rigore del Pontedera. Questo attiene esclusivamente ai demeriti dei granata, non al Pisa nè all’arbitro, a meno che non si pretendesse che fosse lui a trasformarlo. Ma questo sinceramente non è contemplato. Ho lasciato l’Arena Garibaldi con l’animo contrastato e amareggiato e di chi ha visto perdere la propria squadra per una buona dose di sfortuna e per demeriti non solo propri. Ma ho avuto un motivo di rallegramento nello scendere le scale della tribuna. C’erano due bambini, ognuno con una bandierina nerazzurra in mano, un biondino dai capelli ricci e un neretto riccioluto. Il primo ha chiesto a suo papà: abbiamo perso? L’altro l’ha guardato, con il broncio che tratteneva le lacrime.e sperava in una smentita. Se ne sono andati con il pianto in gola. Mi sono emozionato: ho rivisto in loro quel bimbetto che ero io, oltre 50 anni fa, quando mio padre mi portò a vedere il Pisa a Poggibonsi (si, a Poggibonsi…). Nel secondo tempo vidi la palla entrare in porta ed esultai . Non mi avevano detto che che nella ripresa le squadre cambiano campo e dunque anche la porta… Domenica a piangere, i bambini erano due. Uno bianco e uno nero. Cinquant’anni fa non l’avrei immaginato. Poi il Pisa mi ha regalato tante gioie ed emozioni. Più dell’invettiva mi ha sorretto l’emozione. Sarà che sono diventato vecchio.

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