Dalle testimonianze esplosive dei detenuti al 41 Bis fino ai primi giorni del “caso Cucchi” in un libro di Ceraudo

PISA – Presentazione del libro Uomini come bestie. Il medico degli ultimi il 17 maggio alle 17.30 presso l’Istituzione Cavalieri di Santo Stefano (piazza dei Cavalieri, 1 a Pisa).

Intervengono Enrico Rossi, Adriano Sofri, Liliana Dell’Osso, Antonio Mazzeo, Giuseppe Figlini, Franco Corleone. Modera il giornalista Doady Giugliano
Testimonianze di Vittorio Cerri, Franco Alberti, Federico Berlioz, Maria Guelfa, Vittori Serra.
Quando Francesco Ceraudo mi ha detto che intendeva raccontare qualcosa della sua esperienza di medico del carcere me ne sono rallegrato e un po’ allarmato. Come farà a ridurre dentro lo spazio di un libro l’esperienza di tutta una vita professionale trascorsa in un luogo estremo, un luogo in cui non passa giorno senza l’irruzione di eventi drammatici e imprevedibili – o fin troppo previsti, che è lo stesso, o peggio? È buffo come nella nostra vita ordinaria, quella che procede a piede libero, sia invalso il termine “emergenza”, a designare l’esuberanza di qualunque problema e l’impotenza o l’indolenza nel governarlo. Si parla anche, naturalmente, di “emergenza-carceri”, con qualche ragione in più, come di un problema della società”. Così Adriano Sofri nella prefazione al libro del medico degli ultimi.
E’ un percorso di confessioni, di segreti, di solidarietà, di dolore e di tragedie, un percorso narrativo che ci racconta l’umanità dietro le sbarre, dagli anni del terrorismo fino alle carceri superaffollate solo esperienza vissuta, solo coraggiosa cronaca che mette a nudo la disumanità di un sistema carcerario non degno di una nazione che si ritiene civile!”- come afferma il giornalista Doady Giugliano- Un sistema punitivo che, talvolta, spoglia il carcerato della sua dimensione di uomo tra gli uomini” – Effetti drammatici come scrive ancora Ceraudo:
“ Ricordo di un detenuto di 71 anni originario del Veneto ebbe dal Magistrato di Sorveglianza di Pisa tre giorni di permesso per presenziare alla mostra di lavori artigianali eseguiti da tutti i detenuti ristretti nelle carceri toscane, presso l’Abbazia di San Zeno. Ebbene, l’incontrai per strada e mi manifestò tutti i suoi sentimenti di estraneità, di paura nel camminare su un marciapiede affollato di gente. Questo mondo esterno non lo riconosco più, mi confessò. Non mi appartiene. Io ormai sono altra cosa. Desidero ritornare al più presto nella mia cella che è ormai l’unico posto che mi rassicura”.
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