Paolo Fontanelli: “Altroché ottimismo! Con il Jobs Act è cresciuto il precariato”

PISA – Approfitto della domenica per leggere qualcosa di diverso dai giornali e dai commenti sulla rete.

Il libro che ho appena iniziato è “Non è lavoro, è sfruttamento” di Marta Fana, mentre sto quasi finendo “Cercare mondi” di Guido Tonelli. A proposito l’incontro di lunedì scorso a cui ha partecipato anche lui, nel ciclo Pensieri e Persone Per Pisa, ha riscontrato un notevole successo non solo in sala Alex Langer ma soprattutto nei collegamenti allo streaming. E tra poco sarà su YuoTube. Ma tornando al libro di Marta Fana il tema del saggio è quello del rapporto fra precarizzazione del lavoro e riduzione dei diritti. Quindi di forte attualità. È incredibile come in Italia si tenda a dimenticare presto le cose. In particolare da parte dei commentatori del sistema mediatico. Il Jobs Act, quando fu varato dal Governo Renzi, non senza polemiche, fu motivato come la ricetta giusta e necessaria per combattere il precariato e favorire i contratti a tempo indeterminato. In realtà ha prodotto il contrario: sono aumentate enormemente le posizioni occupazionali di tipo temporaneo e precario. Lo dicono inequivocabilmente i dati dell’Istat, tanto sbandierati perché segnalano un aumento del numero degli occupati, tra cui anche quelli che lavorano poche ore al mese. Il vero fenomeno invece è quello della crescita delle prestazioni temporanee. Altro che ottimismo come quello propagandato in questi giorni! Tra l’altro lo stesso Renzi rispondendo a chi mette in discussione il Jobs Act ha detto: “Andate a chiedere se funziona agli imprenditori del nord-est”. Non ha detto di andare a chiedere cosa ne pensano ai giovani o ai lavoratori assunti con contratti a tempo, flessibili e senza diritti. Anche sull’uscita dalla crisi e sui dati della crescita del nostro Paese c’è troppo ottimismo, al di là del fatto che risulta assai difficile trovare qualche riscontro concreto e diffuso nelle condizioni di vita della stragrande maggioranza dei cittadini. Proprio ieri la Cgia di Mestre, specializzata in analisi economiche e spesso protagonista di critiche verso le azioni e i condizionamenti sindacali, ha presentato un rapporto sulla crescita italiana che argomenta come sia la più lenta d’Europa e che per uscire dalla crisi occorre ancora tempo (5-10 anni).

Quanto alle notizie politiche di queste ultime ore resta sorprendente il livello scarsa valutazione con cui è stato trattato il caso De Benedetti. Non solo per la sua speculazione finanziaria sulle azioni delle Popolari sfruttando una informazione riservata ricevuta dal Presidente del Consiglio, ma anche per i contenuti non smentiti di una intercettazione telefonica in cui racconta i suoi rapporti con Renzi e con la Boschi, evidentemente immaginati e costruiti con l’idea di influenzare i potenti politici di turno. Sarà per l’avvio della campagna elettorale, che registra una sproporzione di presenze in Tv assai evidente. Ai tempi della prima repubblica il PCI protestava spesso contro una utilizzazione della televisione di Stato al servizio della DC e dei partiti di Governo, in particolare nei telegiornali. Ma quello che si vede oggi fa impallidire se confrontato con ciò che avveniva allora, quando c’era almeno un minimo di equilibrio. Comunque anche sul referendum costituzionale avevamo assistito ad una alluvione di presenze renziane sul piccolo schermo: dunque, visti i risultati, non ci preoccupiamo più di tanto. Ovviamente una parte rilevante dell’attenzione è rivolta alla questione delle scelte per le candidature. La settimana che si apre sarà decisiva per capire cosa succede, in che modo si definiranno gli orientamenti in un contesto di regole elettorali del tutto nuovo, e sciagurato, poiché spinge oggettivamente verso una totale centralizzazione delle scelte, svalorizzando di fatto i processi partecipativi del territorio. Sui giornali di stamani leggiamo che alle elezioni parteciperà anche Verdini con una sua lista, forse nella coalizione del PD. Arriva dopo Casini e la Lorenzin. A questo punto è lecito chiedersi cosa resta di sinistra nel centrosinistra. Assistiamo ad un centrismo di ritorno difficile da immaginare solo pochi mesi fa. Anche questo è uno dei “magnifici effetti”prodotti da una legge elettorale demenziale.

Fonte: Paolo Fontanelli dal blog

By