Giovedì 23 Marzo sbarca Everest al Cinema Agorà di Pontedera

PONTEDERAGiovedì 23 Marzo alle ore 21.30 andrà in scena al Circolo Cinematografico Agorà di Via Valtriani 20, Pontedera “EVEREST” un film di Baltazar Kormákur. CON Josh Brolin, Jason Clarke, John Hawkes, Robin Wright, Emily Watson. Gener  Drammatico, durata 121 min. – USA 2015. – Universal Pictures.

TRAMA. Ispirato da una serie di incredibili eventi accaduti durante una pericolosa spedizione volta a raggiungere la vetta della montagna più alta del mondo, EVEREST documenta le avversità del viaggio di due diverse spedizioni sfidate oltre i loro limiti da una delle più feroci tempeste di neve mai affrontate dall’uomo. Il loro coraggio sarà messo a dura prova dal più crudele dei quattro elementi, gli scalatori dovranno fronteggiare ostacoli al limite dell’impossibile come l’ossessione di una vita intera che si trasforma in una lotta mozzafiato per la sopravvivenza.

IN COLLABORAZIONE CON: CAI PONTEDERA. Critica Letterale, come il suo titolo, Everest, nome carico di suggestioni e dell’idea stessa del limite, dell’estremo. Il film di Baltazar Kormákur, che racconta la vera storia di una disastrosa spedizione sulla vetta più alta del mondo, costata la vita a otto persone, avvenuta nel 1996 e raccontata da un testimone oculare come il giornalista Jon Krakauer (lo stesso che ha raccontato la storia di Christopher McCandle diventata Into the Wild), è letterale. Quasi felicemente cronachistico. Nel film dell’islandese le metafore stanno a zero, e quello che vedi è quello che è (stato): non ci sono tirate para-herzoghiane sulla sfida dell’Uomo alla Natura, né quelle post-capitaliste che avrebbero potuto puntare indici accusatori sulla cosiddetta “commercializzazione” della montagna più alta del mondo: la spedizione di Everest, infatti, era una di quelle organizzate da società specializzate nel guidare ogni anno esperti alpinisti fino alla vetta, ovviamente a pagamento; e lo stesso Rob Hall – protagonista del film, interpretato da Jason Clarke – è stato uno dei primi a inventarsi questo nuovo sistema per generare profitto attraverso la passione per la montagna. Ma Kormákur, dicevamo, non è interessato al superomismo romantico, o all’idealismo politico-economico: a lui basta raccontare una storia, tratteggiare dei personaggi, inquadrare panorami grandiosi; e non pensate sia poco. Il suo è un film fieramente classico, un racconto d’avventura e umanità di quelli che Hollywood produceva tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, un catastrofico senza troppe catastrofi se non quella di un errore umano costato caro a chi l’ha commesso e di una variabile meteorologica che chiunque vada per montagne sa di dover mettere in conto. Nemmeno dalla passione idealistica per l’alpinismo, l’islandese si fa contagiare troppo: la retorica sul “perché” di un istinto come quello di chi scala vette tanto estreme viene anche evocata, ma rimane sullo sfondo delle dinamiche e dei meccanismi pratici: quelli del gruppo, della spedizione, dell’alpinismo. Everest diventa allora, se volete, anche un film sull’agire dell’uomo in società: una società ristretta come quella di un gruppo di persone alla conquista della cima più alta del mondo, ma pur sempre una società fatta di legami, interdipendenze, collaborazioni e momenti di piccolo o grande egoismo. Sul prezzo pagato dagli altri per i nostri errori, e viceversa. Sulle grandi conquiste e i piccoli ma fondamentali momenti di generosità che quelle conquiste permettono e che vite salvano. Ma, dato che la montagna è anche silenzio, asprezza, essenzialità, Everest evita le selve della retorica o la svenevolezza balneare, lasciando che i sentimenti rimangano trattenuti e rocciosi, e le lacrime non siano fiumi in piena ma rivoli appena accennati, provenienti da stalattiti di ghiaccio che si sciolgono lentamente. Col supporto indispensabile di un cast nutrito e solidissimo, Kormákur cerca e trova l’equilibrio tra magniloquenza scenografica, grandiosità del gesto e fragilità dei sentimenti, raccogliendo i frutti del suo lavoro suscitando la composta commozione derivante da un amore mai urlato e da un nome di bambina che vuol dire futuro.
Federico Gironi – coming soon.it

INTERVISTA AL REGISTA. Un film sulla montagna più temuta del mondo, l’Everest, sembra in sintonia con il suo temperamento e le sue origini. «Risuona con quello che faccio. Vivo agli estremi del mondo, e mi spingo professionalmente e personalmente per raggiungere la vetta, in un certo senso. Con Everest volevo raccontare l’inizio della commercializzazione dell’Everest cercando allo stesso tempo di spiegare perché la gente vuole scalare questa montagna a tutti i costi. Ho tenuto al centro la storia di Rob Hall, uno dei leader della spedizione che ha voluto aiutare un cliente a raggiungere la vetta. È rimasto con lui quando è caduto dalla montagna, un gesto che gli è costato la vita».

Si è parlato di un lavoro immane, da tutti i punti di vista.
«Ho ascoltato ore e ore di registrazioni di telefonate intercorse in quella giornata, il 10 maggio, sono andato in Nuova Zelanda, sede dell’agenzia di Rob Hall, per parlare con Jan Arnold, sua moglie, Helen Wilton, la manager del campo base, e altre persone sopravvissute nella spedizione. Le informazioni che ho ricevuto sono state incredibili, anche a livello emotivo. Ho ascoltato materiale a cui nessuno aveva avuto accesso per 18 anni, la Wilton aveva nascosto tutto, non voleva finisse nelle mani dei media. E questo solo per quanto riguarda la parte del racconto».
Poi ci sono le riprese. Volevo girare tutto dal vero, e ricorrere al digitale solo in casi di impossibilità reale. Ho scorazzato per le Dolomiti insieme a Dave Breashears, che è arrivato in cima all’Everest per cinque volte (e che ha codiretto il suo film, ndr), abbiamo costruito set anche in Nepal, negli studi Pinewoods di Londra e a Cinecittà».
Col risultato che Raynold Messner è stato molto critico nei confronti del suo film…
«È stata la prima cosa che mi hanno detto appena arrivato a Venezia. Ma non ha visto il film, questo dice molto… Mi hanno riferito che pensa non sia realistico, non so in base a cosa. Eddie Redmayne si è trasformato in una donna, per interpretare The Danish girl, avrebbe forse dovuto farsi una vera operazione per essere credibile nel ruolo? E Alfonso Cuaron sarebbe dovuto andare nello spazio, per girare Gravity? Non credo proprio. Il nostro lavoro è simulare, non possiamo mettere le persone in pericolo e dobbiamo avere il controllo della situazione, attrezzatura inclusa. Ho fatto più di chiunque altro per rendere il film credibile, prima di parlare Messner dovrebbe vedere il film. Se poi non gli piacerà, mi starà bene».
Ha riportato in primo piano le storie di tragedie della montagna, non si vedevano da tempo.
«E ce ne sarebbero molte da raccontare, per esempio quella di George Mallory, l’alpinista inglese che ha partecipato alle prime tre spedizioni sull’Everest nell’Ottocento. Se il mio film andrà bene vedrà che ne seguiranno altri sul genere, e mi fa molto piacere l’idea».
I suoi film preferiti sul tema?
«Touching the void, di Kevin Macdonald, ma è un documentario… Non penso a lungometraggi, anche se vedere Cliffhanger con i popcorn mi diverte molto, specie la prima scena, anch’essa girata sulle Dolomiti. Ho visto North Face, ma non apprezzo che si fingano falsi drammi per intrattenere il pubblico femminile: in Everest la scena più drammatica è in mano a una donna, e purtroppo è la verità».
Lei e le forze della natura avete un rapporto fortissimo, sono nel suo dna
«Sono cresciuto in Islanda, ogni due anni abbiamo un’eruzione del vulcano. Reykjavík è sempre a rischio, e vicino all’aeroporto c’è il vulcano… Ci sono terremoti di frequente, da quando ero un bambino so che può succedere da un momento all’altro. Ricordo moltissima lava, nella mia infanzia, e molti bambini che venivano a scuola dopo essere stati evacuati dalla loro isola…».
Come reagiscono gli islandesi agli eventi incontrollabili della natura?
«È buffo, quando c’è stata l’eruzione dell’Eyjafjöll, nel 2010, ha bloccato i collegamenti col resto del mondo per quasi due mesi. La gente lanciava improperi, “Fottuta isola, non posso nemmeno andare a lavorare!”. Ma come? Non è l’Islanda, è madre natura, viene da dentro la terra! La gente era furiosa, si era dimenticata di vivere sul pianeta terra e del fatto che questa può interferire con il loro business e i loro programmi. Mai dimenticarsi che siamo seduti sotto un vulcano…».
Il suo film mostra involontariamente che la vita non sceglie con attenzione chi portarsi via: secondo lei è ingiusta?
«La vita decide in modo strano, è vero. Rob ha vissuto una vita meravigliosa, ma non c’è la fatta. Beck, il medico interpretato da Josh Brolin, è in una posizione più difficile. È ironico, la sua vita crolla in pezzi, c’è molto da mettere a posto. Per The deep ho incontrato le vedove di sopravvissuti nell’Oceano atlantico. Ricordo una donna che aveva perso figlio e marito, ha detto “l’eroe del film era un uomo che beveva e non aveva famiglia. Mio figlio era religioso, amava la moglie, aveva una famiglia, il mare se l’è preso, non è giusto…”».
I suoi film non puntano a rincuorare…
«Perché la vita non è come la descrivono nei libri e nei film, dove i bravi sopravvivono, non funziona così. Ci sono troppi film per spettatori stupidi, non voglio incrementarne il numero».

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