Gli ex lavoratori del Colorificio Toscano: “C’è così tanta paura di esporre un pensiero?”

PISA – Anche gli ex-lavoratori del Colorificio Toscano prendono parola sulla chiusura dello stabilimento e sulla manifestazione del 13 ottobre del Municipio dei Beni Comuni.

Di seguito la testimonianza di uno di loro, con gentile richiesta di pubblicazione. Riaprire le fabbriche L’idea di fabbrica, come luogo di produzione e di condivisione degli spazi tra i lavoratori, dove i tempi non erano dettati dall’automazione delle macchine, è oramai un ricordo. Un ricordo che è rimasto impresso anche a chi, come me, da studente universitario, faceva la “stagione” per avere qualche soldino in più in tasca. Si era nei primi anni novanta, e la mia prima esperienza operaia avvenne al Colorificio Toscano di Pisa. Chi ci lavorava era ben cosciente di rappresentare un marchio storico. Chi di voi non ha avuto tra le mani un barattolo di tinta con il simbolo della tigre con il pennello? Quando arrivai (tramite ufficio collocamento), fui visto come un colletto bianco al piano sbagliato, ma col passare dei giorni, la curiosità degli uni e degli altri creò pian piano una buona sinergia. Dalla sigaretta fumata nei bagni, alle frettolose pause mensa per ritagliare il tempo, per giocare a “boccette” nel bar sull’Aurelia, e poi le uscite fatte insieme, dopo il lavoro, mi convinsero che un’esperienza del genere, mi era stata utile prima di ritrovarmi dietro a una scrivania per il resto della vita. Ma siamo nei primi anni novanta , gli investimenti per l’innovazione della produzione erano sempre meno, semplicemente si portavano a fine vita i macchinari, e con essi la produzione. Lavoravo nel reparto smalti sintetici, addetto all’inscatolamento. Il lavoro era semplice, prima veniva riempito di vernice il cassone superiore, poi manualmente si posizionavano dei barattoli sotto l’ugello, si pigiava un pulsante che lasciava cadere una quantità predosata per poi fissare con un’altra macchina il tappo di chiusura. I tempi li dettavi tu La legislazione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro era sempre la 547 del 1954, aggiornata di volta in volta con circolari ministeriali, questo per comprendere perché la lavorazione descritta sopra, non aveva nessun dispositivo di filtraggio, semplicemente i solventi erano liberi di impregnare l’aria circostante, fino a quando non trovava una via di fuga in qualche finestra aperta. Nella seconda settimana, fui assegnato al reparto delle vernici a piombo, mi fu consegnata una maschera antigas, con la rassicurante frase, che ricordo sempre bene, “è un obbligo di legge, ma puoi anche non utilizzarla, non ce ne è bisogno …”. Dopotutto il mio compagno di lavoro non la portava e decisi di non usarla. Dopo due/ tre giorni, in quel caldo luglio, la sera mi sentivo un po’ strano, con un leggero mal di testa, e quindi decisi che pochi mesi di lavoro non valevano la mia salute, incominciai a usare la maschera. Ero visto come un marziano (effettivamente l’apparenza era tale), ma dopo le prime battute di scherno si passò alle domande sul perché la utilizzassi, per poi sentirmi dire “ tu che studi sai forse meglio di noi cosa succede a respirare queste sostanze”, invece non lo sapevo per nulla, mi erano bastati quei simboli poco rassicuranti sui barattoli che riempivo. La mia riluttanza a lavorare senza maschera arrivò agli orecchi di qualcuno, e le troppe domande fra gli stessi operai fecero il resto; sicché dopo una settimana, fui messo in un reparto più “pulito”, senza più le note prescrizioni di legge … Detto questo, a distanza di tanti anni comprendo meglio cos’era l’industria italiana del tempo, si produceva molto, ma a quale costo sociale? Seppi dopo qualche anno che uno dei miei compagni di allora, era morto di tumore, e non credo fosse stata un’eccezione. La piccola e media impresa, considerata fiore all’occhiello del Made in Italy, nascondeva spesso queste realtà; ci si ricorda solo le grandi fabbriche come il petrolchimico di porto Marghera, la eternit di Casale Monferrato , fino alle acciaierie di Taranto, tutte realtà denunciate da decenni, ma con l’immunità garantita da un intreccio di capitalismo selvaggio e politica corrotta , tipica del paese Italia. Dopotutto, a distanza di vent’anni tutto questo sta si sta riproducendo nella realtà economiche terzomondiste. Andiamo ai giorni d’oggi Ho partecipato a quel corteo organizzato dal Municipio dei Beni Comuni, bello e festoso, i volti colorati erano accompagnati dai sorrisi dei bimbi, da abili giocolieri, una festa a cui però faceva da contraltare uno smisurato spiegamento di forze; un’iniziativa di democrazia partecipata, fatta tutta alla luce del sole, voleva essere marchiata (secondo le intenzioni di chi?) da una risposta repressiva (ma quanto è costata?). C’è così tanta paura del libero pensiero? Forse in questa Italia sì. Creare uno spazio di discussione, di politica dal basso, fa paura; paura che la gente s’incontri senza essere mero consumatore o passivo spettatore, si ha paura che i pensieri mettendosi insieme possano denunciare ciò che è sotto il naso di tutti, ma che nella solitudine dell’individuo, passa inosservato . Quando mi sono ritrovato, con sorpresa, davanti a quell’edificio, oramai spoglio di quell’umanità conosciuta, divenuto solo un esoscheletro di una storia finita, la voglia di rientrarci era tanta. Sappiamo com’è andata, il corteo non ha potuto fare altro che stendere simbolicamente uno striscione sulla facciata, del resto non aveva mai avuto, sin dall’inizio, alcuna intenzione di avere un contatto fisico con quella idea di repressione, generata da pensieri grigi. Il colore deve poter vincere. (Silvestro Labate)-

Fonte: Municipio dei Beni Comuni di Pisa

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