I Cobas rispondono all’azienda ospedaliera: “La cinghia ormai si è rotta a forza di tirarla”

PISA – L’imperativo «stringere la cinghia», ovvero contenere le spese, lanciato a mezzo stampa dal Direttore generale dell’Azienda ospedaliera pisana, se da una parte è tutto interno alla logica dell’aziendalizzazione dell’impresa-salute (logica di cui la sanità pubblica è ormai totalmente impregnata), dall’altra innesca meccanismi di negazione del diritto alla salute dalle conseguenze devastanti.

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La stessa logica aziendale impone che gli ospedali ricevano le risorse dalla Regione nella quale operano sulla base del DRG. Per DRG (Diagnostic Related Group) si intende lo standard che raggruppa l’assistenza erogata ai pazienti per diagnosi e costi omogenei.

Quando le Usl non erano ancora diventate Asl, dove A sta per Azienda, qualsiasi fossero il tipo e la quantità di prestazione erogata, era sufficiente presentare il conto alla Regione, che lo saldava. Ai tempi delle Usl, per esempio, si poteva tenere sul letto un paziente bisognoso di una lunga e continua attenzione per settimane e mesi, senza che nessuno si opponesse. I medici si potevano concedere il “lusso” di rinviare gli esami al giorno dopo, di controllarne due o tre volte il risultato, di assistere un paziente terminale anche se avesse avuto la malaugurata idea di “durare” più di dieci giorni. Oggi non è più così: il morente va mandato a casa, perché il suo DRG non considera (e quindi non paga) i costi di degenza. Se la Asl spende di più, peggio per lei; se spende di meno, può tenersi i soldi.

Per il meccanismo DRG al primo e unico posto non c’è più il paziente, cioè la persona, ma la malattia o l’organo compromesso: all’interno di un parametro economico e di produttività scompare il margine necessario al medico per potere svolgere la sua opera tenendo conto dellla complessità e dell’unicità dell’individuo-paziente.

Ecco, come e perché diventa disinvoltamente praticabile il cinismo con cui spariscono posti letto su posti letto, ormai da anni e anni: si tagliano i posti letto, perché si taglia il tempo necessario a curare in modo onesto e adeguato il malato. Si tagliano i posti letto, perché si decide che il malato non merita di essere curato come le sue condizioni di salute esigono, ma come i piani aziendali prevedono.

Stessa logica è quella per cui si tiene sotto organico il fabbisogno di personale ospedaliero. L’ospedale deve svolgere l’attività con meno dipendenti: questo vogliono i piani aziendali, che non pianificano la cura del malato, ma ciò che stabiliscono le leggi di stabilità, le quali non mirano certo a stabilizzare i servizi, quelli ospedalieri in particolare, ma piuttosto a renderli ogni anno più precari, cioè a destabilizzarli. Perché questo vuole il sistema finanziario, di cui i governi rappresentano il braccio operativo.

Se poi il servizio ospedaliero dovesse avere bisogno di un carico eccessivo di prestazioni rispetto alle risorse pianificate, chi se ne frega, che i malati si mettano in lista d’attesa, mesi, anni, e paghino ticket su ticket. E medici e infermieri e oss si diano da fare, smettano di bighellonare e non si mettano in testa che si facciano nuove assunzioni. Non si mettano in testa che le scarse risorse esistenti possano andare a vantaggio di chi lavora in ospedale o di chi vi ricorre per farsi curare, perché c’è già chi le ha prenotate: una dirigenza numerosa e rapace, un baronato agguerrito e mai sazio, una sanità privata ricolma di avvoltoi, pronti anche a fare carte false e falsi esami e perfino falsi interventi chirurgici per intascare il fior fiore di quattrini.

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