Il Coronavirus come la Febbre Spagnola. Ritrovati documenti negli archivi storici della Società Operaia di Cascina

CASCINA – In tutta Italia è allarme per l’epidemia del Coronavirus che si sta sempre più espandendo. Praticamente, eccetto i servizi essenziali, tutta Italia è ferma. Diventa inevitabile in questi giorni tristi fare qualche paragone con il passato che ci riporta addirittura al 1918 alla Febbre Spagnola.

Meri Gronchi attivista della Società Operaia

di Antonio Tognoli

La febbre spagnola causò più danni dei morti in guerra, perché a quel tempo non esistevano gli antibiotici e fu chiamata “spagnola” perché i primi a parlarne furono proprio gli spagnoli in una rivista molto letta, dopo diversi mesi dall’inizio del contagio.

L’idea di andare a ricercare i vecchi fascicoli nella sede della Società Operaia di Cascina è stata di Merì Gronchi attivista della associazione culturale di Via Palestro che ci spiega in un intervista rilasciata nelle ore scorse in esclusiva sul nostro portale: Discutendo in casa degli avvenimenti che riguardano il Coronavirus di questi giorni è venuto naturale parlare di una zia di mio marito, la sorella della nonna che è deceduta da bambina appunto per influenza spagnola nel lontano 1918 e colta da curiosità, ho approfondito la questione, ma non sono riuscita a trovare le informazioni relative agli effetti reali di questo virus sulla vita comune del nostro territorio. Solo allora ho avuto l’idea di controllare, con l’autorizzazione del presidente della Società Operaia Antonio Martini, tutte le documentazioni relative. Da li ho dapprima controllato i libri contabili, per avere una direzione sulla documentazione da controllare, ma stranamente gli anni contabili che partivano dalla fine del 1918 al 1921 non erano stati eseguiti. Questa è stata la prima sorpresa che ho avuto. Molte documentazioni, di fatti relative a quel periodo erano parziali o addirittura assenti. Controllando su altri documenti sono riuscita a trovare l’articolo del giornale in questione “L’illustrazione italiana del 19 Gennaio 1919” .

“Ancor più sorprendente è stato rileggere l’articolo e rivedere nel racconto del giornalista la straordinaria similitudine con quanto oggi viene riscritto sui giornali e nelle raccomandazioni del governo per l’allarme Coronavirus“.


La Società Operaia di Cascina, con i suoi documenti storici, continua ad essere quel testimone silente della vita cittadina e della sua gente“, conclude Merì Gronchi

Ecco un breve stralcio tratto da “L’illustrazione italiana- Archivio storico della Società Operaia Cascina”: “Bisogna convenirne: l’influenza ha infierito superando nella realtà le previsioni pessimistiche, ha ucciso in alcuni Stati assai più di quanto la guerra non abbia fatto, ha segnato di lutto la superficie del globo e non si arresta. Non si vuole oggi parlare qui della quistione controversa della causa del morbo, della sua reale natura, della identità o non identità colle epidemie trascorse di influenza, l’ultima delle quali (1889-1890) è ancora ben presente al nostro spirito perché il confronto esatto sia possibile. Si vuol qui, invece, ricordare la difficoltà della difesa preventiva. Senza scoramenti e senza agitazioni di lacrimante prefica, bisogna convenire che anche l’igiene lotta a stento contro una infezione che si diffonde con tanta facilità. …qualche risultato nella difesa può anzitutto ottenersi ed il numero dei casi può essere ridotto quando si diminuiscono le occasioni dei contatti. Di qui le misure con tanta riluttanza adottate per ridurre gli affollamenti. Migliore risultato potrebbe ottenersi quando si riuscisse a persuadere alle difese contro la penetrazione nelle narici e nella bocca delle goccioline di saliva proiettate da coloro che ne stanno accanto e che pur non parendo possono essere infette. Non c’è che dire: anche la più semplice mascherina di garza ingombra e annoia. La si può tollerare, la maschera, in carnevale, perché nessuno ci impone di portarla: ma se un obbligo fosse fatto ai cittadini, anche per difendere la pelle, tutti si agiterebbero tocchi e profanati nelle fibre più sacre della sacra libertà personale. Certo, la maschera è grave, imbarazzante: le prove fatte da noi in qualche clinica, e per poche ore al giorno, dicono netto che una simile difesa è logica, ma ripugnante alle abitudini. Se l’influenza, invece di uccidere il sei per cento dei colpiti, abbattesse il novantacinque per cento, come succede nella peste polmonare, la maschera troverebbe nella paura un tale organo di propaganda, che il dirne male diverrebbe sacrilegio. Ma l’influenza è ancora troppo mite, perché il punto morto dell’antipatia per la maschera si possa superare. Altrove ci si tiene maggiormente alla vita; ecco, ad esempio, come negli Stati Uniti si interpreta questo lato della difesa contro una infezione che minaccia di raddoppiare il pericolo normale della morte. Non solamente agli infermieri, ai medici, ma nei centri della epidemia anche ai barbieri, agli impiegati che hanno rapporti col pubblico, ed in genere a coloro che possono in miglior guisa servire di veicolo all’infezione, la piccola maschera è imposta. Affermano le riviste americane che il beneficio non pare dubbio: indubbio poi è il guadagno per la nuova imprevista barriera che l’influenza crea alle lingue più ciarliere.”

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