La Limonaia restituita alla città. Il comunicato

PISA – Riceviamo e pubblichiamo comunicato stampa inviatoci da Zona Rosa, che nella Giornata mondiale della salute hanno fatto il loro ingresso nello stabile della Limonaia, in vicolo del Ruschi,  “restituendolo alla città, dopo quasi quattro anni di chiusura e abbandono“.

“Questa mattina, all’alba, siamo entrate presso lo stabile de la Limonaia, in vicolo del Ruschi,  restituendolo alla città, dopo quasi quattro anni di chiusura e abbandono. Abbiamo scelto il 7 aprile, Giornata mondiale della salute, perchè pensiamo che che il tema della salute e, in particolare, della violenza medica sui corpi delle donne non sia relegabile ad una semplice ricorrenza annuale.
Abbiamo potuto sperimentare che, nella nostra città, i servizi che riguardano questo ambito fondamentale delle nostre vite sono purtroppo spesso insufficienti e poco inclusivi. In particolare, per quanto riguarda il corpo delle donne e la sessualità sperimentiamo una mancanza di strutture adeguate alle necessità di tante. Inoltre, la grande diffusione della pratica dell’obiezione di coscienza in ospedali, farmacie, consultori costituisce una forma di violenza che subiamo quotidianamente sui nostri corpi. Ad esempio, presso l’Ospedale Santa Chiara di Pisa solo 4 medici praticano l’interruzione volontaria di gravidanza.
Mosse da una prassi femminista, riapriamo uno spazio che galleggia tra proprietà vacante, chiusura e  abbandono, speculazione edilizia. Con la soppressione delle Province, l’ente che ha rilevato lo stabile nel ‘97, la proprietà dell’immobile non è più definita e, di conseguenza, tutte le attività in progetto sono state liquidate per la mancanza di fondi. Lo stabile, infatti, è ormai chiuso dal 2013 e non c’è un progetto pubblico che lo riguardi, tant’è che, come detto nella delibera n. 16 del 27 luglio 2016 del consiglio provinciale, è stata avviata “una procedura di evidenza pubblica per una concessione di lungo periodo prevedendo come criterio di aggiudicazione l’offerta economicamente più vantaggiosa, o se l’ipotesi fosse ritenuta effettivamente realizzabile date le condizioni di mercato, procedere con la vendita”. Un altro caso di svendita di patrimonio pubblico, che, in questo caso, non riesce nemmeno a trovare acquirenti reali.
Di fronte all’ennesimo caso di speculazione edilizia, vogliamo che la Limonaia , per non cadere nell’abbandono o essere privatizzato a beneficio di pochi, rimanga apertoa tutti e tutte ed diventi fruibile alla cittadinanza in maniera condivisa, partecipata, collettiva.
Apriamo questo spazio con l’intento di trasformarlo in una “zona rosa”, una zona, cioè, in cui ognuna e ognuno possa sentirsi a proprio agio con il proprio corpo e i propri desideri. Una zona femminista,  ovvero aperta a tutti e tutte, attraversata e attraversabile, antisessista e inclusiva.
Oggi, alle 18, apriremo questo percorco con un’assemblea pubblica, aperta a chiunque desideri arricchire lo spazio con i propri desideri o la propria voglia di mettere in comune.
Verranno presentati i primi progetti che vorremmo attivare e costruire insieme a chiunque vorrà partecipare:  uno sportello legale che sia di supporto a tutt* quell* che subiscono discriminazioni di genere in ambito sanitario – dall’obiezione di coscienza alla violenza ostetrica; una sportello medico in collaborazione con l’Aied, per sopperire alla mancanza, in centro città, di servizi di consulenza medica inclusivi, a disposizione di chiunque viva a Pisa a prescindere dalla propria condizione giuridica o anagrafica. E tutto quanto potrà essere costruito insieme all’interno di questo spazio.

MANIFESTO. La mia sveglia è il suono di un lucchetto che si apre, il mio colore è il rosa.
il mio corpo è percorso da infiniti tracciati. La mia pelle è porosa e plasma e riplasma incessantemente i profili del mio corpo, che di volta in volta appare esuberante, sproporzionato, deforme, favoloso, inopportuno, disfunzionale. Il mio corpo tinge lo spazio e lo rende rosa. Lo attraversa e lo rende sicuro. “Safe” come tanti passi che si incontrano, safe come il posto di tutt* quell* che non hanno posto. Se il territorio è tutto una linea di confine, questa è una zona. Luogo di fusione e intreccio, in cui le forme sono diluite. Una zona femminista, femminile. Femminile come  sono i corpi che subiscono confini imposti e tracciati sulle proprie vite, femminili perché subalterni. Una zona femminile come sono i corpi che a quei confini non si arrendono, che li attraversano e ridefiniscono incessantemente. Sono donna, e ho infinite anatomie: quelle di tutti i corpi pensati senza voce, senza parte. Corpi messi in stato di minorità, esclusi dalla scelta e dalla decisione, razzializzati, imbavagliati in categorie binarie in cui gli uni devono necessariamente essere subalterni affinchè altri siano dominanti. Se questo dominio si esercita a partire da soggetti conformi, presentati come neutrali, ma in realtà necessariamente maschili e bianchi, allora questa è la zona di chi non vuole subire tale dominio nè vuole identificarsi con esso. Un luogo dei soggetti imprevisti, perchè pensati fuori dalla possibilità di prendere parola, eppure provvidenzialmente efficaci nell’irrompere nel presente, quando si riconoscono in una complicità sovversiva. Un territorio della scelta collettiva, dello scegliersi insieme.  Metto al centro l’empatia, l’amore. Non sono individuo, ma trama di relazioni. Trama  femminile, perchè non individualista né competitiva. Per questo non ho un nome e rispondo ad una politica dei desideri. Sono inappropriabile, sono tutt* quell* che mi attraversano, vivo e cambio con le loro strorie. Perchè né gli spazi, né i corpi sono territori di conquista. In questi anni mi sono sentita sola, vuota, senza possibilità di decidere su me stessa. Su di me e per me vorrebbero scegliere quell* che sempre e da sempre decidono delle vite degli altr*. Proprio con questi altr*, solitamente messi ai margini, io voglio invece, da oggi, condividere le mie scelte e trovare le parole che da tempo mi mancano per dire che il mio corpo non è in vendita. Perchè nessun* si senta sol*, neanche nel decidere sul proprio corpo. Per “riconoscersi negli sguardi di altre e altr*, per trovare  il coraggio di prendere in mano il destino di questo mondo brutale, perché nel far tremare la terra si possa finalmente sovvertire il reale e tornare a respirare.” Cominciamo da noi, per costruire la possibilità di respirare insieme, perchè questa trama di relazioni si faccia sostegno alle necessità di tutt* e al tempo stesso le ridefinisca collettivamente. In un mondo in cui la sessualità, la salute, il piacere sono ingabbiati in un semplice sistema di servizi, peraltro offerti in maniera insufficiente ed escludente, immaginare insieme come trasformarli in pratica quotidiana di ascolto e condivisione vuol dire, immediatamente, immaginare un mondo nuovo, un mondo rosa.  E quando la terra tremerà ancora una volta sotto i nostri piedi ci scopriremo, di colpo, a non averne più paura. Perchè sarà stato l’incedere leggero e inarrestabile dei nostri passi, ad essersi fatto terremoto. Che l’andatura sia quella di un cammino o di una danza, a muoverci sarà il sincronizzarsi incontrollato di uno stesso, multiforme, ritmo. A muoverci, sarà stato il desiderio.

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