L’Ass. Luca Nannipieri: “L’Italia esisterà solo se federata”

PISA – L’assessore alla cultura di Cascina, Luca Nannipieri, in rappresentanza dell’Amministrazione e del sindaco, riflette sul futuro dell’Italia come federazione dei territori e delle città, come volevano Carlo Cattaneo, Adriano Olivetti e Gianfranco Miglio, in occasione delle celebrazioni dell’Unità nazionale, dopo il saluto introduttivo del Presidente del Consiglio Comunale Elena Meini, alla presenza delle Forze Armate, dell’ANPI, della Misericordia e di altre associazioni sociali.

“L’Italia è nata come luogo conosciuto, amato, desiderato, in Europa e nel mondo, molto prima che si riunisse in unità nazionale nel 1861, molto prima che si riunisse il primo Parlamento nazionale il 18 febbraio 1861. L’Italia esisteva molti secoli prima rispetto alla sua formazione politica. Già Dante Alighieri, nel VI canto del Purgatorio, scriveva “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere”. Dante lo scriveva nel 1315-16, esattamente 700 anni fa. Cioè il sommo poeta diceva che l’Italia esisteva 700 anni prima che essa giuridicamente nascesse. Ma non era un caso isolato: lo storico Francesco Guicciardini, nel 1537-1540, pubblica la Historia d’Italia. Nel 1818 il poeta Giacomo Leopardi scrive la canzone civile All’Italia. Ma anche Alessandro Manzoni scriveva dell’Italia già nel 1822. Non eravamo solo noi, non ancora italiani, a dire che il nostro paese si chiamava Italia. Anche quando gli stranieri, i giovani aristocratici, gli artisti, gli scrittori, gli intellettuali europei del Settecento e Ottocento, venivano a formarsi guardando e studiando le bellezze, gli splendori, le vastità del nostro patrimonio storico artistico, e appuntavano le loro impressioni, davano un titolo emblematico ai lori scritti: il grande filosofo e pensatore francese Montesquieu scriveva il suo libro e lo intitolava “Viaggio in Italia” (1728-1729). Il pittore Goya scriveva i suoi “Cuadernos italianos” (1771-1793), il grande poeta Goethe si innamorò delle nostre città e ne scrisse il libro “Viaggio in Italia” (1786-1788), il poeta tedesco Heinrich Heine scrisse “Impressioni di viaggio in Italia” (1828), il letterato francese Theophile Gautier (1852) scrisse il suo “Viaggio in Italia”. E così possiamo continuare. Cioè prima che esistesse giuridicamente la struttura politica della nazione Italia, esisteva l’entità Italia. Quando alla fine si è riunita, si parlava già di Italia 5 secoli prima. Cosa ci dice questo essere presente nell’immaginario di generazioni e generazioni di individui nel mondo, prima ancora che si formasse l’Italia? Ci dice che l’autodeterminazione dei popoli avviene sotto traccia per lungo tempo, in molti casi da secoli, e che la finalmente raggiunta Unità nazionale è solo l’ultimo atto politico di un movimento di riconoscimento e di identità che è stato per lungo tempo pre-politico, culturale. La famosa, e forse non giusta, frase riferita a Massimo D’Azeglio “Abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli italiani” va ribaltata. Da tempo, in modo più o meno consapevole, esistevano gli italiani e nel 1861 si è fatta giuridicamente l’Italia, la cui Unità festeggiamo il 4 novembre, inglobando in questa ricorrenza più momenti topici della nostra storia: l’Unità nazionale, la fine della prima guerra mondiale con la commemorazione dei caduti e l’esaltazione militarizia delle Forze armate. Ma permettetemi di concludere questo intervento con questa sollecitazione politica sul presente: l’Italia, la cui Festa nazionale celebriamo in questi giorni, sarà sempre l’Italia? Esisterà sempre? In un momento politico in cui gli Stati nazionali sono, nella loro individualità, sempre più periferici, marginali nelle loro forze rispetto a Stati impero come la Russia, la Cina, gli Stati Uniti, avrà ancora senso lottare per uno Stato marginale? Saremo sempre pronti a lottare, a sacrificarci ed eventualmente a morire per una nazione che avrà sempre meno peso nello scenario mondiale? L’Europa delle Nazioni non ci piace. È l’Europa che vediamo tutti i giorni: quella dei banchieri, dei funzionari che hanno timore a scrivere le radici elleniche e Cristiane nella costituzione, l’Europa che vuole decidere quanto latte usare per fare il pecorino di fossa, che impone ai pescatori di prendere solo le vongole che hanno una certa misura, altrimenti, se le prendono di un millimetro più grandi, rischiano la multa; l’Europa che dice all’Italia sbrigatela tu con gli scafisti e i gommoni, noi stiamo a guardare. Ecco l’Europa delle Nazioni, l’Europa delle Nazioni Italia, Francia, Germania, Grecia, l’Europa degli stati nazionali individuali, soli, marginali, non ci piace. Forse è il tempo di pensare non all’Italia come nazione, ma all’Italia dei territori e delle città, e non all’Europa delle Nazioni (come è finora), ma all’Europa dei territori e delle città. Un’Italia, un’Europa, più federale, più arcipelago, più policentrica, come volevano Carlo Cattaneo, Adriano Olivetti, Gianfranco Miglio, che al centralismo delle decisioni, mette al centro la vitalità e le energie dei territori, dei cittadini e delle loro libere vitalissime e sussidiarie aggregazioni. Questo è forse l’unico futuro dell’Italia e dell’Europa. Ed è solo questo futuro, che dà centralità ai cittadini e alle persone, che noi intendiamo difendere e sostenere”.

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