Marco Malvaldi ci racconta il suo nuovo lavoro “Il Borghese Pellegrino”

PISA – Nei giorni scorsi è uscito in libreria l’ultimo lavoro dello scrittore pisano Marco Malvaldi, noto al grande pubblico soprattutto per la fortunatissima serie di libri sui Delitti del BarLume, divenuti poi una serie televisiva di successo prodotta da Sky. Il suo ultimo romanzo si intitola “Il borghese Pellegrino” – Sellerio editore. Lo abbiamo contattato telefonicamente per parlarne con lui. Ci risponde con il garbo e la simpatia che lo contraddistinguono.

di Massimiliano Morescalchi

Pellegrino Artusi protagonista del nuoco libro di Marco Malvaldi

Buongiorno Marco e benvenuto sulle pagine di Pisanews. In questi giorni è uscito il tuo ultimo lavoro, “Il borghese Pellegrino”, per la casa editrice Sellerio con la quale hai sempre lavorato. È la seconda volta che utilizzi il personaggio di Pellegrino Artusi, il noto critico gastronomico del 1800, nei tuoi racconti. Da dove nasce l’interesse per questo personaggio?

“Pellegrino Artusi è un personaggio estremamente interessante. Pur non avendo compiuto studi regolari, era un erudito. Leggeva di tutto, principalmente saggi e poesia. Era un appassionato di Ugo Foscolo, per esempio. Seguiva lezioni universitarie su vari argomenti perché era un curioso, un avido di conoscenza, ciò che non sapeva bramava di conoscerlo. Era anche un modo per valorizzare una vita che per altri versi non gli aveva dato molte soddisfazioni: lui avrebbe voluto studiare, ma doveva mandare avanti il commercio di famiglia (il padre commerciava in seta, n.d.r.). Era riuscito quindi a formarsi questa cultura enciclopedica assolutamente personale che lo portò a fare amicizia con persone di grande levatura intellettuale. La cosa meravigliosa di quest’uomo, dalla quale nasce la mia ammirazione, è che era una persona sincera: di tutti i modi che potrebbero venire in mente per migliorare l’essere umano, lui sceglie il primo che verrebbe in mente a chiunque se fosse sincero. Come diceva Lao Tse, se un uomo sensibile si sveglia la mattina e mette in ordine tutti i piaceri della vita e tutte le cose che danno significato alla sua giornata, inevitabilmente se è sincero converrà che il primo è il cibo. L’Artusi era in sintonia con questo pensiero e si chiedeva banalmente: qual è la cosa di cui non possiamo fare a meno e che tutti avrebbero il diritto a praticare? Mangiare e mangiare bene!”

Quindi il cibo come una delle caratteristiche principali per conoscere la cultura di un popolo e avvicinarsi alle culture altrui?

“Esattamente! All’epoca, siamo alla fine dell’800, c’era un enorme interesse per la scienza e una grande fiducia in essa. Si potrebbe quasi dire che fin quando non entra in scena Paolo Mantegazza (antropologo, neurologo e patologo nato nel 1830, n.d.r.) e altri scienziati ciò che veniva considerato importante nel nostro corpo era solo la mente, è come se dal collo in giù non contasse. L’uomo era considerato solo cervello, spirito, ragione, anima. Poi arrivano due signori che cambiano il modo di vedere l’essere umano: uno era Charles Darwin che disse “Signori, non c’è niente di speciale nell’uomo, siamo scimmie glabre e senza coda.” L’altro, in Italia, che conferma questi principi è proprio Paolo Mantegazza (uno dei personaggi più importanti del libro “Il borghese Pellegrino, n.d.r.), il quale per primo afferma cose che ora ci sembrano scontate, ma che all’epoca suonavano bizzarre: bisogna fare esercizio fisico, lavarci tutti i giorni, bisogna mangiare bene, bisogna fare l’amore. Alla fine del ‘800 l’idea di prendersi cura del nostro corpo non era neanche presa in considerazione. È chiaro che per godere della vita occorre anche raziocinio e sentimenti, ma se il corpo non funziona non si va da nessuna parte”.

Infatti all’epoca c’era un’aspettativa di vita molto più bassa rispetto a oggi.

“Certamente, e c’era anche un’aspettativa di vita molto più diversificata. C’era anche chi riusciva a campare fino a ottant’anni, ma erano gli ultraprivilegiati. Oggi tutti noi ci aspettiamo di vivere almeno fino a 90 anni. Quando ci sono annunci funebri di persone che sono venute a mancare a 78 anni, vedi i vecchini che scuotono il capo e dicono “Era ancora così giovane”. Si è tutto protratto nel tempo. Oggi se sei arrivato a 60 anni e non hai corso la maratona sei un po’ una mezzasega! Si pretende di moltiplicare non solo le aspettative di vita ma anche le piene funzionalità del nostro corpo anche in età avanzata, e credo che ci arriveremo. Ecco, questa attenzione alle potenzialità del corpo umano nasce proprio nel periodo di Pellegrino Artusi”.

Nel tuo racconto il personaggio di Pellegrino Artusi a un certo punto si riferisce al proprio lavoro letterario, “La scienza della cucina e del mangiar bene”, usando queste parole: “Il libro mio è cresciuto come cresce un bambino: ascoltando e imparando dalle esperienze altrui.” È Malvaldi che parla attraverso il suo personaggio? È così che nascono e si sviluppano i tuoi libri?

“Sì! lo scrittore alla fine è un filtro, qualcuno che seleziona tra due tipi di eventi: gli eventi che gli sono accaduti e gli eventi che gli sarebbe piaciuto tanto che gli fossero accaduti. Tra questi sceglie i più interessanti. Però non inventa niente. Chi fa questo mestiere o anche chi scrive senza che sia la sua professione, perché ci sono fior di scrittori che però non si possono permettere di scrivere per vivere, non credo abbia questa ispirazione che ti porta a creare mondi dal tuo magnifico mondo interiore. Almeno, per me non è così. Io scelgo di raccontare cose che mi sono successe o che mi sarebbero potute succedere, ma non invento nulla”.

L’ho sempre pensato anch’io, a mio avviso lo scrittore è quella persona che sa leggere le storie che sono intorno a noi, perché ogni cosa contiene una storia, e poi riesce a raccontare quella storia in modo divertente.

“Esattamente. Un grande psichiatra israeliano, Amos Tversky, diceva in un suo articolo: “Le storie interessanti capitano solo a chi sa raccontare storie interessanti”. Anche nel nostro vissuto quotidiano noi facciamo una selezione. L’attenzione che noi dedichiamo alle cose che ci circondano è parte integrante della nostra coscienza. Il modo in cui dirigiamo la nostra attenzione è regolato dagli stessi meccanismi che poi ce lo fanno raccontare. Noi esseri umani abbiamo una capacità che nessun altro essere vivente probabilmente possiede: noi siamo coscienti di essere coscienti. Possiamo raccontare, possiamo creare nelle menti delle altre persone immagini che noi abbiamo vissuto. Dipende tutto dalla nostra capacità di osservazione”.

Malvaldi firma autografi alla Libreria Ghibellina a Pisa

Questo mi ricorda molto le parole che mi ha detto Alex Zanardi quando l’ho intervistato a Marina di Pisa, proprio due giorni prima del suo tragico incidente. Lui mi ha detto “Vedi, noi disabili probabilmente abbiamo molte cose da insegnare, se qualcuno ci guarda con gli occhi giusti, se qualcuno è disposto ad ascoltare e a prestare attenzione.” Forse è proprio questo che fa uno scrittore, riesce a vedere e ad ascoltare le cose con un occhio e un orecchio diverso dagli altri. E poi riesce a raccontarlo.

“Probabilmente sì. La dote principale di uno scrittore secondo me è l’empatia, la capacità di entrare in contatto con l’altro. A volte ti capita di entrare in contatto con persone totalmente prive di empatia. Sono quelle che non capiscono quando stai per parlare oppure che hai fretta, tutto il tuo corpo sta dicendo “Guarda, che devo andare a fare un’altra cosa” e questi non se ne danno per intesi. Ecco, lo scrittore è il contrario, è quello che dirige la sua attenzione verso gli altri. C’è un libro molto bello, “Pensieri lenti e veloci” dello psicologo israeliano Daniel Kahneman che mostra come il nostro cervello ha due modalità di funzionamento: una è quella intuitiva, che è veloce, sicura di sé, quasi subcosciente, a grana grossa e a volte sbaglia. Poi c’è il pensiero razionale, che è lento, ponderato, prende in esame, ma è troppo lento per essere utilizzato per la sopravvivenza. Queste due modalità sono mutuamente esclusive, o usi l’una o usi l’altra. Per scrivere bisogna saper switchare tra queste due modalità di pensiero, sapere quando ci vuole l’intuito e quando la ragione”.

Ho visto che nel tuo libro in alcuni parti parli direttamente con i lettori, però ti riferisci solo al femminile, alle lettrici.

“Beh, questa è statistica, le donne leggono molto di più degli uomini” .

Eppure sono gli uomini a scrivere di più, ci sono più autori maschili che femminili. Come ti spieghi questo fenomeno per il quale le donne leggono ma gli uomini scrivono?

“Questo è un fenomeno per il quale non ho una spiegazione, ma credo che una cosa le lettrici donne abbiano capito di più rispetto ai lettori uomini. Leggere è un’operazione tua, non è un farsi riempire la testa dalla persona che hai di fronte. Anche solo per capire una frase tu devi mettere in campo una serie di competenze e di esperienze che non sono assolutamente scontate. Nel momento in cui tu leggi la tua stanza mentale si riempie di colori, di suoni, di odori. La persona che ti viene descritta ha immediatamente una faccia, anche quando di quella faccia non viene scritto niente. Secondo me le donne hanno una maggiore capacità di godere di questa operazione attiva, che è la lettura, una capacità maggiore di collegare intuito e razionalità in una maniera soddisfacente. Sono in grado di switchare dall’intuitivo al razionale più rapidamente”.

La copertina del nuovo libro di Marco Malvaldi

Cosa ne pensi del fatto di utilizzare la letteratura come veicolo di messaggi sociali e politici?

“Io a volte ho sfruttato i miei gialli in maniera “squallida” (lo dice con una risata, n.d.r.) per suggerire a chi leggeva dei messaggi di valore sociale o culturale che mi premevano. Politico no, perché la politica cambia continuamente mentre la buona letteratura non deve cambiare. È un’operazione che deve essere fatta sempre in maniera onesta. Quando si gioca con le emozioni, come fa uno scrittore, è facile convincere chi legge che ciò che diciamo è giusto e bello. Tutte le volte che io ascolto la Messa in si minore di Bach mi viene la tentazione di credere in Dio, pur essendo io ateo, “marciamente” ateo. Nei miei libri a volte ho parlato di ateismo, ma tento di farlo in modo tale che sia chiaro che è solamente una mia convinzione. Non sono un “Bright”, un “Illuminato”, come si definiscono gli atei statunitensi, che pretendono di avere ragione anche su cose su cui non si può avere certezze. Sono ateo perché credere in Dio mi sembra molto più assurdo dell’altra ipotesi, anche se l’idea di rinunciare alla “vita eterna” è un po’ un mezzo pacco quando arrivi a una certa età”.

L’ironia è sempre stata la caratteristica principale dei tuoi lavori. Il tuo successo più grande è legato alla serie dei delitti del Barlume. L’ironia, il sarcasmo, addirittura il cinismo dei quattro vecchietti del Barlume sono un modo per esorcizzare la morte o solo per godere appieno della vita?

“Entrambe le cose. Noi esseri umani raccontiamo storie in continuazione anche per esorcizzare la morte. Dopo aver scritto il mio primo libro, l’emozione e il pensiero più grande è stato: “Ho lasciato qualcosa! Questa è la mia goccia di splendore!”. Ognuno di noi lascia qualcosa, e questo non me lo può togliere nessuno. Se ora esco di casa e mi “arrota” un camion, domani comunque una persona può andare in libreria e comprare un mio libro. E questo è meraviglioso! Questa è la vera immortalità. L’ironia è fondamentale nell’affrontare il tema della morte. Woody Allen diceva che “La morte, finché sono vivo è una cosa che succede solo agli altri”. Quando prendi qualcuno per il culo, stai testando la sua intelligenza. Se questo la prende troppo sul serio…la vita è troppo breve per non scherzarci su”.

A proposito di citazioni, ho notato nel libro la citazione di un’espressione da un film del ragionier Fantozzi. Alla domanda “Come sta ragioniere” il personaggio in questione risponde con un “Male, per dio, male!”. È un omaggio al personaggio di Paolo Villaggio?

(ride prima di rispondere, n.d.r.) “Sì, ci sono due citazioni. Una è quella che hai detto te, quel “Male, per dio, male!” di fantozziana memoria. L’altra è una scena che cita “Berlinguer ti voglio bene!” di Roberto Benigni”. 

Quell’ironia di cui sono intrisi i libri e le parole di Marco Malvaldi è la stessa con la quale ci salutiamo dopo una chiacchierata tra le più piacevoli. D’altra parte, Victor Hugo scriveva che “è dall’ironia che comincia la libertà”. E un altro gigante della letteratura, Oscar Wilde, disse: “L’umanità si prende troppo sul serio. È il peccato originale del mondo. Se l’uomo delle caverne avesse saputo ridere, la Storia avrebbe seguito un altro corso.”

Grazie a Marco Malvaldi per la sua disponibilità e per le buone storie che continua a regalarci. 

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