Martina Mengoni racconta Primo Levi. Un libro dedicato alla tragedia della Shoah

 

Terricciola – Il ricordo che non svanisce mai, una tragedia che resta indelebile su libri e menti: sono le caratteristiche di quella che è passata alla storia come “La Giornata della Memoria”, che ricorre il 27 Gennaio. Il genocidio, la Shoah, i deportati: argomenti presenti sui libri di storia, nelle sale cinematografiche e sui libri di letteratura. E’ la storia di una tragedia da ricordare. Per l’occasione, l’Istituto comprensivo di Capannoli “Sandro Pertini”, scuola media “A. Da Morrona”, ha organizzato un evento per celebrarne l’importanza. Alla presenza di bambini e ragazzi di scuola media ed elementare, l’autrice Martina Mengoni ha presentato il suo libro su Primo Levi.

L’obiettivo dell’evento è stato quello di sottolineare quanto sia importante combattere l’intolleranza e l’ingiustizia per non dimenticare un atto così tragico.

Qui è possibile vedere e sentire alcuni video dell’evento

Articolo di Maria Bruno

L’autrice, ricercatrice ed insegnante, Martina Mengoni, ha raccontato ai piccoli spettatori la storia e le tappe principali ricalcate dallo stesso Primo Levi, il quale ha lasciato un’impronta notevole della tragedia consumatasi nei campi di concentramento. Durante la presentazione sono state lette da diversi alunni alcune lettere scambiate fra Levi e alcuni tedeschi. Alta l’attenzione e la curiosità da parte dei ragazzi che non hanno esitato a chiedere la risposta in merito ad alcuni dubbi. Di seguito l’intervista all’autrice.

Perché ha deciso di focalizzare l’attenzione sul Primo Levi?

Primo Levi è un autore che io studio fin dai tempi dell’Università e questo libro è una parte del lavoro che ho svolto per il mio dottorato di ricerca alla Normale di Pisa.

Si può ritenere un paradosso il fatto che Levi abbia superato la Shoah ma, dopo tanto tempo, si sia suicidato?

Non è un paradosso perché i motivi per cui una persona si suicida sono imperscrutabili, molti, e noi non possiamo pronunciarci su questo. Non possiamo sapere se la sua esperienza ad Auschwitz è entrata o meno in questo suicidio. Quello che interessa a noi che ci occupiamo della sua opera è il suo operato, appunto, e anzi focalizzarsi sul suicidio rischia di portare ad un atteggiamento sull’opera che risulti retrospettivo ed è sia logicamente che interpretativamente sbagliato.

Durante la presentazione del suo libro ha detto che Primo Levi non si è discostato dai tedeschi, anzi era propenso ad un contatto con loro. Crede che sia una conseguenza positiva di tutto ciò che ha vissuto?

Lui sostiene che non odia perché non si può odiare un’entità collettiva, essendo l’odio un sentimento personale. Lui, più che parlarci, voleva interrogarli, fargli delle domande, instaurando un dialogo. Questo è quello che emerge dalle lettere che ho raccolto e dal libro. Un aspetto positivo è senza dubbio questo suo atteggiamento di comprensione, si direbbe analitico, che non lo porta a mettersi sul piedistallo della vita. Questo l’ha aiutato a capire e, in seguito, a scrivere libri negli anni successivi, come il suo ultimo, intitolato “Sommersi e salvati”.

By