Il poeta (ex)-homeless Giovanni Lecci presenta il suo nuovo libro

PISADomenica 18 febbraio alle ore 16, nel salone parrocchiale della parrocchia di Casciavola in via Guelfi 68 verrà presentato un libro di poesie del poeta ex-homeless Giovanni Lecci.

“Questo fallace quotidiano vivere”. Questa piccola raccolta di poesie è la dimostrazione che la speranza non è una parola vuota. La speranza in questo caso si associa all’opportunità. L’occasione di una vita diversa a Giovanni la dà l’incontro con la realtà di Mondostazione e del Centro Culturale Polivalente Multietnico del Dopolavoro Ferroviario. Un incontro che permette a Giovanni di trovare solidarietà, scoprire e riscoprire la sua vena intimistica. Nasce così il primo libro di poesie prodotto da Mondostazione, “L’emarginazione in poesia” in cui il poeta apre la sua anima straziata e offesa. A ciò si aggiunge l’occasione dell’esperienza del Teatro della Comunità di Marco Di Stefano che lo rendono più sicuro e certo del percorso che vuole intraprendere. Il risultato è il suo nuovo libro di poesie edito e presentato dalla casa editrice “Carmignani Editrice” ed introdotto da Francesco Parri, Presidente della Caritas di Casciavola. Ognuno di noi può essere Giovanni, un invisibile a cui viene data una nuova opportunità

Biografia di Giovanni Lecci (dalla sua precedente pubblicazione) – Giovanni Lecci è nato a Livorno nel 1945, il 21 giugno per la precisione. Più o meno un anno prima della Repubblica Italiana. Nonostante fosse il terzo di nove figli, non gli è mai mancato l’amore di mamma Argentina, donna di grande energia che riusciva ad essere il faro della casa, nonostante lavorasse come infermiera all’ospedale di Livorno. Papà Pietro era un uomo severo, di grande moralità. Lavorava come Ispettore alla Carlo Erba: lavoro che lo faceva stare tutto il giorno fuori di casa ma che, tuttavia, non gli impedì di trasmettere i suoi sani principi al figlio Giovanni: amore e solidarietà dei quali la guerra appena finita era stata maestra. Come in tutte le famiglie di allora, i rapporti di parentela erano molto forti e questo gli permise di frequentare la casa dello zio paterno, Antonio, noto avvocato di Livorno.

Giovanni amava suonare il piano, faceva della scultura e della pittura ed inoltre scriveva poesie, cosa che per lui è diventata una ragione di vita. Anche sua madre suonava il piano e si dilettava nella poesia. Dopo il liceo classico il giovane Giovanni decise di perfezionare gli studi di filosofia con la teologia ed entrò in un monastero di benedettini a Roma, dove restò tre anni fino alla chiamata per il servizio militare obbligatorio.

Quelli erano i tempi della ricostruzione del dopoguerra. Giuseppe, l’altro zio, aveva un impresa edile e gli affari andavano a gonfie vele. Quindi, al rientro dal militare, Giovanni entrò nella ditta dello zio, imparò a mettere mattone su mattone, ad intonacare, ad imbiancare e a lavorare di stucco: in poco tempo imparò il mestiere di lavoratore edile. Fino ad allora le cose erano andate bene ed il tempo era trascorso tranquillo tanto è che colse l’occasione di mettersi in proprio mettendo su una ditta tutta sua.

A quell’epoca Giovanni aveva 26 anni e decise di fare il “grande passo” e quindi prese moglie sposando Luciana, più grande di lui di tre anni ma della quale lui si era follemente innamorato essendo questa una donna, non solo bella ma, essenzialmente, sensibile e buona: la felicità era entrata in casa sua ma essa durò solo due anni poiché alla felice nascita della prima figlia Angelica ben presto ne seguì la morte per un male incurabile durato appena sei mesi. Fu un duro colpo per entrambi i coniugi che si ripresero solo dopo oltre un anno quando decisero di mettere al mondo un seconda figlio: nacque così Maria Rosa portando loro di nuovo la felicità. Durò solo sette anni questa condizione: furono sette anni di amore e di tranquillità, di spensieratezza e di giochi, specie per la bambina che spesse volte andava a giocare a palla in giardino seguendo, però i consigli della madre che si raccomandava di essere prudente, di non uscire dal cancello e di non allontanarsi da casa.

Ma il destino volle colpire ancora duramente la coppia: in assenza del padre, approfittando di un attimo di disattenzione di Luciana, la bambina aprì il cancello ed uscì rincorrendo la palla nella strada. Un camion, sopravvenuto improvvisamente e ad alta velocità, l’investì ed uccise. Giovanni, che stava rientrando dal lavoro in quel momento, assistette impotente ed inorridito alla scena. La moglie, richiamata dal clamore delle persone accorse a sua volta, uscì di casa per vedere l’accaduto e solo allora si rese disperatamente conto che la vittima era proprio la sua piccola Maria Rosa. I suoi urli richiamarono il marito che, già sotto shock, svenne.

In conseguenza di questo ulteriore evento drammatico Giovanni fu colpito da una fortissima depressione: si lasciò andare fino a desiderare la morte. Naturalmente tutto questo si ripercosse pure sulla sua attività lavorativa che andò in crisi anche per la concorrenza della manovalanza di immigrazione. Giovanni si ritrovò quindi allo stesso tempo con una famiglia distrutta ed una situazione economica negativa che da allora lo perseguita e non gli permettere di vivere una vita decente. Ora sono passati molti anni ma un grande dolore lo affligge sempre e non gli dà pace e la sua disperazione è alleviata solo dalla sua poesia e da una compagna, Tiziana, ora scomparsa. A Pisa ha trovato delle persone che lo hanno aiutato e adesso, dopo aver usufruito per un po’di tempo del dormitorio di via Conte Fazio, risiede in una casa popolare dopo regolare domanda.

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