Il Ponte delle origini o dei sogni sugli spazi utili e necessari per la ricerca

PISA – Interesse ma grandi perplessità suscita la proposta dell’ “Origins Bridge” o “Ponte delle Origini” presentata da Scuola Normale Superiore e A.N.C.I. Toscana, che prevede “la realizzazione di un ponte-edificio nella zona est della città di Pisa, destinato a diventare un vero e proprio centro internazionale di ricerca e divulgazione scientifica “sospeso” sul fiume Arno, di natura unica a livello mondiale”. Ad affermarlo è Carlo Sorrente del PSI.

La prima fondamentale perplessità riguarda il rapporto con la normativa idraulica che vieta costruzioni diverse dagli attraversamenti, in alveo fluviale. Le condizioni normative sono infatti assai cambiate dai tempi di Ponte Vecchio. Anzi il recente Piano Gestione Rischio Alluvioni approvato dalla Regione nel marzo 2016 evidenzia come l’emergenza idraulica sia ben lungi dall’essere superata in tutto il bacino dell’Arno, e particolarmente a Pisa.

Troviamo però necessario, a fronte di una proposta così “fantasmagorica” , svolgere alcune considerazioni.

Ci pare che il senso vero della proposta, che non è il caso di chiamare progetto, sia in una operazione di marketing, incentrata sulla stranezza dell’oggetto architettonico proposto e destinato solo residualmente a far transitare i pedoni (ed i ciclisti?) da una sponda all’altra del fiume in corrispondenza, nella zona est di Pisa, a cavallo tra il viale delle Piagge quartiere di Cisanello e il lungarno Guadalongo quartiere La Cella; da non sottovalutare i rilevanti costi di gestione anche per la sicurezza trattandosi di laboratori scientifici in uno spazio di transito aperto al pubblico.

Ci chiediamo per prima cosa se l’operazione immagine ripagherebbe i maggiori costi necessari alla realizzazione del ponte, su cui verrebbero collocati i due edifici-laboratori.

La seconda riflessione riguarda le possibilità di sviluppo nel tempo di un siffatto insediamento, di dimensioni originariamente contenute, possibilità che sarebbero in tutta evidenza limitate.

La terza questione riguarda il contesto infrastrutturale nel quale questo “ponte della ricerca” si inserisce, sia in termini di pubblica mobilità che di viabilità generale e parcheggi.

La quarta considerazione afferisce al fatto che, senza un piano che riguardi lo sviluppo dei quartieri interessati, ogni opera importate debba essere contestualizzata in maniera che risulti anche un valore aggiunto per essi e quindi per tutta la città.

Il Partito socialista pisano, che crede fortemente nello sviluppo della ricerca come vocazione primaria della città, crede altrettanto fermamente che sia necessario, per ragioni generali di natura economica ed urbanistica, procedere prioritariamente al recupero e riutilizzo dei troppi contenitori edilizi, alcuni dei quali di grande pregio architettonico, che da tempo giacciono inutilizzati e in via di degrado. Basti citare, tra quelli pubblici il complesso dei Trovatelli, presso il Duomo, del’ex convento di Santa Croce in Fossabanda, del’ex Distretto Militare, del’ ex Telefonia di Stato in prossimità di Corso Italia, per non parlare dello stesso Ospedale di Santa Chiara, cui invece finora si è pensato solo in termini di valorizzazione immobiliare.

Se ritenuto troppo impegnativo il recupero di contenitori storici, suggeriamo la strada di riconvertire, d’intesa con il comune, a funzioni di ricerca aree destinate a nuove residenze o insediamenti commerciali di cui non si avverte alcuna necessità, come la seconda Coop di Cisanello o anche di recuperare i tanti contenitori industriali dismessi che costellano la periferia urbana, da Ospedaletto, all’area Navicelli, all’area della Fontina.

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