Premio Biella Letteratura e Industria 2020. Adriano Prosperi tra i finalisti

PISA – Dopo Maurizio Gazzarri, finalista 2019, un altro toscano nella cinquina dei finalisti del Premio Biella Letteratura Industria: il Prof. Adriano Prosperi con il saggio Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento, Einaudi.

In occasione di un evento digitale aperto a stampa e pubblico, il 12 giugno 2020, sono stati annunciati i nomi dei cinque finalisti del Premio Biella Letteratura e Industria XIX edizione, quest’anno dedicato alla saggistica, tra i quali anche Adriano Prosperi, professore emerito di Storia moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.

Il Premio Biella Letteratura e Industria, presieduto da Paolo Piana, rappresenta un unicum in Italia: ricerca e premia opere che uniscono l’indagine sul mondo industriale all’istanza letteraria, e che si pongono specificamente l’obiettivo di raccontare modelli di trasformazione della società italiana con riferimento alla realtà socioeconomica e alla cultura dell’impegno, del rischio di impresa, dei valori come l’imprenditorialità. Il Premio è destinato a un’opera di autore italiano o straniero in traduzione italiana, e ad anni alterni premia opere di narrativa o saggistica.

La scelta di confermare l’organizzazione del Premio nonostante la grave emergenza sanitaria è stata un atto dovuto; la natura stessa del Premio, che è nato per cogliere le trasformazioni in atto dal punto di vista economico e sociale, con lo sguardo focalizzato sulla cultura d’impresa, ha imposto di non fermarsi. Il Premio Biella Letteratura e Industria dal 2020 rientra nelle iniziative di Biella Città Creativa Unesco. Cinque i saggi, scelti tra trentacinque opere selezionate, che concorreranno per un premio del valore di seimila euro, consegnato durante la cerimonia conclusiva, in programma in novembre 2020 presso l’Auditorium di Città Studi di Biella.

Nell’edizione 2019 il premio è stato assegnato a Giorgio Falco per il romanzo Ipotesi di una sconfitta, EinaudiIl libro: Adriano ProsperiUn volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento (Einaudi) descrive la subalternità della realtà contadina nella storia europea dei secoli scorsi e racconta di una classe cancellata dalla cultura dominante, rappresentata attraverso inchieste, statistiche e topografie sanitarie.

Gli altri finalisti 2020: Michele Ainis, Maria Paola Merloni, Luca Ricolfi, Salvatore Romeo, Premio Speciale della Giuria a Giulio Tremonti.

LA SCHEDA. Adriano Prosperi. Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento. Einaudi Editore, 2019

Adriano Prosperi (1939) è professore emerito di Storia moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Tra le sue opere, nel catalogo Einaudi: Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari («Biblioteca di cultura storica», 1996 e «Piccola Biblioteca Einaudi», 2009); La figura del vescovo fra Quattro e Cinquecento: persistenze, disagi e novità (Storia d’Italia. Annali, vol. 9, 1986); Penitenza e Riforma (Storia d’Europa, vol. IV, 1995); Incontri rituali: il papa e gli ebrei (Storia d’Italia, vol. 11/1, 1996). È autore, insieme a Paolo Viola, di Manuale di storia moderna e contemporanea («Piccola Biblioteca Einaudi ns», 2000). Nel 2001 (sempre nella «Piccola Biblioteca Einaudi ns») è stato pubblicato Il concilio di Trento: una introduzione storica. Nel 2005 in «Einaudi Storia» è uscito Dare l’anima (nuova edizione PBE 2015); nel 2008 Giustizia bendata. Percorsi storici di un’immagine; nel 2010 è uscito, nei «Passaggi Einaudi» Cause Perse – Un diario civile; nel 2013, negli «Einaudi Storia», Delitto e perdono (nuova edizione PBE 2016); nel 2016, negli «Einaudi Storia», La vocazione; nel 2019, negli «Einaudi Storia», Un volgo disperso.

Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento (Einaudi Editore, 2019)
Per la conoscenza storica le vite dei lavoratori della terra sono
rimaste nell’ombra. In assenza di testimonianze dirette bisogna
rifarsi ai medici condotti, obbligati a vivere tra i contadini per
occuparsi della loro salute. L’obbiettivo della medicina ufficiale fu
quello di risanare l’ambiente di lavoro e di vita della collettività
attraverso il controllo dei fondamentali parametri dell’igiene: aria, acqua, suolo. Ciò obbligò i medici a studiare le condizioni di vita dei contadini. Impegnati nella lotta contro le malattie epidemiche e la mortalità infantile, i medici condotti denunziarono le condizioni di vita dei contadini, in numerose inchieste e statistiche realizzate dai regimi napoleonici, dall’Austria e poi, sistematicamente, dallo Stato italiano. E furono materia delle topografie sanitarie dedicate ai comuni dove operavano. Emerge qui sempre più netta la barriera sociale che divide la cultura ufficiale dal mondo contadino: l’igiene. La sporcizia appare come il segno ineliminabile di un mondo a parte, tanto da raggiungere talvolta gli estremi del razzismo.

Quali erano le condizioni di vita dei lavoratori della terra nelle campagne italiane dell’Ottocento? Pierre Bourdieu ha coniato per i contadini la definizione di «classe oggetto», che inevitabilmente si affaccia in questo libro. Essa esprime la loro subalternità nella storia europea dei secoli scorsi:
individui rappresentati da altri, oggetto di commiserazione o paura per ribadirne la condizione subalterna. Quella classe fu cancellata dalla cultura dominante anche perché priva dei mezzi per farsi conoscere. Nel secolo XIX inchieste, statistiche e topografie sanitarie misero davanti all’opinione pubblica rappresentazioni della realtà contadina che aprirono un conflitto interno agli schieramenti politici. Tornare sui contadini dell’Ottocento costringe a varcare un tempo tanto breve nel computo delle generazioni quanto remotissimo nelle rappresentazioni culturali. La vigente strutturazione del racconto storico misura la nostra distanza dal passato con la scansione delle epoche. Così l’età del Risorgimento si è guadagnata una sua dimensione che l’allontana da noi. Eppure quel secolo XIX e quella storia dell’Italia di allora ci compaiono davanti come una presenza familiare se solo la misuriamo con le generazioni dei nostri personali antenati. Ma il tempo dei nostri bisavoli era davvero vicino al nostro? E quanto regge quell’articolazione scolastica del disegno del passato che lo ha inserito nell’epoca che chiamiamo contemporanea? Questa è la domanda che ci accompagnerà nel viaggio attraverso le fonti ottocentesche di Un
volgo disperso.

Nelle campagne italiane abbiamo visto di recente tornare i contadini.
Assomigliano a quelli del millennio testé concluso: magri, stracciati, a piedi scalzi. Lavorano, come allora, dieci o dodici ore (‘da sole a sole’ si diceva all’epoca) nelle infuocate ore d’estate. Però, a ben guardare, delle differenze ci sono: molti di loro hanno la pelle più scura dei contadini del tempo antico e le lingue che parlano sono quelle di paesi remoti. Quel passato si cancella vertiginosamente nel mutamento che ha visto l’Italia diventare una grande potenza industriale. E intanto l’Italia vede riaffacciarsi e aggravarsi paurosamente fragilità antiche che rimandano agli squilibri creati dal processo dell’unificazione nazionale
”.

Motivazione della giuria. Chiunque sia nato intorno alla metà del secolo scorso ha un nonno contadino nato nell’Ottocento e di cui, forse, ha poca memoria. Se torna nei luoghi dove quel nonno ha vissuto, può trarne ricordi dell’infanzia, scalette che salgono verso le stalle, dispense profumate di mele, camere da letto cui si accedeva attraverso una scala a pioli e una botola, strade fatte coi ciottoli di fiume, con il segno delle ruote dei carri che passavano tra sasso e paglia. Non si può dire che quel mondo non sia stato
narrato dagli scrittori: ma quello di Adriano Prosperi è lo straordinario testo di uno straordinario storico, che in quelle vite ci restituisce nella loro piccolezza e nella loro miseria, attraverso gli sguardi dei parroci e soprattutto dei medici condotti, testimoni lucidi della povertà dimenticata.
Loredana Lipperini

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