Il ricordo di un martire e di cinque eroi. A 27 anni dalla Strage di Via D’Amelio

PISA – Lo sapeva, certo che sapeva sarebbe toccato anche a lui, Paolo Borsellino, specie dopo che appena due mesi prima, il 23 maggio 1992, il suo inseparabile amico e collega Giovanni Falcone era perito, assieme alla moglie Francesca Morvillo ed a tre agenti della scorta, nell’attentato di Capaci, sulla strada dall’Aeroporto di Punta Raisi al Capoluogo siciliano.

di Giovanni Manenti 
La loro colpa ….?? Quella di aver istruito, quali componenti del “Pool Antimafia” voluto dal Giudice Antonino Caponnetto, il “Maxiprocesso” svoltosi nell’aula bunker del Tribunale di Palermo e che aveva portato a numerose condanne all’ergastolo comminate ai vertici di “Cosa Nostra”, ancorché molti ancora latitanti.
La sentenza della Corte di Cassazione di fine gennaio 1992 che confermava le condanne, era stata l’atto che aveva fatto decidere alla Commissione, a capo della quale sedeva Salvatore “Totò” Riina, che non vi era più tempo da perdere, ed i “responsabili” dovevano essere eliminati.
Tutto questo lo sapeva bene, il Giudice Borsellino, solo che non si sarebbe forse mai aspettato che l’esecuzione avvenisse in spregio di quel “Codice d’onore” che un tempo anche la mafia rispettava, vale a dirlo eliminarlo in presenza dei suoi cari.
Era domenica, quel 19 luglio 1992, e come ogni domenica, dopo aver pranzato, si reca assieme agli uomini della sua scorta, in via D’Amelio per fare visita all’anziana madre, assieme alla quale vive la sorella Rita Borsellino.
È una via stretta, per la quale era anche stata avanzata, inascoltata, la richiesta che non vi fossero parcheggiate delle auto ed invece, quel pomeriggio, tra le altre, vi è una Fiat 126 imbottita con 90 chili di tritolo che esplode in tutta la sua potenza non appena il Giudice si avvicina al cancello del Condominio dove abita la madre.
Per una macabra coincidenza la deflagrazione avviene alle ore 16:58 così come alle 17:58 era stato fatto saltare il manto stradale a Capaci, come se quei 2′ volessero rappresentare un segnale, un messaggio di chissà quale genere, ma lo scenario che si presenta immediatamente dopo è impressionante.
La potenza dell’ordigno trasforma via D’Amelio in una visione apocalittica, decine di auto a prendere fuoco, danni ad abitazioni e negozi e,  soprattutto, i corpi smembrati, oltre che di Borsellino, anche dei 5 uomini della scorta, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Casina, Claudio Troina, oltre ad Emanuela Loi, prima agente di polizia a far parte di una scorta, e che aveva programmato di sposarsi a breve.
Una scorta alla quale Borsellino, consapevole del fatto che la sua sorte era oramai segnata, avrebbe voluto rinunciare, ricevendo un netto rifiuto da parte degli stessi agenti che la componevano.
Con questa strage la mafia completa la sua vendetta, ma si scava anche la fossa, perché la reazione dello Stato è violenta, sull’onda del sollevamento popolare dalle Alpi alla Sicilia ed anche per una forma di rimorso per non aver difeso a sufficienza i suoi fedeli servitori, arrivando in poco tempo ad assicurare alla giustizia i capi della Cupola, da Riina a Giovanni Brusca ed, in tempi più recenti, Bernardo Provenzano.
Borsellino lascia la moglie Agnese ed i figli Manfredi e Lucia, e va a raggiungere Falcone tra i martiri caduti al servizio dello Stato, senza dimenticare i 5 eroi che ne hanno volutamente condiviso il triste destino, al pari di quelli che avevano sacrificato le proprie vite a fianco di Giovanni Falcone.
Occorre  sempre tenerne vivo il ricordo, per non dimenticare mai queste tristi pagine di storia del nostro Paese,  per una striscia di sangue che segnò Palermo con ferite impossibili da rimarginare.
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