Rino Sciuto, l’investigatore-scrittore ci racconta il perché del suo nuovo libro che a breve uscirà

PISA – Uno dei casi di cronaca che ha coinvolto e sconvolto maggiormente l’opinione pubblica nazionale negli ultimi anni è stato quello relativo alla scomparsa di Roberta Ragusa a Gello (Pisa) nel gennaio del 2012.

di Massimiliano Morescalchi

L’intervista di Massi Morescalchi a Rino Sciuto scrittore – investigatore

Le indagini che seguirono alla denuncia per scomparsa di persona fatta dal marito Antonio Logli durarono sette anni e portarono alla condanna per omicidio del Logli stesso, ma non al ritrovamento del corpo di Roberta.

Uno degli investigatori dei Ros (Raggruppamento Operativo Speciale) di Roma che si occupò del caso, è stato Rino Sciuto, che ha deciso di scrivere un diario delle indagini svolte dal 2012 al 2016, per un caso che presenta ancora alcuni dubbi irrisolti. Il diario è stato pubblicato dalla casa editrice Bastogi Libri e uscirà nelle librerie il prossimo mese con il titolo “Roberta Ragusa – L’amica che non ho mai conosciuto”.

Incontriamo Rino Sciuto in videoconferenza per parlare con lui di questo lavoro e del caso Ragusa.

Buonasera, signor Sciuto. Lei ha fatto parte dei Ros fino al 2017 e ha svolto le indagini relative alla scomparsa di Roberta Ragusa nel gennaio del 2012. Ha deciso di trascrivere il suo lavoro nel libro che uscirà nel mese di luglio. Che cosa troveremo in questo diario?

“In questo lavoro ripercorro quei quattro anni di indagini e di trasferte a Pisa da parte del Reparto Crimini Violenti dei Ros”.

La copertina del libro di Rino Sciuto che il 15 luglio uscirà nelle librerie d’Italia sul Caso Ragusa

Come nasce l’idea di scrivere un diario delle indagini?

“L’idea di scrivere un libro su questo caso è nata la sera della condanna definitiva di Antonio Logli in Cassazione. Stavo assistendo alle dirette delle varie trasmissioni televisive che si occupavano della vicenda, in particolare Quarto Grado che ho frequentato più volte. Assistevo a questa diretta come a una sorte di finale dei campionati mondiali. Non tanto perché bramassi una condanna, una condanna definitiva non è mai una cosa bella per gli uomini, ma perché metteva un punto di conclusione a una vicenda che si era trascinata per molti anni. Quando è finita questa “partita” ho avuto una scintilla. Ero con mia moglie e con mia figlia e ho detto loro “Io devo scrivere una mia memoria su questo caso”. Roberta per 4 anni è stata nei miei pensieri e ritrovarla per noi era diventato un assillo. Ci abbiamo provato in tutti i modi. Ovviamente speravamo di ritrovarla viva, ma tutte le strade investigative portavano a un’altra conclusione”.

È stata un’indagine che l’ha toccata in modo particolare?

“Sì, molto. Avevo sempre svolto altri tipi di indagine, nella mia carriera. Mi sono occupato di traffico internazionale di stupefacenti, di associazioni mafiose, di ‘ndrangheta. Ma non avevo mai lavorato su un fatto di cronaca con un alto impatto mediatico, e questa cosa ci ha coinvolto in modo particolare. Sentivamo molto la pressione. Lo dimostra il fatto che se ne parli ancora dopo otto anni”.

La cosa particolare è che alla fine è risultato un caso di omicidio ma senza il corpo, perché il corpo di Roberta Ragusa non si è mai trovato.

“Infatti ci sono molti innocentisti che affermano che non essendo stato ritrovato il corpo non ci siano prove certe dell’omicidio. Ma il Logli ha passato tre gradi di giudizio, chi ha pronunciato la sentenza aveva motivi solidi”.

Ricordiamo però che al termine del primo processo Antonio Logli non fu condannato.

“Sì, nel primo processo fu dichiarata la non procedibilità, ma la Procura di Pisa si oppose facendo ricorso in Cassazione a seguito del quale sono stati svolti i successivi tre processi che hanno portato alla condanna del Logli a 20 anni di carcere, confermati in appello e infine in Cassazione a luglio del 2019”.

Il fatto che lei sia rimasto particolarmente colpito dalla vicenda lo si nota anche dal titolo che ha scelto per il suo libro, dove parla di Roberta Ragusa come dell’“amica che non ha mai conosciuto”. L’uso di questo termine così confidenziale dà il senso di quanto queste indagini l’abbiano segnata.

“Assolutamente sì. Io sono un uomo, molto sensibile, nonostante l’aspetto burbero sembri indicare tutt’altro. Mi sono affezionato molto a questo caso, anche per i risvolti familiari che implica. Roberta quando fuggì di casa quella notte di gennaio del 2012, aveva due figli, Daniele e Alessia”.

Nonostante non sia mai stato ritrovato il corpo di Roberta, che cosa le dà la certezza che sia stato commesso un omicidio da parte del Logli?

“La certezza…intanto abbiamo due testimoni, Loris Gozi e Silvana Piampiani che sono stati ritenuti attendibili. La coppia testimoniò di aver visto Antonio Logli e Roberta Ragusa, la notte del 13 gennaio 2012, litigare per la strada a circa un chilometro dalla loro abitazione. Poi ci sono stati tanti altri piccoli tasselli che messi insieme hanno consentito ai magistrati di poter vagliare il nostro operato e arrivare a una condanna”.

(Ricordiamo in breve i fatti di quella notte: Roberta Ragusa fugge di casa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, dopo aver ascoltato le telefonate del marito Antonio Logli all’amante Sara Calzolai, collega e confidente della Ragusa, ex babysitter dei suoi bambini. Il Logli il mattino dopo si presenta ai carabinieri locali per denunciarne la scomparsa, dicendo di non essere mai uscito di casa quella notte. Ma due testimoni, il giostraio Loris Gozi e la vicina di casa Silvana Piampiani, affermano di aver visto il Logli seguire la moglie con la propria auto, raggiungerla e costringerla a salire dopo una litigata per la strada. Da quel momento, nessuno ha mai più rivisto Roberta Ragusa, né è mai stato ritrovato il suo corpo.)

Lei ha fatto delle ipotesi su come il Logli potrebbe essersi liberato del corpo della moglie?

“Se è vero che Roberta è stata uccisa in seguito a quella lite, nel Logli ci può essere stato sicuramente un momento di smarrimento. Si presentava il problema di dover occultare il cadavere. Non poteva recarsi a casa a prendere degli attrezzi, né poteva mettersi a scavare in quei terreni argillosi duri come la pietra. Noi abbiamo operato degli scavi con dei Bobcat, degli escavatori, e abbiamo avuto delle difficoltà anche d’estate, figuriamoci d’inverno col terreno ghiacciato. Le mie ricerche mi hanno portato dritto dritto davanti alla Smipar (la scuola militare di paracadutismo, n.d.r.) che da lì dista un chilometro circa. Lì c’è il primo centro di raccolta di rifiuti dalla zona dove sono stati visti il Logli e la Ragusa, ci sono alcuni cassonetti che al mattino vengono vuotati dall’autocompattatore. Dopo essere andato in pensione ho continuato a fare degli studi, visto che all’inceneritore di Ospedaletto, al momento delle indagini, ci dissero che sarebbe stato impossibile che un corpo passasse inosservato. E di questo io ne prendo atto, se si parla di un corpo integro. Ma gli autocompattatori hanno una forza capace di ridurre un corpo a un sesto del suo volume, in base alla forza di compressione di 3 o 4 chilonewton. Un corpo ridotto in quel modo credo che possa essere arrivato all’inceneritore senza che nessuno potesse accorgersene. Per me rimane l’ipotesi più probabile”.

Ovviamente certezze non potete averne.

“No, in assenza del corpo possiamo solo formulare ipotesi. Noi abbiamo battuto tutta la zona di Gello, di San Giuliano Terme, i monti pisani sia sul versante pisano che su quello lucchese. Abbiamo avuto un mare di segnalazioni da pseudo veggenti, abbiamo verificato anche alcune di quelle. Ovviamente ci eravamo posti dei paletti, sarebbe stato assurdo per esempio cercarla a Livorno, perché il Logli non avrebbe avuto il tempo di portarla fino là”

L’ipotesi che la Ragusa, come ha sempre affermato il Logli, sia davvero fuggita e si sia rifatta una vita altrove non l’ha mai presa in considerazione?

“Tutto si può prendere in considerazione. Però ritengo davvero difficile che una persona possa essersi allontanata senza un soldo, senza un documento, senza mezzi di sostentamento. La latitanza costa tantissimo. Chi è latitante ha una “filiera” di assistenti, ma Roberta Ragusa era una mamma che gestiva un’autoscuola e badava ai figli, non una criminale con una filiera di associati che potessero nasconderla o aiutarla a fuggire”.

A proposito dei figli, mi sono sempre chiesto come sia possibile che Daniele e Alessia non abbiano mai preso in considerazione l’ipotesi che in realtà il padre potrebbe aver ucciso la loro mamma. Hanno sempre sostenuto con convinzione che la madre sia fuggita e si sia rifatta una vita, magari in America. Come se lo spiega?

“Questa è una domanda difficile. I figli all’epoca erano molto giovani, Daniele era un adolescente di 15 anni mentre Alessia una bambina in tenera età, aveva 10 anni. Ci sono dei fatti che ci portano a pensare che ci sia stato una sorta di indirizzamento del padre, col quale hanno continuato a vivere fino al 2019”.

Un certo plagio da parte del padre, dunque?

“Possiamo chiamarlo così. È chiaro che se io ho commesso un reato del genere nei confronti della madre ho tutto l’interesse ad acquisire la fiducia dei miei figli. Bisogna anche considerare che ai figli era rimasto soltanto il papà, l’unico aggancio rimasto ai figli nella loro vita. Ovviamente per loro è stata una situazione molto complicata”.

Nel suo libro immagino si parli anche di Sara Calzolai, l’amante del Logli. Dalle intercettazioni telefoniche tra il Logli e la Calzolai emerse qualche discorso che potesse far supporre che Sara sospettasse della colpevolezza di Antonio?

“Escludo che potesse sapere con certezza che Antonio avesse ucciso la moglie. In un paio di intercettazioni, una ambientale mentre era da sola in casa e una al telefono con sua madre, esternò dei dubbi circa l’innocenza di Antonio, della serie “E se fosse stato davvero lui?”. Quello che è certo è che non aveva simpatia per le forze dell’ordine. In alcune telefonate esorta Antonio a procedere legalmente contro di noi per quelle che lei riteneva abusi degli investigatori. Ma non venne fuori niente, noi abbiamo sempre seguito scrupolosamente le procedure investigative”.

Pensa che possa arrivare un punto finale alla questione, una conclusione definitiva?

“La conclusione definitiva si potrebbe trovare qualora ci fosse il rinvenimento dei resti di Roberta, e questo immagino oggi potrebbe accadere solo nel caso in cui un cacciatore, un cercatore di funghi, un bambino, si imbattessero in resti di vestiti o di ossa, ma certo l’ipotesi che avvenga è remota. Per quanto riguarda invece la vicenda processuale ho sentito che l’avvocato del Logli è intenzionato a fare ricorso alla Corte Europea di Strasburgo, quindi si continuerà a parlare di questa vicenda”.

Ci salutiamo, con la promessa di incontrarci di persona a Pisa quando Rino Sciuti verrà a presentare il proprio lavoro. Con la speranza che si possa arrivare a una conclusione certa della vicenda, e si arrivi a conoscere ciò che spesso sfugge nonostante i nostri sforzi per abbracciarla: la verità.

“Ogni uomo è pienamente convinto dell’esistenza della verità, altrimenti non farebbe alcuna domanda” (Charles Sanders Peirce).

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