Scuola Sant’Anna, il 5 per mille sosterrà i progetti di Emma Lazzeri e Giorgia Barboni

“La interazione tra sindacati e istituzioni non sempre produce ricadute positive a salvaguardia della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Le cause sono molte ma è innegabile che al di là delle buone intenzioni non ci siano quasi mai azioni conseguenti.

Le istituzioni locali assolvono, con sempre maggiore difficoltà visti i tagli governativi ma non solo per quelli, il ruolo di riduzione del danno.Vediamo insieme alcuni aspetti del problema.

Il rapporto tra salute e ambiente: è sotto gli occhi di tutti il consumo del territorio che include anche l’inquinamento dell’aria , delle terre e dei corsi d’acqua, la mancata bonifica delle aree dismesse, la non corretta gestione dei rifiuti, l’assenza di investimenti per rimuovere drasticamente i fattori inquinanti. Sotto i nostri occhi ci sono aree abbandonate la cui bonifica attende da decenni e per la quale non ci sono investimenti statali ed europei.

Il recupero anche ai fini di produzione di reddito di queste aree non è tra le priorità delle istituzioni ma resta assente anche dall’agenda sindacale. In questo contesto il lavoratore è sempre più assuefatto all’idea che lo scambio tra salute e lavoro sia inevitabile e da qui l’abbassamento della soglia di attenzione in materia di salute e sicurezza. Al resto provvedono gli accordi al ribasso, le deroghe ai contratti nazionali che accrescono orari e carichi di lavoro, una condizione oggettiva che penalizza ogni istanza e rivendicazione in materia di salute , sicurezza e qualità della vita

L’assenza di informazione o la informazione manipolata le informazioni sono controllate tanto è vero che in una vicenda drammatica come l’Ilva l’attenzione si va focalizzando verso la lista degli indagati e non sull’assenza di un piano di bonifica e di messa in sicurezza dei quartieri con investimenti che sarebbero possibili partendo dalla statalizzazione dell’Ilva espropriando la attuale proprietà dei beni.

I limiti della sanità:lo smantellamento del welfare e della sanità pubblica sono elemento comune a tutti i Governi. Basti pensare ai quartieri degradati e senza servizi, alle lunghe liste di attesa per urgenti visite e cure mediche, alla mancata prevenzione-cura di malattie sempre più diffuse, allo stravolgimento della medicina del lavoro, alle patologie\malattie derivanti dall’ambiente di lavoro fino alle tante malattie professionali non riconosciute.

Perfino sul rischio organizzativo (patologie muscolo scheletriche e lo stress da lavoro correlato ) registriamo una crescente disattenzione vuoi delegando impropriamente a soggetti terzi l’analisi dello stress, vuoi operando affinchè le valutazioni non abbiano impatto alcuno nella organizzazione quotidiana del lavoro.

Da queste riflessioni si evince la impossibilità di costruire politiche a salvaguardia della salute e sicurezza quando non si interviene sulla organizzazione del lavoro, sulla qualità della vita nei quartieri, sulla reale salvaguardia del territorio. I protocolli di intesa che le organizzazioni sindacali cosiddette rappresentative sottoscrivono sono solo enunciazioni astratte, a mod’ esempio vorremmo ricordare che risulta inapplicato perfino l’articolo 13 del dlgs 1\2008 che prevede l’utilizzo degli introiti derivanti dalle sanzioni per rafforzare le attività di prevenzione. Riducendo poi all’osso il numero gli ispettori calano gli stessi controlli ispettivi e al resto ci ha già pensato il Governo con modifiche peggiorative (per i lavoratori ma migliorative per padroni ed enti inadempienti) del testo unico sulla sicurezza.

Siamo arrivati al punto in cui in Regioni come Lombardia e Piemonte i sindacati danno il loro assenso alle grandi opere e le Giunte regionali hanno previsto una elemosina che i vari committenti delle grandi opere (quelle che devastano i territori tanto per intenderci) daranno alle asl per i costi dovuti all’impatto ambientale e sanitario dell’opera (ammettendone di fatto i rischi per l’uomo e l’ambiente). Se queste sono le politiche a salvaguardia dei lavoratori e del territorio non c’è da dormire sonni tranquilli”.

Il sistema trova la sua applicazione nella rilevazione dei movimenti del terreno come vibrazioni, cambiamenti della forma della Terra, frane, cedimenti di pareti rocciose o di terreni, terremoti, spostamenti di ghiacciai e valanghe. Nell’ambito dell’ingegneria civile potrà essere utilizzato in diversi campi, come per il monitoraggio strutturale di dighe, ponti ed edifici. Le ricadute e le applicazioni del progetto rientreranno sia negli ambiti economici sia in quelli sociali. Il sistema potrà fornire dati più accurati e comunque molto dettagliati rispetto all’attuale stato dell’arte di tecnologie simili. I dati saranno poi elaborati in maniera opportuna per migliorare la prevenzione e la valutazione dei rischi legati a disastri ambientali, con una potenziale diminuzione dei danni. Emma Lazzeri ha conseguito nel 2013 il dottorato in Ingegneria dell’Informazione, indirizzo telecomunicazioni, presso l’Istituto di Tecnologie della Comunicazione, dell’lnformazione e della Percezione della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ed è attualmente assegnista di ricerca della Scuola. È co-autrice di oltre 30 pubblicazioni in riviste scientifiche e atti di congresso internazionali, 3 brevetti e due capitoli di libri nel settore della fotonica.

Sulla comprensione dell’efficacia di alcuni degli strumenti finanziari utilizzati nei Paesi in via di sviluppo per promuovere il risparmio e per favorire la microimprenditorialità tra soggetti esclusi dal mercato creditizio ordinario – quali, ad esempio, prodotti di risparmio ad hoc e microcredito – e la loro applicabilità nel contesto dei paesi sviluppati focalizza la sua attenzione il progetto “Analisi strumenti di inclusione finanziaria in paesi sviluppati e in via di sviluppo”, messo a punto da Giorgia Barboni, ricercatrice all’Istituto di Economia.

Il progetto affronta l’argomento sia da un punto di vista teorico sia empirico, più pratico, e si inserisce – in via più generale – nell’ambito della cosiddetta “Economia dello Sviluppo”, per indagare il rapporto tra Paesi in via di sviluppo e Paesi sviluppati, e nell’ambito della micro finanza, per le implicazioni sul comportamento presente e futuro atteso dai soggetti coinvolti. Ha risvolti anche per l’ “economia comportamentale” e, da un punto di vista metodologico, si presenta affine all “economia sperimentale”. Giorgia Barboni ha conseguito nel 2012 il dottorato in Economia presso l’International Doctoral Program in Economics, organizzato dall’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna. Qui ha iniziato il suo lavoro di ricerca concentrandosi sui temi dell’Economia dello Sviluppo, dell’Economia comportamentale e dell’Economia sperimentale, che ha poi approfondito per la stesura della sua tesi di dottorato. La ricerca ha già prodotto alcuni papers, attualmente in fase di pubblicazione.

Fonte: Ufficio Stampa Scuola Sant’Anna

NELLE FOTO SOTTO IN ORDINE EMMA LAZZERI E GIORGIA BARBONI

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