Settanta anni fa il tragico bombardamento di Pisa: in sette minuti lutti e sciagure

PISA – Sono passati settanta anni da quel tragico 31 agosto del 1943, quando Pisa subì un pesantissimo bombardamento che portò lutti e sciagure che, purtroppo sarebbero durate ancora. è facilmente consultabile in rete, un filmato di non moltissimi secondi ma devastante. Emerso dagli archivi dell’Istituto Luce, a colori, mostra riprese aeree statunitensi che mostrano la città in tutta la sua devastazione. A  distanza di decenni, ormai, anche chi non ha vissuto quei giorni non può fare a meno di trattenere il fiato, e pensare a cosa successe. Oggi ormai restano poche tracce di quei minuti tremendi. Qualcosa sul lungarno Galilei e nel quartiere di Porta a Mare. Il tempo ha quindi risanato molte ferite, almeno quelle materiali. Il prologo del bombardamento di Pisa c’era stato l’11 agosto quando fu investita da un uragano di fuoco Terni. La città umbra era sede di molte industrie e di uno sviluppato centro industriale. In quel mese furono moltissime le città italiane bombardate, con una escalation che sembrava non finire mai. Fino alla tarda estate del 42 la guerra era sempre stata lontana e tutto sommato fortunata per l’Italia. Alla lunga però la situazione cambiò e dopo la battaglia di El Alamein iniziò una lunga ritirata. Lo sbarco in Sicilia del 10 luglio del 43 contribuì alla caduta del fascismo e del governo Mussolini il 25 luglio. Il Re scaricò Mussolini e nominò capo del governo Badoglio che temporeggiava. Del Re e di Badoglio gli alleati non si fidavano. In questa ottica si spiega il bombardamento di Roma, del sud Italia e di Pisa. Paradossalmente dopo la caduta di Mussolini i bombardamenti, sulle già martoriate città italiane, aumentarono in modo esponenziale. L’armistizio fu firmato il 3 settembre a Cassibile, anche se poi fu annunciato solo l’8 settembre. Alle 13 di quel maledetto 31 agosto del 43, Pisa venne investita da un uragano di fuoco, un inferno che durò sette lunghissimi minuti. Il numero esatto delle vittime non si è mai saputo. La cifra oscilla tra i 900 stimati al momento, ed i più probabili 2500 moltissimi dei quali mai ritrovati e letteralmente sepolti in gran parte sotto la stazione. Andarono persi patrimoni artistici come il complesso della Cittadella, ricostruito nel dopoguerra ma in modo diverso ed incompleto. Andò definitivamente perso l’uso del sostegno, cioè la struttura che permetteva l’unione dell’Arno al canale dei Navicelli. Un sistema che permetteva la navigazione (da Pisa a Livorno) adatto appunto per i navicelli, imbarcazioni leggere che poi hanno dato il nome al canale. Quello di Pisa fu un bombardamento inutile dal punto di vista militare, dato che l’Italia era ormai in ginocchio ed i rifornimenti tedeschi non furono messi in pericolo. Inutile anche dal punto di vista mentale, dato che il morale dei pisani e degli italiani era da tempo sotto i tacchi. Un tipo di bombardamento già sperimentato in molti scenari e messo in pratica in Italia su volere di Arthur Harris, comandante dei bombardieri della Royal Air Force. Furono tragiche ore, durante le quali scomparvero molti storici aspetti pisani. La mattina del 31 agosto, 152 apparecchi statunitensi decollarono dalla base in Tunisia e la tragedia arrivò quando molti erano a pranzo. Tra gli aerei impegnati c’erano 48 B 17, i bombardieri pesanti tristemente famosi. Giunti in prossimità della città, il primo nucleo detto flight leader iniziò a sganciare le bombe, gli altri apparecchi che seguivano dovettero bombardare alla cieca tanto era il fumo prodotto dalle prime bombe. Il quartiere di Porta a Mare non esisteva più. Sulla fabbrica della Saint Gobain caddero 367 bombe che provocarono 56 morti tra gli operai, quasi tutti rimasti uccisi durante la pausa pranzo. La contraerea potè ben poco, abbattendo 4 velivoli, mentre dal campo di Arena Metato si alzò la caccia italiana con alcuni Macchi 200, impotenti di fronte alle fortezze volanti. In tutto caddero, da un’altezza di seimila metri, sulla parte meridionale della città 480 tonnellate di bombe, delle quali pochissime restarono inesplose. Sette minuti che provocarono non meno di 900 morti. Alla fine si contarono i danni: furono 2500 le case distrutte o comunque sinistrate, i lungarni semidistrutti, i ponti crollati, la stazione rasa al suolo, il quartiere di Porta a Mare polverizzato, danneggiate gravemente le chiese di Sant’Antonio, San Paolo a Ripa d’Arno, distrutto il convento delle Benedettine che si salvarono miracolosamente, gravemente danneggiata la cappelletta di Sant’Agata. Moltissimi pagarono con la vita il durissimo prezzo di una guerra che all’alba del primo settembre del 1943 era ancora ben lontana dal potersi dire conclusa.

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