
| L'assedio decisivo mese per mese | 9 ottobre 1406: addio libertà | ||
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di Francesca De Cori Del Rio
All'alba del 9 ottobre 1406, esattamente sei secoli fa, le truppe Fiorentine con le bandiere spiegate e vittoriose entrarono in Pisa attraverso la porta di San Marco; le comandava Gino Capponi, rappresentante della Repubblica Fiorentina, che si recò direttamente al palazzo degli Anziani chiedendo che gli venissero consegnate le chiavi della città. " Voi, disse il Capponi, rivolgendosi agli Anziani non siete più Signori di Pisa, Signori siamo noi: uscite dunque dal Palazzo e lasciatelo in nostro potere......" Finiva così per sempre la libertà della gloriosa Repubblica che per oltre 300 anni con la forza delle sue armi e l'abilità dei suoi mercanti aveva dominato su tutto il Mediterraneo. L'assedio della città da parte dell'esercito Fiorentino durò - come ci raccontano i cronisti dell'epoca - oltre un anno. La città era ben munita ed i cittadini decisi a difenderla sino allo stremo. Più volte i Fiorentini tentarono di dare l'assalto alle mura ma inutilmente. Dopo un ultimo tentativo di prendere la città con la forza che gli assedianti misero in atto all'alba del 20 giugno 1406, tentando la scalata delle mura nel tratto compreso fra porta San Gilio e Stampace (cioè nella zona compresa attualmente fra la Stazione e via Stampace) e che per gli assalitori si concluse tragicamente - i più furono infatti respinti e quelli che riuscirono ad entrare, circa 30, furono trucidati, poi appiccati ai merli delle mura e la sera messi su una barca e rispediti per Arno al campo fiorentino in segni di scherno - i capi dell'esercito capirono che non avrebbero potuto impadronirsi della città se non per fame. Costruirono dunque due bastioni su entrambe le rive dell'Arno dalla parte di Porta a Mare cosi che nessuna vettovaglia potesse entrare in Pisa attraverso il fiume; le navi che giungevano cariche di viveri venivano inesorabilmente bloccate. Il 16 luglio 1406, dopo nove mesi di assedio, cadde la fortezza di Vicopisano. Molti di quei soldati che avevano assediato Vicopisano si unirono alle schiere che già cingevano Pisa. Le forze fiorentine si ingrossarono ed erano di circa 3000 cavalieri e di migliaia di fanti. Capitano generale di guerra era messer Luca del Fiesco, genovese. L'Arno fu bloccato anche ad est nella zona di San Remedio (S.Ermete) e Cesanello con la costruzione di due campi fortificati uniti da un ponte sul fiume. Purtroppo non mancarono i tradimenti; il 23 luglio tre pisani, Puccino del Viola, Rinieri di Carone e Orlando Vinaiolo che dovevano difendere la Calcesana per tenere libera la via per Asciano, la consegnarono - non si sa bene se per denaro od altro - ai Fiorentini. Pisa era ormai stretta in una morsa, la popolazione ridotta alla fame. I difensori, decisi però a non cedere, pur con grande dolore, fecero uscire dalla città molte bocche inutili : i fanciulli e le fanciulle, i vecchi e molti altri inabili alla difesa della città; persone sulle quali infierirono i Fiorentini. Nel frattempo Giovanni Gambacorti, signore di Pisa, all'insaputa di tutti aveva cominciato ad intrattenere accordi segreti con i Fiorentini. Nei patti stipulati da questo scellerato era previsto che a lui venissero consegnati molte migliaia di fiorini e molti castelli situati nel contado. A onor del vero bisogna dire che il Gambacorti oltre al vantaggio suo e dei suoi familiari aveva pensato anche alla salvezza della città e dei suoi concittadini. Negli accordi era infatti previsto che se egli avesse fatto entrare l'esercito dei Fiorentini in città senza colpo ferire, questi non avrebbero recato ingiurie alla popolazione nè messa la città a ferro e fuoco come allora era in uso fare da parte dei vincitori. E così fu aperta alle truppe fiorentine la porta S. Marco ed essi tranquillamente entrarono portando anche con se una gran quantità di vettovaglie sulle quali i Pisani affamati ed allo stremo si avventarono voracemente senza curarsi d'altro. Dopodichè i Fiorentini ordinarono che ciascun pisano consegnasse le armi in suo possesso insino all'arme con la quale su giocava a mazza scudo. Molti fra i più nobili furono deportati a Firenze e molti se ne fuggirono rifugiandosi chi a Lucca, chi a Siena ed in diversi altri luoghi. Così la città si svuotò della maggior parte dei suoi abitanti ed iniziò una inarrestabile decadenza dalla quali mai più si riprese. Per la cronaca va detto che i Fiorentini non rispettarono i patti conclusi con il Gambacorti; se furono generosi con lui, dandogli anche la cittadinanza di Firenze, non lo furono nè con la città nè con i suoi abitanti. Numerose furono le distruzioni degli edifici ed indicibili le sofferenze alla popolazione, tanto che quella dominazione viene ricordata come una delle peggiori che la città abbia sofferto.
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a cura di Simone Martini
Sono passati esattamente seicentouno anni, da quel 9 ottobre in cui Pisa perse la sua indipendenza per mano dei fiorentini. Quella mattina, il traditore Giovanni Gambacorti aprì ai gigliati la porta di San Marco. Oggi la porta non è più esistente, ma era situata nei pressi di piazza Guerrazzi. L’atto di vendita, fu stipulato nella chiesa di San Bartolomeo a Putignano. Per Pisa iniziò un periodo di forte decadenza. La nascita della repubblica di Pisa aveva segnato una svolta nella politica mediterranea, dal momento che era coincisa con l’inizio della riscossa della cristianità contro i saraceni. Fu infatti grazie a Pisa che vennero liberate le Baleari, la Corsica e la Sardegna. Ma soprattutto fu reso più sicuro il Tirreno ma non solo. Pisa si appropriò della Sardegna tra il 1015 ed il 1016, mentre a Genova andò la Corsica. Nei secoli successivi, la croce pallata si estese in ogni angolo del mondo (allora) conosciuto. Ed è dalla potenza pisana che nasce il detto "Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio" cui i pisani sanno come rispondere "Che Dio t’accontenti". Evidentemente, all’epoca tutti i vicini toscani dovevano fare buon viso a cattiva sorte, piegandosi ai voleri di Pisa non a torto definita novella Roma. Non a caso il Papa Urbano II nel 1092 elesse la città ad arcivescovado concedendole la giurisdizione sulla Sardegna ma anche sulla genovese Corsica. Nel 1064 la grande vittoria riportata contro i saraceni in Sicilia, aveva dato il via alla costruzione di quel meraviglioso complesso che è Piazza dei Miracoli e ad un periodo di splendore proseguito nella partecipazione sempte proficua alle crociate. In quel modo i mercanti pisani erano riusciti ad estendere la loro influenza, tanto che a Costantinopoli Pisa aveva un proprio quartiere. I pisani avevano sì tali privilegi che i fiorentini che capitavano da quelle parti si spacciavano per pisani. Addirittura la potenza di Pisa arrivò anche sul mar Nero, tanto che alle foci del Don c’èra un porto gestito da pisani. Nel 1165 la città si era dotato di un sistema difensivo, in gran parte ancora esistente, che aveva allargato la vecchia cinta muraria dell’epoca romana. Pisa si estese a sud, nel quartiere detto Kinzika dove nel 1005 la leggendaria eroina pisana aveva dato il via alla rivolta che mise in fuga l’armata dei saraceni di Musetto. Pisa crebbe così tanto che, la prima crociata fu guidata dal vescovo pisano Daiberto che poi venne messo a capo della chiesa in terra santa, liberata dal dominio arabo. Una città quindi in crescita ed in espansione, tanto che Federico II le rinnovò il potere da Portovenere a Civitavecchia. E forse non molti sanno che il grande imperatore, aveva al suo fianco in Palermo molti pisani. La politica imperiale era fatta da illustri ed eruditi nati sulle rive dell’Arno. Così come il Barbarossa aveva avuto consiglieri pisani. Il legame con l’impero fu molto forte, tanto che un imperatore (Arrigo VII) è sepolto proprio nella nostra cattedrale. Questo alla città creò inimicizia con il papato e soprattutto con le lega Guelfa di cui facevano parte Firenze e Lucca, storiche nemiche. Ma era ancora un periodo in cui Pisa poteva fronteggiare contemporaneamente tre eserciti e vincerli. Il declino pisano incominciò con la fatal Meloria, anche se pochi decenni prima Firenze aveva subito la più grande sconfitta della sua storia: Montaperti 1260. Il 4 settembre si tenne la famosa battaglia ricordata anche da Dante in un passo della Divina commedia. Si fronteggiarono trentamila fanti e tremila cavalieri fiorentini, contro ventimila ghibellini, tra cui ben tremila pisani. La leggenda vuole che il fiume Arbia si colorò di rosso, tanto fu il sangue versato. Il campo guelfo fu messo al sacco e furono catturati 9000 cavalli e 9000 tra buoi ed animali da soma, furono prese bandiere e stendardi, tra le quali il gonfalone di Firenze che fu attaccato alla coda di un asino e trascinato nella polvere. Le perdite dei guelfi furono di circa 10 mila e 15 mila prigionieri. I ghibellini persero 600 uomini con 400 feriti. Alla fine dello stesso mese fu convocata a Empoli una dieta delle città e dei signori della Toscana di parte ghibellina per discutere come rafforzare il ghibellinismo toscano e consolidare nella regione l'autorità del re. Ad Empoli, i rappresentanti di Siena e Pisa sostennero la distruzione di Firenze, alla quale si oppose il ghibellino fiorentino Farinata degli Uberti, salvandola da ulteriori distruzioni. Questo forse fu il più grande errore storico dei ghibellini, graziare Firenze. Paradossalmente iniziò in quel momento il vero declino sia di Pisa che di Siena. Infatti, dopo Montaperti, il 18 novembre, il papa Alessandro IV scomunicò tutti i sostenitori di re Manfredi in Toscana. La scomunica, a lungo termine fu presa a pretesto dai capi guelfi d’Italia e da molti stranieri per non pagare i debiti contratti con i mercanti e i banchieri senesi, con conseguenze serie sull’economia della città. La sconfitta della Meloria fu figlia di questa logica. Nel corso del 1300 Pisa perse la Sardegna, a favore degli aragonesi. Se ne andò una delle più importanti risorse economiche. Si arrivò così alla vendita della città alla Signoria lombarda dei Visconti. Ma il potere durò poco, ed i Visconti furono costretti a vendere la città a Firenze. I fiorentini furono rapidamente cacciati da Pisa nell’agosto del 1405, Firenze però non si diede per vinta e riorganizzò l’attacco contro Pisa, cercando l’accerchiamento della città, impedendo i rifornimenti dal mare mediante l’installazione di un campo tra San Piero e Barbaricina. Caduta Vicopisano, dopo un assedio di ben nove mesi, si organizzò un campo fiorentino tra Sant’Ermete e Cisanello. Nella notte del 9 giugno del 1406 venne respinto l’assalto al bastione di Stampace, a Porta a Mare per reazione del popolo. Ma la situazione, in Pisa, si fece ben presto insostenibile; Giovanni Gambacorti riprese le trattative segrete per la resa. Gino Capponi, nell’impossibilità di piegare una popolazione così valorosa, comprese che la vittoria poteva conquistarsi con l’oro. Pisa, ormai, strozzata nella morsa fiorentina, continuava però a difendersi eroicamente, ma le risorse cominciarono a ridursi in modo sempre più drammatico. Giovanni Gambacorti optò per la resa. L’atto stipulato nella chiesa di San Bartolomeo di Putignano, parla delle modalità di consegna della città e dei benefici di cui avrebbero goduto i Gambacorti e i suoi alleati. La mattina del 9 ottobre si aprì la porta di S. Marco con la consegna del dardo da parte di Giovanni Gambacorti a Gino Capponi, comandante dei Fiorentini. Iniziò così la decadenza. A Pisa non esiste infatti rinascimento, si passa subito ad un tardo cinquecento. Segno evidente che nel primo secolo di conquista fiorentina Pisa fu poco considerata. Ed infatti nel 1494 Pisa provò a ribellarsi in seguito alla discesa di Carlo VII. Ma nel 1509 la perdita dell’indipendenza fu definitiva. Le Fortificazioni e edifici pubblici furono occupati, i vessilli repubblicani che avevano sventolato per secoli per tutto il Mediterraneo furono ammainati per far posto alle famose palle medicee. Le angherie compiute in Pisa dai fiorentini costrinsero parecchi nobili pisani a lasciare la città. Ed il nobile Galletti, fece appendere un galletto spennato a una finestra del suo palazzo situato nell’odierna piazza Garibaldi, con la scritta: "Chi non farà siccome ho fatto io sarà pelato come il gallo mio".
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