Truffati e abbandonati: storia di due genitori pisani che per la buricrazia non riescono ad adottare un bambino

PISA – Volevano un bambino ma non ad ogni costo. Lo volevano per un gesto d’amore e non per un capriccio. Ma da quattro anni sono entrati in un inferno culminato con una truffa che per ora gli è costata 20 mila euro e l’angoscia per il piccolo Bakit

un bimbo di quasi 5 anni affetto da una grave malformazione cardiaca in Kirghizistan che loro consideravano già come un figlio e che adesso non sanno più neppure se è vivo, mentre l’ente al quale si erano affidati, con sede ad Albenga (Savona), è ora sotto processo per truffa. E’ la storia di una coppia pisana, molto simile a quella di altre diciannove coppie italiane (per lo più residenti nel Settentrione), che si intreccia con la storia dell’inerzia della commissione adozioni internazionali che ha visto per mesi la sua attività paralizzata in attesa della nomina di un vicepresidente esecutivo che ne garantisca il funzionamento, scelto da solo da pochi giorni nella persona dell’ex magistrato Silvia Dalla Monica. Alessia Raglianti e suo marito Tiziano Bernardini hanno scelto la via giudiziaria per tutelare il loro percorso ma anche per fare luce su un iter troppo spesso problematico e al limite del lecito. ”Dopo anni di attese e fotografie – racconta Alessia – abbiamo scoperto che eravamo vittime di un raggiro e quasi complici di una tratta: il bambino che ci avevano assegnato, non era orfano ma ricoverato in un ostello e soprattutto non era in stato di adottabilità. E se avessimo accettato alcune scorciatoie a fronte del pagamento di qualche migliaia di euro, di portarcelo illegalmente in Italia senza che la Commissione adozioni vigilasse a dovere su quanto ci stava capitando, avremmo rischiato il furto di bambini”. Ma la trafila di legge noi l’abbiamo fatta con l’associazione Airone di Albenga, ente accreditato presso la commissione adozione e al solo dopo le nostre insistenze è stato revocato l’accreditamento”.

Intanto però la famiglia pisana ha speso 20 mila euro e quando, dopo essere stata presa in carico direttamente dalla commissione governativa e indirizzata verso un’altra soluzione per l’adozione di un bambino ungherese, si è sentita chiedere altri soldi per sostenere le spese per la procedura adottiva ha scritto al Governo circa la ”legittimità di questa ulteriore richiesta” di denaro. La coppia è infatti difesa dall’avvocato Tiziana Mannocci che il 12 dicembre scorso ha inviato un dossier al premier Enrico Letta, ma da allora non ha ottenuto risposta. Intanto, è sfumata anche la possibilità di garantire assistenza al bambino khirgizo, abbinato alla coppia in attesa del completamento della procedura d’adozione (poi rivelatasi truffaldina), per la sua grave malformazione cardiaca: ”Ora non sappiamo neppure se Bakit sia ancora vivo e – ripete – e abbiamo mantenuto la lucidità per non renderci complici di un furto di bambini, senza che il Governo italiano muovesse un dito per evitarlo”, dice Alessia Raglianti’. La coppia pisana racconta anche che al piccolo Bakit si era comunque affezionata e che aveva trovato ”le risorse necessarie per curarlo in Italia, grazie all’interessamento di un’associazione di medici e volontari dell’ospedale di Massa e all’aeronautica militare (che avrebbe garantito il trasferimento del piccolo in sicurezza), ma anche in questo caso non solo la Cai non ci ha tutelati e ora non sappiamo neppure se il bambino sia vivo”.

Fonte: ANSA

LA FOTO SOTTO E’ TRATTA DA IOMAMMA.IT

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