“Volava come una farfalla e pungeva come un’ape”. Il ricordo di Bruno Pollacci a Muhammad Alì

PISA – Se n’è andato nelle ore scorse il più grande pugile di tutti i tempi. Dio si è ripreso il suo campione. All’anagrafe si chiamava Cassius Marcellus Clay Jr., ma lui aveva deciso di convertirsi all’Islam e il suo mome era mutato: tutti lo conoscevano come il grande Muhammad Alì. Il nostro Bruno Pollacci gli ha voluto dedicare un acquerello.

Nato a Louisville nel 1942 e morto a Scottsdale, Venerdi scorso, viene considerato tutt’oggi il più grande pugile di tutti i tempi. Vinse la Medaglia d’Oro alle Olimpiadi di Roma, nel 1960, ed a 22 anni divenne Campione del Mondo professionisti dei Pesi Massimi. Nel 1967 ricordando che i vietnamiti non l’avevano mai chiamato “negro” come invece facevano i suoi stessi compatrioti americani bianchi, si rifiutò di andare a combattere in VietNam e fù codannato con la revoca della licenza di combattmento e gli fù tolto il titolo mondiale. La sua battaglia come obiettore di coscienza lo rese un’icona nella cultura alternativa degli anni sessanta, sia a livello americano che internazionale. Ritornò sul ring nel 1971 e dopo incontri storici con Joe Frazier e Ken Norton, durante i quali provò per la prima volta la sconfitta, nel 1974, a Kinshasa, nello Zaire, riconquistò il titolo mondiale battendo in un incontro mitico e memorabile il “gigante distruttore” dell’epoca: George Foreman. Detiene il maggior numero di premi come “pugile dell’anno”, assegnato da “The Ring”, vincendo questo riconoscimento nel 1963, 1972, 1974, 1975 e 1978. Fù un grande innovatore della boxe, inventando uno stile di combattimento caratterizzato da un notevole gioco di gambe, che gli consentiva un’inedita elevata dinamicità sul ring, una prontezza di riflessi nello schivare i colpi degli avversari e velocità esecutiva nel finalizzare l’attacco, caratteristiche mai viste prima specialmente tra i pesi massimi. Di lui si diceva: “Vola come una farfalla e punge come un’ape”. Provocatorio, stravagante e carismatico, si interessò in modo determinato dei problemi razziali diventando un punto di riferimento delle lotte del “Black Power”, ed abbracciando anche le posizioni estreme di Malcom X. Nel 1984 fù colpito dalla sindrome di Parkinson, che lo condannò ad un graduale e sempre più invalidante declino fisico.

Commosse il mondo apparendo con le mani vistosamente tremanti come ultimo tedoforo alle Olimpiadi di Atlanta del 1996; in quell’occasione gli fu anche riconsegnata la medaglia d’oro vinta a Roma nel 1960, in quanto si dice che di ritorno in patria dopo il successo olimpionico romano, un ristorante si rifiutò di servirlo in quanto nero ed allora lui gettò la medaglia d’oro in un fiume come gesto di protesta verso il suo Paese per la sua diffusa discriminazione razziale. Nel 2005 ricevette la più alta onorificenza civile statunitense dal Presidente George W. Bush: la Medaglia presidenziale della libertà.

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